«Un caleidoscopio di potenza faustiana». Così qualcuno ha definito la Quinta Sinfonia di Gustav Mahler – composta nel 1902 –, per quel senso di nevrosi e precarietà che attanagliava gli esseri umani dei primi anni del Novecento, portandoli vicino all’angoscia del Nulla, così tipica delle filosofie esistenzialiste. Qualcosa di questa idea metafisica ci sembra di percepire nella creazione Five Days in the Sun del coreografo Emanuel Gat, dove, su quell’attacco musicale di tromba e l’intervento improvviso dell’intera orchestra che esegue una marcia funebre, una donna dalla lunga veste rossa e il volto velato (la ritroveremo nel finale con altre due donne, una vestita di bianco, l’altra di nero), segna l’inizio dello spettacolo.
La sua presenza è subito accompagnata dall’ingresso di due uomini dalle leggere e trasparenti tuniche color sabbia (costumi di Inez Vicher), e, ancora, popolata dall’ingresso di altre figure. Il loro movimento corale, fluttuante ed energico, che attraversa, da lì in avanti, tutta la vasta scena, segnerà un altro orizzonte emotivo, vicino ad una dimensione più spirituale. Che interpretiamo come una continua morte e rinascita, una lotta tra luce e oscurità.
Lo esprimono anche le luci – firmate dallo stesso Gat insieme alle scene – alternando semioscurità e bagliori di aurore e di albe di un deserto ventoso. Vira così verso altre atmosfere evocative la coreografia tessuta da Gat sulla partitura mahleriana, che non intende illustrare la potente musica tardo-romantica del compositore austriaco, ma tessere piuttosto un dialogo tra corpi e suono.

Five Days in the Sun_ph Julia Gat ©JG
Astratta è infatti, sempre, la danza del coreografo di origine israeliana – francese dal 2007 dove risiede, a Marsiglia, con la sua compagnia –, la cui cifra stilistica nasce spesso sulle grandi opere sinfoniche. Five Days in the Sun, che ha aperto con successo la Biennale Danza di Venezia, si struttura in quattro quadri coreografici – uno per ogni movimento sinfonico, escludendo il quinto –, segnati ciascuno dalla discesa e risalita del sipario del Teatro Malibran. Sono voluttuosi vortici corali, ariose aperture in libertà alternate a più intime sequenze, con momenti di assoli, duetti, quartetti, gruppi in attesa, tra entrate e uscite dalla scena frontale sagomata da cinque soglie aperte, spazio di soste e riprese. A sospendere lo slancio dei corpi dalle vesti svolazzanti, è l’irrompere dei performer dai mutati costumi casual.
La comunità che si forma è del nostro presente, turbato da azioni rivoltose di una figura in nero, successivamente contrastata da un’altra in bianco. I movimenti frenetici dell’ensemble ora seminudo, trovano quiete nell’ultimo quadro quando, nel controluce arancione si stagliano i magnifici dodici danzatori, mentre inizia il celebre Adagietto di Mahler che rimanda immancabilmente al film Morte a Venezia di Luchino Visconti. Sul sottofondo di voci di bambini e del garrire di gabbiani che suggeriscono l’ambientazione di una spiaggia, le note calde e profonde dell’arpa e degli archi si distendono sui corpi dei danzatori che da terra si rialzano tornando a vestire le ampie tuniche, modellando nelle loro posture un imperscrutabile anelito spirituale.
