A sentire come vanno le cose a Ceuta, dopo venti giorni dell’enorme afflusso di persone via mare, e dopo un secondo tentativo di “invasione” (direbbe qualcuno) il 15 agosto, che la polizia marocchina ha sventato, viene da porsi delle domande sul concetto di “responsabilità”, o meglio sull’etica della responsabilità. È forse questo l’intrigo che “nuota” (così come hanno nuotato i migranti per raggiugere la costa spagnola) nella mente di tanti comuni cittadini quando sentono parlare degli attacchi al governo spagnolo per il modo di affrontare questa crisi: critiche da altri Paesi europei, critiche dal partito di opposizione, critiche dal presidente della città autonoma di Ceuta, critiche da diversi governi regionali, che dovrebbero assumere la redistribuzione dei migranti minorenni, critiche da diverse ong e organismi internazionali… Insomma, un mare di critiche. E alcune fino al punto di rasentare la sfera strettamente personale.
Durante questi venti giorni, oltre il primo ministro Pedro Sánchez, altri ministri hanno visitato la città autonoma. Sono otto i ministeri coinvolti nella gestione della crisi: Interni, Esteri, Difesa, Gioventù e infanzia, Politica territoriale, Sanità, Inclusione e migrazioni, Economia. Lunedì 17 agosto, mediante videoconferenza, Pedro Sánchez ha tenuto una seconda sessione con i rappresentanti di questi ministeri per «valutare la situazione a Ceuta e coordinare la risposta dell’Esecutivo alle conseguenze dell’ingresso di massa registrato in città alla fine di luglio», spiegano da Palazzo Moncloa (sede ufficiale del Governo del Regno di Spagna). Tra le principali questioni all’ordine del giorno: «La situazione delle persone rimaste a Ceuta, il loro alloggio e la loro assistenza, l’identificazione dei nuovi arrivati, l’elaborazione di eventuali domande di protezione internazionale, le procedure di rimpatrio». Alcune misure eccezionali sono state già adottate, si rivelano però insufficienti e tardive, considerate le dimensioni della crisi. Sì, perché 20 giorni sono tanti per le migliaia di persone che devono sopravvivere per strada. Anche per i cittadini di Ceuta la situazione è diventata insostenibile.
Ed è l’attività dei cittadini quella che attira enormemente l’attenzione dei giornalisti: perché ong, associazioni locali e anche privati si stanno adoperando per accogliere e assistere i migranti. Parlando dei minorenni, racconta la giornalista Laura Llach: «I più fortunati hanno trovato rifugio grazie alla solidarietà dei vicini, come chi trascorre la notte all’aperto in un campo da futsal [calcetto] recintato, e trasformato in un accampamento improvvisato dagli abitanti del quartiere La Reina». Ci sono però tanti altri migranti meno fortunati, come quelli rifugiatisi nel vecchio polo industriale del Tarajal o sulle spiagge della città. «Molti bambini – continua Llach – portano ancora i segni delle ferite […]. A causa delle scarse condizioni igieniche e della mancanza di accesso alle cure, alcune di queste ferite si sono infettate».
Tornando alla “responsabilità”, non è male chiedere agli esperti. Carlos Ayala Ramírez, filosofo e teologo salvadoregno, dell’Università Centroamericana “José Simeón Cañas”, afferma: «Alcuni degli aspetti che richiedono una risposta responsabile sono l’inclusione sociale, la parità di genere, la giustizia economica, la tutela dell’ambiente, la sicurezza dei cittadini e l’integrità del servizio pubblico». E aggiunge: «L’etica della responsabilità è esattamente l’opposto di una semplice etica del successo, che considera buono tutto ciò che funziona o fornisce benefici, potere o vantaggi. Questo approccio porta a giustificare qualsiasi mezzo in base al fine».