C’è più d’un passaggio, nell’interessante documentario che Sky sta per dedicare ad Andy Warhol, in cui si tocca il mondo spirituale dell’inventore della Pop Art. Quest’aspetto più intimo, meno narrato e certamente vistoso dell’artista, è incastonato in (almeno) un paio di momenti tra i 90 minuti di Andy Warhol – American Dream: in prima visione, domenica 26 luglio, alle 21.15 su Sky Arte.
Si tratta di un viaggio nelle radici artistiche e familiari dell’ideatore della Factory di New York, ricco di testimonianze che contribuiscono a rendere il ritratto esaustivo e articolato, piuttosto nutriente.
Tra queste, oltre alle parole dell’amico d’infanzia John Zavacky e dello storico dell’arte e della cultura, Steven Watson, quelle di due nipoti dell’artista: Donald Warhola, vicepresidente della fondazione Andy Warhol, e James Warhola, illustratore e pittore. È il primo a spiegare le origini «molto umili» del genio creativo americano, con la madre Julia e il padre Andrew immigrati dalla Slovacchia orientale, da una zona rurale tra i monti Carpazi.
È un tema che torna, quello delle origini e del rapporto con i genitori (la madre donò la creatività ad Andy e il padre la cultura del lavoro e dell’ingegno) in questo documentario che parla della formazione, delle scoperte, dei percorsi, del successo, degli incontri, dell’unicità e del mondo interiore dell’artista nato in una Pittsburgh siderurgica, con operai e acciaierie.
La vita di Andy Warhol nasce dunque da una storia di migranti, confermata dal fatto che a Ellis Island, sul muro dedicato a chi giunse in cerca di futuro nella New York d’allora, ci sono i nomi di sua madre e di suo padre.
La famiglia Warhola, in particolare la madre Julia, era profondamente religiosa (greco cattolica) in forte continuità con la cultura di appartenenza, ed ecco le prime parole che ascoltiamo sul solitario, silenzioso, eppure esistente, autentico, sentire religioso del pittore e poi regista, e poi diverse altre cose: «La religione era per lui una questione privata», e più avanti, dalla voce del nipote, sentiamo: «So che anche zio Andy era credente, rimase credente fino alla fine». Ancora: «Nella sua carriera e nella sua vita la religione ebbe un ruolo importante».
Certamente, continuano le testimonianze, Warhol era «fortemente affezionato alla madre e alla sua educazione religiosa» e la sua passione per un certo tipo di immagini poteva avere, almeno da un punto di vista visivo, un legame con le tante icone religiose osservate nella chiesa del quartiere, luogo di per sé foriero di emozioni.
Certo è, che questa traccia spirituale si muove sottilmente nella ricostruzione dettagliata del cammino esistenziale e artistico di Warhol, ben sintetizzato da questo racconto. Affiora qua e là, tra la descrizione della sua salute cagionevole da bambino, dei suoi studi e delle prime opere che subito provocano emozioni. Tra le varie sfumature e sfaccettature del personaggio, da timido a superstar. Tra la sua capacità di porsi naturalmente in contrapposizione con l’arte di allora.

ph Ufficio Stampa Sky-MNcomm
Si passa per l’arrivo, alla fine degli anni ’40, di Warhol a New York e per gli inizi professionali come illustratore commerciale nella moda, con la tecnica del “blotted line”.
Si attraversa la sua distanza dall’espressionismo astratto (Pollock) e la sua capacità di comprendere le opere degli altri (Warhol ama Duchamp).
Si arriva al suo cambiare il significato di un oggetto banale, elevandolo a opera d’arte, ai suoi aforismi, alla collezione “Cambpell’s soup”, ai personaggi ruotati intorno a lui, alle sue contraddizioni, ai suoi segreti, alla suo rapporto con l’immagine scelta.
Si sosta sulle sue serigrafie, sul 1962 e sul 1967. Sulle case e gli spazi di Andy Warhol, sulla sua attitudine a sperimentare e creare scalpore, sulla serie “Death and Disaster”, sul suo essere vulcano di idee, progetti, sulla Factory, e soprattutto, sempre, sulla sua concezione di arte: «Ridefinì ciò che noi vediamo e consideriamo arte», spiega un’altra puntuale ed efficace voce.
Eppure, quella «sua vita da persona religiosa – aggiunge un’altra testimonianza di Andy Warhol – American dream – credo che fosse sincera e molto profonda, e coesisteva con il resto». Con le sue opere e i suoi mondi intersecati, con la sua vita prima e dopo l’attentato subito, con la sua vitalità complessa e ricca, coi suoi contrasti e tutto il resto che il documentario pronto ad essere trasmesso su Sky Arte prova a inserire dentro sé stesso.
