Agosto è il mese in cui l’Italia parte. Si parte per il mare, per la montagna, per tornare nel paese dei nonni, per raggiungere una casa lasciata chiusa durante l’inverno. Ma c’è anche un’Italia che, proprio mentre tutti sembrano partire, si ritrova. Nelle piazze, nei paesi, sotto gli alberi, davanti a un teatro antico. E questa volta non sempre c’è un palco a separare chi fa arte da chi la guarda. A volte basta che qualcuno cominci a suonare.
Nelle Marche, ad Apiro, un piccolo paese per una settimana diventa quasi un mappamondo. È Terranostra, Festival Internazionale del Folclore arrivato quest’anno alla cinquantatreesima edizione. Dal 9 al 15 agosto arrivano gruppi dall’Argentina, dalla Colombia, dalla Francia, dall’Isola di Pasqua, dalla Serbia e dall’Ucraina. Insieme a loro gli Urbanitas, custodi delle tradizioni locali.
Ma non ci sono soltanto gli spettacoli. I bambini giocano insieme ai ragazzi dei gruppi internazionali, le strade si riempiono di artigianato, incontri, musica e persone. Mentre il mondo alza confini, un paese invita il mondo a ballare…
Scendiamo in Puglia, nel Gargano. Dal 6 al 10 agosto Carpino in Folk sceglie tre parole intorno alle quali costruire la propria festa: lentezza, dialogo, Mediterraneo. Parole controcorrente. Qui la cultura popolare non viene sistemata in una teca per essere conservata. Incontra il presente.
La storia musicale e contadina di Carpino diventa un laboratorio aperto, un luogo nel quale radici e futuro possono ancora parlarsi. Perché conservare una tradizione non significa necessariamente tenerla ferma: a volte il modo migliore per salvarla è farla suonare ancora. E magari insegnare a qualcuno un passo che non conosceva.
Poi c’è la Sardegna. Dal 28 al 31 agosto Dantzas attraversa San Salvatore di Sinis, Irgoli, Orosei e Sa Prama. Qui accade qualcosa di semplice e interessante: il pubblico, a un certo punto, smette di essere soltanto pubblico. Ci sono concerti ed esibizioni, ma anche corsi di ballo. Si imparano le danze sarde e quelle delle culture arrivate da altre parti d’Europa. Ci si incontra, si mangia, si ascolta e, soprattutto, si prova. Qualcuno insegna un passo, qualcuno lo impara, qualcuno inevitabilmente lo sbaglia. E si continua a ballare.
È una forma antica di partecipazione che, forse, abbiamo un po’ dimenticato: la cultura non come qualcosa che qualcuno prepara e noi consumiamo, ma come qualcosa che impariamo facendola insieme.
E poi la Sicilia. A Tindari quest’anno il Festival compie settant’anni. Settanta edizioni. Dal Teatro Greco ai borghi del territorio messinese, 33 appuntamenti in 7 comuni portano teatro, musica, danza e performance dentro luoghi che custodiscono una memoria molto più antica di noi. Ma i numeri, questa volta, raccontano soltanto una parte della storia.
Settant’anni significano generazioni diverse che continuano a considerare necessario uscire di casa, raggiungere un teatro, una piazza, un paese e mettersi accanto a degli sconosciuti per ascoltare qualcuno raccontare una storia. Forse è questa la cosa più interessante dell’estate artistica italiana lontana dai grandi tour. Non la quantità. La prossimità.
L’arte torna nei luoghi nei quali le persone vivono. E qualche volta sono proprio quei luoghi a diventare parte dello spettacolo: un borgo, una piazza, un teatro antico, una strada che la sera cambia voce…
Agosto è anche questo. Qualcuno suona. Qualcuno balla. Qualcuno porta una sedia da casa. Un bambino guarda e magari prova. Persone che probabilmente non si sarebbero mai incontrate si ritrovano per qualche ora nello stesso posto, una meraviglia! Non sappiamo se domani saranno diverse. Ma per una sera sono lì. Insieme.
E in un’estate bollente e senza tregua, in cui sembriamo tutti correre e fuggire verso qualche destinazione, scoprire che esistono ancora luoghi nei quali ci fermiamo semplicemente per stare gli uni accanto agli altri mi sembra una piccola, bellissima, buona notizia da diffondere e condividere!
