Il Mediterraneo, da secoli crocevia di civiltà, è diventato negli ultimi decenni teatro di conflitti, naufragi, barriere materiali e simboliche. L’idea dell’Università del Mediterraneo nasce in questo contesto, rovesciando l’immaginario del mare-confine per ripensarlo come mare-centro, luogo di cooperazione strutturale.
Riprende il sogno lanciato da Romano Prodi nel 2001, quando, alla guida della Commissione europea, propose un sistema di università mediterranee per bilanciare l’attenzione dell’Unione tra Est e Sud, riconoscendo che il Mediterraneo era altrettanto decisivo per il futuro europeo quanto l’allargamento orientale. All’epoca l’idea non trovò consenso.
Nel 2023, dopo anni di disinteresse istituzionale, quando Prodi intravede che il progetto sta per arenarsi definitivamente, alcune associazioni e movimenti della società civile italiana decidono di proseguire il cammino. Nel giro di poche settimane, quella rete guadagna il sostegno convinto di nuove realtà associative, di sindaci e amministratori locali, di personalità politiche di diverse sensibilità. Il progetto, che sembrava un sogno isolato, diventa una piattaforma capace di parlare con molte voci per accompagnare con determinazione una strategia condivisa.
La svolta avviene quando la Commissione europea, su impulso della Commissaria Dubravka Šuica, inserisce l’Università del Mediterraneo nel “Patto per il Mediterraneo” come progetto faro all’interno del Social sector, education, skills & health, dopo che il Parlamento europeo ne aveva già avvallato l’inquadramento strategico con il sostegno della sua presidente Roberta Metsola. Il 17 aprile scorso la Commissione approva l’Action Plan per il biennio 2025/2026, con un primo finanziamento di 11 milioni di euro e altri 50 per la fase iniziale, conferendo al progetto una forma istituzionale stabile.
Il comunicato della Commissione Europea che da Bruxelles presenta il “Patto per il Mediterraneo” parla di rafforzare la cooperazione e i legami economici, di uno spazio comune resiliente e sicuro, fondato su principi di “cotitolarità, cocreazione e responsabilità condivisa”. Con un approccio pragmatico, punta a generare vantaggi reciproci, dalla produzione di energia pulita alla mobilitazione di investimenti privati. L’Università mediterranea viene annunciata all’interno del primo pilastro, quello che vede le “persone come forza trainante del cambiamento, delle connessioni e dell’innovazione” con la “responsabilizzazione dei giovani e della società civile”
Il Piano d’azione prevede una fase fondativa particolarmente delicata: si tratta di costruire le basi istituzionali e la fiducia tra partner lontani. Un Segretariato permanente dovrà individuare le sedi e coordinare le relazioni tra le università partner, avviando anzitutto uno studio di fattibilità per la futura istituzione universitaria.
In parallelo verrà creato un portale “Study in the Mediterranean”, sul modello del già esistente “Study in Europe”, per raccogliere e rendere accessibili tutte le opportunità di mobilità accademica nella regione MENA, che raccoglie i Paesi del Medio Oriente e Nordafrica, e nell’Unione Europea.
L’obiettivo è la costruzione di consorzi accademici pilota in settori strategici ma non politicamente sensibili: ingegneria, economia, scienze ambientali, innovazione digitale, energie rinnovabili. Questi consorzi sono i mattoni fondativi dell’università, con curricula condivisi e modalità di governance paritaria.
Nel medio termine, l’Action Plan prevede la creazione di programmi congiunti che portino a doppi titoli accademici o titoli multipli riconosciuti nei rispettivi sistemi nazionali, la nascita di credenziali certificate, summer school internazionali.
Gli obiettivi quantitativi sono ambiziosi: da 4.500 a 9.000 studenti in scambio entro il 2030, da 200 a 240 ricercatori, da 4.000 a 4.800 unità di personale accademico in mobilità. La sfida è ambiziosa: quando decine di migliaia di giovani mediterranei avranno fatto un’esperienza condivisa di studio fino alla laurea, di ricerca e di innovazione, quella mobilità parlerà la lingua della corresponsabilità, in una regione del mondo dove le strade della pace oggi sembrano precluse.
