Ieri sera, a Santa Maria degli Angeli, il cardinale francescano Pierbattista Pizzaballa ha raccontato cosa significa davvero restare. Sembra una parola semplice, ma detta da chi vive ogni giorno in una terra in cui tanti vorrebbero soltanto scappare, diventa una scelta radicale.
Pizzaballa ha raccontato che dopo il 7 ottobre e la guerra di Gaza è cambiato tutto: il linguaggio, le relazioni, la fiducia. Gli israeliani hanno paura di essere annientati mentre i palestinesi hanno paura di essere cacciati dalla loro terra o di morire sotto le bombe. Ognuno guarda l’altro attraverso il proprio dolore e finisce per vederlo soltanto come una minaccia. In una situazione così fugge anche chi non parte.
Il cardinale ci ha raccontato che si può restare fisicamente in un luogo e non esserci più davvero. Ci si può nascondere dietro il proprio ruolo, dietro parole prudenti, dietro una neutralità talmente equilibrata da non dire più niente. Ha raccontato di aver dovuto cambiare il suo modo di essere pastore. Andare dalle persone, visitarle, ascoltarle, far sapere loro: io sono qui. Con che rischi non lo ha raccontato, ma lo possiamo immaginare.
Ogni volta che sento nominare Pizzaballa penso a una persona capace di stare nel caos senza lasciarsi travolgere e capace di fare la scelta giusta. E invece ieri sera ci ha raccontato una cosa diversa. Non quella di un uomo che aveva sempre la risposta, ma quella di un uomo che ha deciso di restare anche quando non sapeva quale fosse la risposta. Nonostante tutto ha deciso restare ed esporsi, metterci la faccia. Ha accettato il rischio di sbagliare e infatti lo ha detto con una sincerità e umiltà di chi sa che a volte conta il metodo e la perseveranza più del risultato immediato: ho sbagliato molto, ha detto.
Forse è proprio questa la parte più francescana del suo modo di stare nella realtà. Francesco entrava nel conflitto disarmato, come raccontano diversi episodi della sua vita, non solo l’incontro con il Sultano. Ci entrava non senza una verità o una propria postura, ma senza trasformare la verità in un’arma contro l’altro. Non stare sopra le persone, provare a starci accanto.
Pizzaballa ha raccontato dei ragazzi di Gaza che, nonostante l’università bombardata, si sono organizzati per ricominciare a studiare. Gaza non è soltanto distruzione: è anche una vita che continua a cercare spazio. Ha raccontato di essere andato lì in mezzo a loro e dire “come cattolici rifiutiamo la violenza da qualsiasi parte venga “ con la paura di essere frainteso o contestato e invece è stato applaudito fragorosamente.
Mi viene in mente Paul Ricoeur, che il sé passa sempre attraverso l’altro. Non diventiamo davvero noi stessi chiudendoci nella nostra identità, ma passando attraverso l’incontro con chi è diverso da noi. Questo non è un modo elegante per dire che tutti hanno le stesse responsabilità. Pizzaballa è stato molto chiaro: bisogna rispettare il dolore di tutti, ma le responsabilità sono diverse e vanno riconosciute. Amare tutti non significa confondere tutto. Significa non permettere che il dolore, la colpa o l’appartenenza cancellino completamente il volto dell’altro.
Nella stessa comunità cristiana di Terra Santa ci sono cattolici israeliani che combattono a Gaza e cattolici palestinesi che vivono sotto quel fuoco. Ci ha confidato, nell’intimità di quella piazza, le domande difficili di chi è chiamato ad avere una responsabilità: come si fa a essere pastore di tutti? Come si resta nella verità senza rifiutare nessuno? Come si ama senza diventare neutrali davanti all’ingiustizia? Non ci sono risposte facili a portata di mano. Ha parlato di una scelta da rifare ogni giorno: stare nella verità, nella giustizia e nell’amore, anche quando tenere insieme queste tre cose sembra impossibile.
E ha ricordato che non basta dire di essere contro la violenza. Esiste la violenza delle armi, che per me rimane il motore economico e sistematico della violenza. Ma anche quella delle parole, dell’indifferenza, della disumanizzazione.
Bisogna cercare, dentro ogni popolo e ogni comunità, le persone che stanno ancora cercando la pace. Perché saranno loro, quando questa tragedia finirà, a dover ricostruire ciò che oggi viene distrutto. Questa testimonianza non riguarda soltanto la Terra Santa. Riguarda il modo in cui parliamo, le parole che condividiamo, il dolore che scegliamo di vedere e quello che preferiamo ignorare. Il modo con cui decidiamo di restare di fronte alla complessità. Riguarda la facilità con cui riduciamo una persona alla parte a cui appartiene. Riguarda le nostre comunità, la politica e l’economia, le relazioni quotidiane.
E ci lascia una domanda per niente comoda: dove stiamo fuggendo, pur essendo rimasti?
Non siamo tutti chiamati a risolvere la guerra. Ma possiamo scegliere se alimentare l’odio o custodire uno spazio in cui l’altro resti ancora umano. Possiamo cercare e sostenere chi costruisce pace. Possiamo decidere di esserci, invece di limitarci a commentare.
Alla fine Pizzaballa ci ha lasciato con una frase che sembra un controsenso rispetto a quanto detto: “questa guerra ci ha tolto la capacità di volerci bene. Abbiamo bisogno che qualcuno ci dica che ci volete bene, a tutti”.
Per capirla, forse, non basta la logica del nostro tempo, che ci abitua a dividere il mondo tra chi ha ragione e chi ha torto, tra amici e nemici, tra vincitori e sconfitti. Bisogna riscoprire quella radice mediterranea, quella cultura in cui l’identità non nasce contro qualcuno, ma dall’incontro, in cui la verità non elimina la relazione, in cui il volto dell’altro viene prima dell’etichetta che gli attribuiamo.
Nella testimonianza di del cardinale Pizzaballa ci leggo l’intuizione che attraversa il francescanesimo: non stare fuori dalla storia proclamando la pace, ma entrarci dentro disarmati. Restare e metterci la faccia. Continuare ostinatamente a cercare, in ogni popolo e in ogni comunità, chi non ha rinunciato a essere fratello.
