Sfoglia la rivista
Logo 70°

Ricerca di base
Le parole digitate vengono cercate nel titolo e nel testo degli articoli pubblicati sul sito.
La ricerca mostrerà gli articoli che contengono tutte le parole inserite, indipendentemente dalla loro posizione o dall’ordine in cui le hai scritte.
I risultati sono in ordine cronologico (dal piu recente al meno recente).

Ricerca della frase esatta
Usa il filtro “Frase esatta” per trovare i termini nell’ordine preciso in cui li hai digitati.

Ricerca solo nel titolo
Usa il filtro “Solo nel titolo” se desideri che le parole digitate siano cercate esclusivamente nelle titolo dei contenuti.

Filtri avanzati
Se vuoi limitare la ricerca a una tipologia specifica dell’articolo, utilizza i filtri avanzati disponibili.

Ricerca per autore
Per cercare un autore e i suoi articoli:

  • Digita nome e cognome oppure solo il cognome nel campo ricerca.
  • Nei risultati, clicca sulla scheda dell’autore desiderato.
  • Nella pagina dell’autore troverai la sua biografia e la raccolta completa dei contenuti a sua firma.

Italia > Oltre i pregiudizi

Sopra il Ponte: “More” delle Giudicarie a servizio in maniera creativa

di Paolo Riccio

- Fonte: Città Nuova

Un gruppo WhatsApp, decine di volontari e una rete di aiuto che da anni sostiene famiglie e cittadini stranieri nelle Giudicarie. La storia di “More”, associazione che ha fatto dell’integrazione e della solidarietà la propria missione

Studenti in classe con l’insegnante. Foto di Quilia da Unsplash.

«Qualcuno può dare un passaggio a questa mia amica? E anche stare con i suoi figli un pomeriggio».

Un paio di minuti di silenzio. Poi arrivano le risposte:

«Certo, a che ora?».

«Io posso fare da babysitter!».

«Se serve porto anche qualcosa da mangiare».

In meno di 5 minuti, l’emergenza è rientrata. E bisogna ringraziare More ed il suo gruppo WhatsApp “Sopra il Ponte” per questo. Lì dentro ci sono oltre 60 persone, che ogni giorno aiutano i cittadini di origine straniera delle Giudicarie, in Trentino.

«Facciamo piccolissime cose, quando ci arrivano. È come giocare in porta, un giorno rispondi ad un tiro, un giorno all’altro». Ed è proprio questa l’anima di More, realtà del territorio che ha cambiato faccia e conformazione giuridica negli anni, e del comitato “Sopra il Ponte”. Realtà nate grazie all’intuizione, tra le altre, di Ilaria Pedrini, insegnante di diritto ormai in pensione. Aiutare dove serve, mettendo a sistema i talenti di tutti.

L’associazione nasce nel 2009 non come progetto specifico per i migranti, ma dall’idea di tre donne professioniste di settori diversi, accomunate dall’interesse per l’educazione e l’apprendimento. Tra i soci fondatori c’erano queste tre donne, i mariti di due di loro e una coppia di ragionieri che curava la parte amministrativa.

Come spiega Ilaria, all’inizio More era questo: «Insegnamento dell’italiano agli stranieri, laboratori artistici e supporto allo studio. Poi è arrivato il primo progetto, finanziato dall’ufficio Pari Opportunità della Provincia autonoma di Trento: si chiamava “Dia-logo”, ed era rivolto a donne di diverse nazionalità: Nord Africa, Balcani, Romania e Albania, solo per dirne alcune».

Il progetto ebbe un successo immediato e creò legami profondi. Le donne, che venivano seguite in attività quotidiane, diventarono ben presto socie e volontarie dell’associazione. In quel periodo avviene anche la prima trasformazione: More diventa una semplice organizzazione di volontariato, senza vantaggi fiscali, nemmeno iscritta al Registro del Terzo Settore.

Prende anche forma “AllenaMente”: un doposcuola gratuito per aiutare i giovani a sviluppare un metodo di studio. In poche parole, lì si imparava ad imparare. «Per noi era scandaloso che gli studenti dovessero pagare lezioni private. “AllenaMente offriva supporto gratuito in peer education».

More cresce, si uniscono i genitori dei ragazzi del doposcuola, tra i quali anche Nour-eddine Ben Raiss, muratore di origine marocchina, nel direttivo per oltre 10 anni. Ha imparato cos’è il volontariato grazie all’associazione: «Nella mia nazione il volontariato non è diffuso. Ho capito che era una cosa seria, che valeva la pena impegnarsi». E così è stato, tanto che Nour-eddine è diventato un riferimento per giovani musulmani, come i richiedenti asilo arrivati nel 2015 in Trentino che chiedevano di essere accompagnati alla moschea.

