Tornatore si posiziona dietro la macchina da presa con grande umiltà e riflessività; e quando poi è lui stesso, come in una sua recente master-class, a trovarsi davanti all’obiettivo, il maestro anche da lì continua ad osservare il mondo in prospettiva così da coglierne ogni volta lo scatto o il fotogramma unico e irripetibile. Conseguire ciò non è semplice, lo si ottiene con il talento, ma anche con grande passione e formazione. È così che dalla narrazione di Tornatore emerge non solo un prezioso insegnamento pratico per i giovani apprendisti registi, attori e futuri produttori, ma affiorano anche esperienze di vita vissuta che vanno oltre la tecnica cinematografica e aprono un campo largo sui tanti risvolti dell’umanità.

Marianna Tornatore insieme al padre Giuseppe Tornatore nel Teatro Petruzzelli di Bari. Foto di Michele Zasa.
Macchina fotografica in spalla
«Dall’età di 10 anni fino a 25 – ci dice Tornatore – uscivo sempre con la macchina fotografica come si esce con le scarpe, tu senza le scarpe non puoi uscire e infatti mi ricordavano le persone, che mi vedevano sempre con questa macchina fotografica in spalla. Ed è stata una palestra formativa straordinaria». Questo accadeva negli anni ‘60 e ‘70, mentre oggi nella vita tecnologica tutti hanno un cellulare che può fare foto, video e perfino piccoli montaggi. Eppure spesso tutto si riduce a uno scatto superficiale postato nelle “storie” tanto per fare “like”. «Più che pensare a delle storie che potevano esserci dietro quelle figure che io incontravo casualmente – racconta invece Tornatore – quegli anni sono stati fondamentali perché andare in giro con la macchina fotografica cercando di stare attenti a ciò che ti accade intorno ti costringe ad osservare a lungo per ore e ore, per giornate, settimane per mesi le persone, come si muovono, come agiscono. Quella forse è stata la mia vera scuola di cinema: osservare la figura umana».
Il piccolo proiezionista
«La prima cinepresina 8 millimetri e un piccolo proiettore Eumig – prosegue il regista – mi furono regalati quando avevo 9 anni forse 10 ma non di più. In seguito ho avuto la prima Super 8 e subito dopo cominciai a frequentare la cabina di proiezione e piano piano il mio maestro Mimmo Pintacuda mi insegnò. Poi a 14 anni proiettai da solo il film Un dollaro d’onore, era una copia rovinatissima e si poteva spezzare, ma andò tutto abbastanza bene».
Il complesso dell’opera prima
I segreti del mestiere di un regista talvolta tornano utili a giovani attrici e attori: «Nella mia ricerca degli attori – spiega il maestro – c’entra molto il mio “complesso dell’opera prima”. Cioè quando faccio un film penso sempre che sia il mio primo e che quindi non ci sia stata alcuna esperienza prima. Quindi non ho questa cosa dell’attore feticcio né mi posso riferire psicologicamente ad un attore che mi è stato amico e che quindi mi dà sicurezza sul set, che mi capisce e io capisco lui e andiamo a cena insieme, quindi quando faccio un film tutto il cast possibile e immaginabile io lo reputo a mia disposizione. Però poi scelgo facendomi seguire, facendomi accompagnare da pochi elementi che sono la storia e il personaggio così come la sceneggiatura».
La prova del “copione”
Una dritta anche per i giovani in attesa di provino: «Io mi baso – rivela il regista bagherese – su come reagisce l’attore una volta che io gli faccio leggere il copione senza dirgli per quale personaggio ho pensato a lui e dalla prima reazione dell’attore io capisco subito se ha intuito per quale personaggio l’ho pensato. E non sempre lo capiscono. Ecco, uno che non capisce per quale personaggio l’ho pensato è già finito in partenza, mentre c’è quello che dice: “Questo è scritto per me” e allora io lì sento che l’intuizione è giusta».
Il sognatore indiscreto
Le vicissitudini di una vita dedicata al cinema lasciano cicatrici che talvolta si riaprono e riaffiorano le ferite: «Le ferite che ho – confessa Tornatore – sono quelle dei film che non sono riuscito a fare. Tra questi, Il sognatore indiscreto è un film che io ho scritto e riscritto per trent’anni e ogni volta i produttori si impaurivano perché lo ritenevano complicato nella comprensione. Era un film che non era fatto per essere scritto, era un film per essere direttamente visto. Io ancora sono convinto che se avessi potuto realizzarlo come potrei in fondo oggi con l’intelligenza artificiale e glielo avessi mostrato già fatto, lo avrebbero capito, poi magari non lo avrebbero approvato lo stesso, però ci ho provato».
Nuovo Cinema Paradiso
E quale prova poteva essere più ardua della “folle” avventura del film Nuovo Cinema Paradiso: produttori scettici, alti e bassi del film, l’altalenante gradimento del pubblico, le critiche delle giurie e ancora tagli e riduzioni della pellicola fino al rocambolesco Oscar vinto nel 1990.
Un pronostico da non fare
Da quella magica e inaspettata notte hollywoodiana ad oggi «il mio bilancio è buono – commenta il maestro – e adesso sto preparando due film di cui uno è pronto, è già scritto, ma non voglio fare pronostici perché in genere non bisogna farli nel nostro mestiere in particolare».
Il sogno inconfessato
Niente pronostici dunque, ma i sogni sono tutt’altra cosa: «Il sogno inconfessato di un regista – dice Giuseppe Tornatore – è di rigirare tutti i miei film, tutti, quindi se avessi l’opportunità li rigirerei. Non so se li migliorerei, però ti accorgi sempre che qualcosa poteva essere perfezionata. Sempre». E perfezionarsi è proprio l’intento di una delle apprendiste della masterclass, che siede vicino a me, studia filmografia «visiona le pellicole realizzate dal suo stesso papà e con lui commenta ciò che in esse si sarebbe potuto perfezionare». Scopro allora che quella ragazza è una delle nuove promesse del cinema italiano, Marianna Tornatore, la giovane figlia del regista.
Siate testardi!
È così proprio ai giovani che il maestro Tornatore dedica il suo messaggio più importante: «Mi piacerebbe che la passione o se vogliamo anche la testardaggine che io ho sempre messo in questo lavoro continuasse nella testa dei giovani che affrontano questo mestiere così difficile e che talvolta restano sorpresi, un po’ spiazzati da questo mondo che sembra talvolta inafferrabile. Ma bisogna insistere, essere veramente testardi, ecco questo mi piacerebbe molto!».
