Seven ages del geniale coreografo Marco Goecke, è uno degli spettacoli che più ci ha colpito nei giorni del 69° Festival di Spoleto. Una meditazione sull’esistenza umana, Seven ages è un viaggio fisico ed emotivo profondo, che ha la forza di diventare un’immagine simbolo dell’uomo colto nelle diverse fasi della vita. La rende tale il superbo spessore performativo di Matteo Miccini, danzatore iconico e sensibile di questa e di altre coreografie di Goecke.

Seven ages – coreografia Marco Goecke – con Matteo Miccini (ph Damiano Mongelli)
Un’interpretazione di tale intensità e adesione, da saper tradurre posture e movimenti scolpiti dal suo rigore tecnico, e fisico, in echi dell’anima. Che dalla sua giungono alla nostra. Con lui c’è la musica del compositore e pianista Kirill Richter – una suite in 7 movimenti per pianoforte, violino e violoncello –, il cui tessuto sonoro, dal minimalismo espressivo, sprigiona atmosfere intime e aperte, inquiete e ironiche, che creano e suggeriscono intensi stati emotivi e psicologici.

Kirill Richter al pianoforte, Jérémie Visseaux al violino, Seven ages, coreografia Marco Goecke (ph Damiano Mongelli)
Seven ages nasce dall’incontro tra Richter e Goecke, ispirato alle “7 età dell’uomo” secondo la visione che William Shakespeare ne fa nella poesia tratta dalla commedia Come vi piace. Lì un personaggio paragona il mondo a un palcoscenico. E un doppio palcoscenico circolare a rappresentare il ciclo della vita – due ampi anelli con un corridoio in mezzo cosparso di petali neri –, è la grande installazione collocata al centro del cortile della Rocca Albornoziana di Spoleto dove lo spettacolo site-specific ha debuttato per il Festival dei Due Mondi. Muovendosi sulla struttura lignea, attorno, sopra e dentro, Miccini percorre il fluire della vita dall’infanzia alla giovinezza alla vecchiaia. Inizialmente a torso nudo, prende forma dal risveglio iniziale con il corpo sdraiato che tremando si inarca. Prenderà vita dal vigore e dagli impulsi che lo animano. Indosserà poi, alternando, una camicia bianca, una maschera di petali – un po’ Petruska, un po’ Arlecchino –, un lungo pastrano nero. Avrà sentimenti di stupore, di stanchezza, di euforia, di paura, di ironia; griderà la sua solitudine, conoscerà il silenzio, sosterà guardando il cielo, fumando una sigaretta, con lo sguardo lontano, pensieroso, poggiando il mento sulla mano come una scultura di Rodin; percorrerà il cerchio avanti e indietro, poi con un sottile ramo in mano solcando la terra, che infine spezzerà.

Seven ages – coreografia Marco Goecke, con Matteo Miccini (ph Damiano Mongelli)
Tutta la danza è caratterizzata da una tensione espressa o latente, un furore plastico e scosso, pacato e poetico. Sono gesti che esplodono e implodono tra fragilità e resistenza, vigore e debolezza, rovina e rinascita. Miccini spezza le articolazioni con quel vibrato nervoso, tremulo, specie dal busto in su, delle braccia e delle mani – che sembrano rami d’albero – tipico del vocabolario coreografico di Goecke, liberando una memoria custodita di emozioni, storie, sentimenti. Le innesta nel respiro di tutto il corpo, nei suoi spasimi, sussulti, contrazioni, rilasci, sulle note musicali che li accompagna. E lascia un segno indelebile.
