Genfest, tra relazionalità e razionalità

Chiude la festa dei giovani che si è tenuta a Manila. Festa certamente, ma anche impegno. I 6 mila giovani presenti sanno stare sulla scena, ma anche dar da mangiare ai bimbi di una scuola, pulire una spiaggia o dialogare con chi la crede diversamente. Un po’ di fiducia

Mi si permetta una volta tanto una confessione personale. Questo è il l’undicesimo Genfest internazionale su undici che ho vissuto in diretta, scoprendo a ogni edizione una sfumatura originale delle ultime generazioni, che oramai non sono poche dal 1973, data della prima edizione. Rivoluzionaria in quell’occasione, flessibile l’anno seguente, decisa nel 1975, aperta cinque anni più tardi, poliedrica nel 1985, glocale nell’87 e distruttiva (di muri) nel 1990. Poi nel 1995 comunicativa, nell’anno santo del 2000 ecclesiale, festosa nel 2012 in Ungheria. Quest’anno ho fatto una certa fatica a trovare l’aggettivo giusto, espressione della maturazione di una generazione intera, presente in vitro al Genfest filippino. Ebbene, mi son dovuto arrendere, ed ho dovuto optare per due aggettivi: relazionale e razionale.

C’era in effetti da rimanere immediatamente stupiti per la straordinaria qualità del programma sul grande palco del World Trade Center di Pasay, quartiere litoraneo di Manila. S’è visto subito che la generazione attuale è ormai avvezza alla visibilità, una delle qualità che Italo Calvino aveva indicato come caratteristica del terzo millennio nelle sue Lezioni americane. Sanno stare sul palco, questi ragazzi e queste ragazze, hanno un gusto estetico naturale, sanno far musica in modo impensabile appena qualche anno fa, danzano e giocano con la tv, mentre prima una telecamera ci metteva il nirbuso addosso, come direbbe Camilleri. Poi, però, a non pochi è sembrato che anche sul palco di un meeting impegnato come il Genfest si fosse mutuato uno dei grandi difetti dei social, cioè il ridurre tutto a titolo, a slogan, a uno scatto e via, all’estemporaneità di sentimenti che durano un like. Il titolo del Genfest stesso era assai suggestivo – “Beyond all borders”, al di là di tutti i confini –, ma veniva cantato più che vissuto, ripetuto a menadito dalle grafiche sugli schermi immensi del World Trade Center, senza apparentemente lasciar tracce nei cuori e nelle menti. È pure sembrato a taluni (vedi l’articolo di sabato), che una generazione del genere corresse il rischio del “sincretismo”, cioè del prendere un po’ di qua e un po’ di là, “senza fissa dimora”, forse per la precarietà della vita di tanti giovani.

Poi nella mattinata di sabato abbiamo visto coi nostri occhi, raggruppati soprattutto in un tempio della cultura filippina, l’Università de La Salle (guarda caso dove Chiara Lubich ottenne la sua prima laurea honoris causa), 110 forum, dico 110, dai titoli più impegnativi e tutt’altro che estemporanei, di economia, politica, solidarietà, teologia, filosofia… Nel pomeriggio, poi, abbiamo scorto sempre coi nostri occhi questi 6 mila giovani col loro zainetto colorato e inconfondibile muovere le mani in tre posti diversi: su una spiaggia ridotta ad immondezzaio nel cercare di ripulirla; in un tempio buddhista a cercare di capire qualcosa del Sakyamuni e a dialogare con le monache, i monaci e i giovani presenti; nelle scuole e nei centri sociali di Bukas Palad, tra i più poveri dei poveri, a dar da mangiare spaghetti, hamburger, pizza e panini ai bimbi di quei quartieri in cui la dignità spesso latita. Naturalmente saltano sul palco, come naturalmente discutono di traffico di armi, o diventano amici dei piccoli. Naturalmente relazionali, naturalmente razionali. «La cosa più sensata che si possa fare oggi, in epoca di smarrimento epocale, è stringere relazioni vere e durature», mi ha detto in serata, al grande concerto internazionale, Ugo, un amico italiano di 21 anni, “appena” due Genfest alle spalle. Touché, toccato e quasi affondato.

Affondato poi questa domenica mattina, quando i 6 mila hanno ascoltato per mezzora la predica del card. Tagle, arcivescovo di Manila e presidente della Caritas internazionale, un comunicatore alla Bergoglio, che cercava di dare fondamento scritturistico al titolo del Genfest, spiegando: primo, che Gesù veniva da un buco ordinario come Nazareth ma aveva l’autorità straordinaria che Dio gli aveva dato; secondo, che lo Spirito guida al di là della frontiera dell’amicizia, del conosciuto, del confort, del simpatico; terzo, che come san Paolo bisogna superare le barriere dell’ignoranza e “convertirsi” a Dio e a Dio nell’altro. E poi si sono pure messi ad ascoltare i discorsi di Jesus Moran e Maria Voce (rispettivamente co-presidente e presidente dei Focolari).

Ha detto tra l’altro quest’ultima, riassumendo un po’ questo Genfest: «In epoca di migrazioni crescenti e di nazionalismi che avanzano, come reazione a una globalizzazione esclusivamente economica che trascura le diversità delle singole culture e religioni, il Genfest propone ai giovani un cambio di prospettiva: non fermarsi al di qua dei muri personali, sociali e politici, ma accogliere senza timori e pregiudizi ogni tipo di diversità».

All’uscita non si potevano non notare gli sguardi lucidi e i discorsi costruttivi dei partecipanti. Questi “millennial” (una buona metà della sala) stupiscono: forse saranno più precari e volatili delle generazioni precedenti, ma le idee chiare ce le hanno. Sanno bucare magnificamente lo schermo, ma sanno pure ascoltare per discorsi impegnativi o ascoltarsi reciprocamente per ore, dal vivo e non solo sui social. E allora, fiducia e niente rimpianti per una presunta epoca d’oro mai esistita: il futuro è l’oro… pardon, loro.

Precedenti articoli sul genfest

 

https://www.cittanuova.it/6-mila-miti-decisi/

 

https://www.cittanuova.it/genfest-parla-tagallog/

 

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