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Cultura > Arte

Firenze ritrova Giotto

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Dopo quattro anni, concluso il restauro degli affreschi francescani in Santa Croce. Una meraviglia.

La morte di Francesco. Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto: Cartella Stampa su www.santacroceopera.it

Gesti, sguardi. E architetture spalancate che rendono quasi un ciborio la Cappella Bardi che i banchieri fiorentini hanno commissionato a Giotto dopo il 1317. Sei scene fondamentali della storia di san Francesco, con la volta a crociera – le Virtù francescane – e l’affresco con la Stigmatizzazione del santo sopra l’ingresso, all’esterno. 

La cappella, liberata dalle ridipinture del 1851 quando fu riscoperta sotto l’intonaco ed anche dall’ultimo restauro del 1959, si presenta, nonostante le lacune evidenti, come un complesso forte ed unitario. C’è una monumentalità non solo nelle architetture, ma nelle figure plastiche espanse sin quasi all’inverosimile, tanto che viene subito da pensare a Masaccio e al Michelangelo estremo della Cappella Paolina in Vaticano.

È un Giotto che “scolpisce” un Francesco diverso da quello di Assisi, rappresentato come un santo epico e miracoloso, con la barba e il saio marrone. Qui Francesco è glabro, giovanile, bellissimo, fresco di una armonia evangelica, vestito come i frati di grigio o di marrone. I colori sono meravigliosi, dolcissimi, con chiaroscuri ombrati e levigati, con la linea sicura e musicale che crea i volti, i gesti, le cose in una espressività ampia che accoglie l’essenziale. 

La rinuncia dei beni paterni. Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto: Cartella Stampa su www.santacroceopera.it

Pittura di spazi. Nella scena della Rinuncia ai beni le figure sono scandite con intervalli spaziali ben precisi, come se i sentimenti – l’ira di Bernardone, lo stupore della gente, la preghiera del santo – avessero bisogno di pause per poter arrivare intatti fino a noi. È infatti la purezza essenziale delle emozioni che governa il ciclo. Nella scena della Apparizione del santo ad Arles dentro un ambiente aperto, classicheggiante, con il tetto di cui si intravedono luminose le tegole rosee, i ritratti dei frati sono un capitolo stupendo a sé: Giotto indugia a precisare con la linea i contorni dei volti, le espressioni di meraviglia o di ascolto. È una umanità stupita, innocente, un coro silenzioso che ci riempie di commozione.

Brillano i gialli nella scena della Prova davanti al sultano, un interno tappezzato di tessuti fioriti, come brillano i monti nella Stigmatizzazione così dilatata, immensa, scabra.

La prova del fuoco davanti al Sultano. Cappella Bardi della Basilica di Santa Croce, Firenze. Foto: Cartella Stampa su www.santacroceopera.it

 

Un momento di poesia straordinaria è raggiunto nella Morte del santo. La sinfonia dei grigi e dei marroni delle tonache dei frati, i loro volti-ritratti contemporanei dipinti uno per uno diversi dagli altri, i sentimenti di sorpresa, di dolore, di estasi sono stati rivelati dal restauro con una potenza, una lucidità ammirevoli. 

Il Giotto della cappella Bardi è un Giotto maturo, canta un epos religioso come una sinfonia corale, che è poi la cifra tipica del pittore specie nelle ultime opere. 

Bisogna avere la possibilità di contemplare da soli o in silenzio queste storie fino alla scena di Francesco davanti al papa. Eccezionale. Lui è un ragazzo puro, chiarissimo, incantato, glabro come un adolescente, candido davanti alla solennità pontificia. Forse il più bel ritratto del santo, libero dalle agiografie ascetiche: qui è ritratta la sua anima. Giotto ci è riuscito. È una storia sacra, certo, ma pure profondamente umana. La bellezza della luce che governa uomini e cose Giotto l’ha captata e il restauro ce l’ha ridata, grazie al lavoro indefesso e amorevole dell’Opificio delle Pietre Dure fiorentino.

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