In una piccola sala ombrata, giunge a noi il tepore della tela di Jan Vermeer (cm. 46,5 x 39) degli anni 1662-1665. Entro una cornice decorata con misura, il quadro canta la poesia di un gesto semplice – la lettura di una lettera– in un ambiente borghese, immersa nella luce tiepida dell’inverno, che rischiara la parete in verde, si posa sulla carta geografica dell’Olanda appesa, si annoda in ombre sul panno sopra il tavolo, scivola tra le poltrone verdi.
È la stessa luce pallida e timida a inondare il volto della donna dai capelli rossi annodati, percorso da un tocco chiaro, presa dalla lettura. Un gesto normale, senza poesia apparentemente, innocuo. C’è posto per l’arte, per la bellezza? La luce vaga sulla giacca blu della donna incinta – forse la moglie del pittore –, la chiarifica qua e là di celeste e bianca morbidamente nelle ombre: la sinfonia dei bianchi, verdi e azzurri è completa dentro la stanza.
Ma questa camera, questa donna, questo gesto non-gesto, questa immobilità silenziosa acquista, soffermandosi ad osservare con attenzione, e scoprendo ogni cosa animarsi e prendere vita, la dimensione di un presente reale certo, ma che lievita in qualcosa di leggero, di armonioso che trascende le cose, la persona, e le immerge in una realtà quasi sacra: quella di un presente che la luce e il colore rendono eterno. È la magia dell’arte che nobilita e rende bella anche la cosa e il gesto più “normale”. Nell’arte tutto ha valore, tutto può divenire bellezza, se il creatore – Vermeer – possiede un’anima capace di trasfigurazione.
Ed allora non importa troppo se non sapremo mai il contenuto della lettera e nemmeno chi sia davvero la donna. È un mistero bello, dolce, come i nastri rosa e blu che spuntano nella giacca della signora.
Un mistero che però si svela nell’essenziale: la forza timida della luce che fa respirare la tela, rende vivi i colori, presenti le cose. Ma con delicatezza, con la sensibilità per il mondo femminile tipica di Vermeer – artista di cui sappiamo poco – che lo dimostra anche in altre opere, come La lattaia o La ragazza con l’orecchino di perla. Piccole tele, gesti e persone semplici, forse ovvie, eppure cariche di un sentimento profondo, tattile, vasto. Qui, la sospensione, la concentrazione, forse la trepidazione, una attesa colmata. Fermata dal pennello in un presente-presente che rende l’attimo immobilmente eterno, come l’ombra dietro una sedia contro il candore della parete.
Poi quest’attimo, come l’ombra, cederà il posto ad un altro successivo, ma la “sacralità” del gesto e del luogo non andranno perduti. Continuerà. La bellezza di un’arte senza clamori, sussurrata, intima. Raccoglie anche noi, ci fa bene sostare senza fretta nella piccola sala con Vermeer e accogliere la sua poesia del quotidiano, dove tutto è sacro, e bello. E nulla, di quel presente di poesia, va perduto.
La donna che legge una lettera, dal Rijksmuseum di Amsterdam. Fino all’11.10. Roma, Palazzo Barberini.
