Delocalizzazioni e strategie dei territori

Al pericolo del capitalismo usa e getta si può reagire con una forte alleanza tra politica e società, per evitare la fuga di aziende in altri Stati, come stava per accadere con la Whirlpool

La mobilità delle imprese è un fenomeno che attraversa storia e geografia economica . Chi ha viaggiato nella rust belt (cintura della ruggine), compresa tra i monti Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi degli Stati Uniti d’America, dove sorgono grandi città come Detroit, ha potuto osservare il decadimento fisico, economico e sociale di una regione che un secolo fa era l’avanguardia del sogno americano.

Nella terra della frontiera, fatta eccezione per i nativi che hanno un rapporto vitale con il territorio, il movimento è nel DNA della gente che con relativa agilità si sposta dove ci sono le opportunità. Tuttavia anche nella terra a stelle e strisce questo è vero fino a un certo punto, tanto che Trump ha vinto le elezioni proprio con il voto dell’elettorato disilluso della “rust belt” e di altre periferie dimenticate.

Il tema diventa più pregnante per quelle popolazioni e culture, come quella italiana, che hanno un forte radicamento territoriale. Per molti italiani è naturale immaginare di lavorare nei luoghi dove sono nati e cresciuti, tanto che la mobilità è spesso fonte di disagio.

La globalizzazione economica, iniziata dagli anni ’80 del secolo scorso, con il forte aumento della libera circolazione di beni e servizi e la maggiore facilità di spostamento dei siti produttivi negli stati (e nelle regioni) più attrattivi dal punto di vista dei costi del lavoro e della fiscalità, ha riscritto profondamente il rapporto fra lavoro e territori.

L’apertura, forse troppo frettolosa, ai mercati internazionali con l’ingresso di prodotti a basso costo di produzione ha annientato anche nel Belpaese interi settori della manifattura. Basti pensare al settore tessile e alla narrazione di Edoardo Nesi in “Storia della mia gente” dove racconta la metamorfosi di Prato.

Altrettanto problematico è talvolta il rapporto con le imprese multinazionali che si insediano da noi. Ai molti casi positivi si affiancano episodi di quel capitalismo “estrattivo” che si installa, per godere di frutti di breve termine, e poi abbandona territori che hanno investito decenni nei saperi e nelle competenze delle persone.

C’è poi un tema dimensionale in cui in cui le grandi imprese hanno una posizione dominante sul mercato del lavoro locale che le mette in condizione di avere un forte potere contrattuale. Il caso Ilva è paradigmatico.

Come se ne esce? A mio parere bisogna partire da un dato. Viviamo un’epoca di connessioni ed interdipendenza che generano grandi opportunità – una piccola impresa può facilmente vendere nel mercato globale -, ma espone al rischio di infragilire interi settori dell’economia come pezzi di territorio.

Occorre decidere, è questo compito spetta alla politica, quando è positivo per un territorio aprirsi ai “flussi economici” (merci, servizi e capitali) e quando vanno messi alcuni “attriti” per proteggere l’ambiente fisico e sociale. Gli “attriti” possono essere regolamentazioni e barriere (anche tariffarie) di ingresso e uscita. E queste vanno modulate a livello di grandi aree come l’Europa, di Stati e Regioni, fino alle nostre municipalità. In fondo sul tema migratorio, per quanto in modo discutibile, questo si sta facendo.

Vanno messe in campo “strategie di territorio” che necessitano di attivare non solo la politica rappresentativa ma anche quella deliberativa dei cittadini che abitano i luoghi di vita e lavoro, in processi partecipati per concorrere a definire il modello di sviluppo che desiderano per loro e i loro figli.

A questi attori politici, parte di un eco-sistema fatto di imprese, istituzioni pubbliche e società civile, spetta in primis il compito di indirizzare la creazione e il mantenimento delle condizioni per un sano sviluppo economico.

Abbiamo esempi virtuosi di crisi aziendali superate grazie al coraggio e alla creatività di politici, imprenditori, finanza e lavoratori che amano i propri luoghi, affiancati da protagonismi civici che vanno a rigenerare luoghi di vita e di lavoro precedentemente abbandonati o degradati.

 

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