Nel periodo dell’emergenza nazionale degli sbarchi a Lampedusa, una parte dei richiedenti era stata destinata alle Giudicarie. Ed è in quel momento che More decide di mettersi in gioco: «Eravamo pronti ad offrire l’insegnamento dell’italiano, non a gestire una struttura di accoglienza. Ma, non essendoci altre organizzazioni disponibili, abbiamo accettato la nuova sfida. Abbiamo dato il via al progetto “Apriamoci”. Un progetto che ci ha trasformato, di fatto, in un ente di seconda accoglienza dei richiedenti asilo. Ci hanno dato da gestire un albergo, e la cosa, per un certo verso, ci ha snaturati». In quel periodo More assume 5 lavoratori dipendenti per le varie mansioni, ai quali si affiancano una trentina di volontari. Gli stessi che ora sono nel gruppo WhatsApp “Sopra il Ponte”. Con il progetto sono arrivate anche le tensioni.

Alla serata pubblica di presentazione del progetto “Apriamoci” ci si aspettava una cinquantina di persone. «Sono venuti in 400, urlanti, raccolti via Facebook contro di noi». Non solo, l’allora europarlamentare e oggi ministro dei trasporti Matteo Salvini arrivò di persona a Roncone, la frazione nel quale territorio sarebbero arrivati i richiedenti asilo, e raccolse oltre 500 firme di persone contrarie. Va segnalato che, a Roncone, gli abitanti non arrivano a 1500.

Ma non ci si fermò lì: «L’esperienza prese il via, ad agosto 2015, nonostante le minacce. Nel 2017, una notte, qualcuno ha dato fuoco alla porta dell’albergo. Non era la prima volta che accadeva in Trentino, ma negli altri due casi le strutture erano vuote. In questo caso, dentro la struttura c’erano 15 ragazzi africani che dormivano. Per fortuna non si fecero male. Alcuni nemmeno si svegliarono». Ilaria presentò denuncia contro ignoti il giorno dopo, ma l’indagine venne archiviata. «A noi non importava mandare in prigione qualcuno, a noi importava che si capisse la gravità del fatto e che la gente cambiasse idea».

Il progetto è finito nel 2018, ma non senza lasciare tracce. Uno dei volontari del periodo di “Apriamoci”, Bernardo, era un artigiano idraulico, la cui casa di famiglia era vicina all’albergo. Visitava spesso i rifugiati e li guardava anche con l’occhio dell’imprenditore, cercando potenziali operai. Ne trovò uno, lo prese sotto la sua ala. «Quando il ragazzo si è ammalato di leucemia, se l’è portato a casa. Lui è morto lì, a Roncone, e lì ha voluto essere sepolto. Bernardo e sua moglie non erano più volontari, erano diventati la famiglia di questo ragazzo».

Durante il lockdown del 2020, More ha capito che c’erano nuovi bisogni: per esempio, molte mamme straniere non sapevano accedere al registro elettronico scolastico per ricevere le comunicazioni online dei figli. Sono stati organizzati quindi corsi di informatica per donne straniere, poi corsi di ginnastica, cucito e altre piccole attività di riuso. Negli anni l’associazione ha quindi cambiato faccia e conformazione giuridica, adeguandosi ai nuovi bisogni della comunità. Alcuni progetti, “AllenaMente per esempio, non sono mai venuti meno, altri si sono trasformati, come il mondo intorno a More.

Oggi in Giudicarie la percentuale di stranieri tra la popolazione adulta è circa il 10%. Ma guardando solo i bambini alle elementari, si arriva in alcune classi a sfiorare il 50% di bambini con genitori non italiani. Giovanni Assenza, un volontario che negli anni ‘90 è stato assessore alle politiche sociali del comune di Tione di Trento, nota le trasformazioni avvenute: «Ad oggi noto una situazione sociale positiva, una normale convivenza multietnica. Si sono però manifestati dei problemi più strutturali, acuiti dal fallimento del referendum sulla cittadinanza».

Si aggiunge anche Nour-eddine: «Molti immigrati non riescono ad accumulare abbastanza anni contributivi e si ritrovano con pensioni bassissime. Se rimangono in Italia con 500€ non riescono a vivere. Se volessero tornare nel Paese d’origine, dove potrebbero vivere meglio con quella cifra, perderebbero i diritti maturati nello Stato italiano». E poi c’è il problema delle case: per i migranti è sempre più difficile trovare degli alloggi a prezzi accessibili.

La famiglia di Giovanna, socia di More, ha provato una soluzione: il cohousing. Hanno ristrutturato il primo piano della propria casa in cui viveva ormai da solo Roberto, il cognato anziano, e lo hanno affittato ad una famiglia macedone con tre bambini, già nota a More perché il maggiore partecipava al doposcuola. Nel contratto è stabilito il reciproco vantaggio: un alloggio a canone adeguato e un’assistenza attenta alle esigenze della persona anziana convivente.

Per Ilaria questo è un possibile sviluppo dell’associazione. «Mettere insieme i bisogni e le risorse, quelle di noi, tutti tendenzialmente anziani, e quelle delle giovani famiglie migranti. Cohousing sarà la nuova parola d’ordine nella nostra prossima assemblea».

Riproduzione riservata ©

Esplora di più su queste parole chiave
Condividi

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile
e i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza!
Per informazioni: rete@cittanuova.it

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876