Si tratta di guardare oltre, sapendo che anche le discontinuità che sembrano arrestare i processi di avanzamento intervengono nel medesimo scenario e vanno interpretate e ricondotte all’obiettivo. Gli sforzi compiuti dal Processo di Barcellona del 1995, con la cooperazione accademica che è rimasta frammentata e prevalentemente orientata da Sud verso Nord, il riconoscimento reciproco dei titoli ostacolato da barriere burocratiche e culturali, hanno concorso a evidenziare problemi gravi ma anche le soluzioni necessarie.
Oggi il cuore dell’iniziativa è la reciprocità. L’Università del Mediterraneo viene concepita non come un’estensione dell’accademia europea verso il Sud, ma come una rete di trenta sedi distribuite sulle diverse sponde, con stessi diritti, stessa voce, stesso numero di studenti e docenti provenienti da Nord e da Sud, in un’esperienza comune di studio e di vita, con il coinvolgimento delle famiglie, delle città, delle istituzioni.
Il documento europeo insiste sulla dimensione democratica: rafforzare la cooperazione universitaria tra Europa e Mediterraneo meridionale significa diffondere e consolidare valori democratici, costruire ponti tra culture, contribuire alla riduzione dei conflitti e alla promozione della pace. La dimensione di genere e l’inclusione delle persone con disabilità sono esplicitamente riconosciute; l’iniziativa mira a riequilibrare questi divari attraverso programmi e strumenti mirati.
In questo scenario, accanto alle istituzioni europee e alle reti accademiche già attive, la società civile porta una visione che precede e va oltre la politica. La rete di associazioni che ha sostenuto Prodi – dai Focolari, con il Movimento politico per l’unità e l’Istituto Universitario Sophia, alla Fondazione La Pira, dall’Azione Cattolica alle ACLI, dall’AGESCI alla Comunità di Sant’Egidio, dalla Cittadella Rondine al Argomenti 2000, dalla FOCSIV all’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, fino al Movimento Europeo e all’Istituto Affari Internazionali – ha saputo intrecciare competenze, sensibilità spirituali e capacità di iniziativa pubblica, sperimentando ancora una volta un linguaggio comune fra attori molto diversi. Una volta condivisa la notizia dell’approvazione europea, tra loro molti hanno sottolineato proprio il valore di aver lavorato insieme a partire da prospettive plurali, confermando uno stile di collaborazione che si consolida.
Il progetto porta con sé una genealogia spirituale e politica importante. Negli anni ’60 Giorgio La Pira aveva già immaginato un “politecnico del Mediterraneo”, parlando del Mediterraneo come di un luogo di pace strutturale: il mare che raccoglie. L’eco della sua visione si ritrova nell’impianto dell’Action Plan europeo: la cultura e le università tornano a sostenere la convivenza mediterranea, per ricostruire su basi nuove l’intreccio di relazioni che nei secoli passati aveva reso il Mediterraneo un grande spazio di mescolanza linguistica e di scambi commerciali, oltre che di ascolto reciproco tra le fedi.
L’Università del Mediterraneo suggerisce un cammino là dove nessun sistema di sorveglianza, nessun accordo di rimpatrio, nessuna politica di sicurezza può soddisfare. Se la domanda che ci poniamo è come fare a vivere insieme sulle sponde di uno stesso mare, il punto è politico prima ancora che accademico. Il lavoro delle istituzioni è appena cominciato: la Commissione sta incontrando sindaci e attori del processo rappresentanti delle città del Mediterraneo interessate, ma tocca ancora una volta alla società civile vigilare, informare, alimentare dal basso il consenso. Fin da ora ciò che si è realizzato può essere considerato un punto fermo soprattutto per i giovani europei e del mondo, in un momento in cui il contesto è particolarmente critico e, riguardo al disegno di integrazione europea, spesso prevalgono argomenti retorici.
Mentre l’Unione appare ripiegata sulla gestione emergenziale e i grandi cantieri politici procedono con lentezza, mentre cresce la percezione che manchino progetti capaci di parlare alle nuove generazioni, l’Università del Mediterraneo può misurare la capacità delle nostre istituzioni di essere anche oggi un laboratorio politico, guidato da una visione di pace e prima ancora di unità, nel rispetto delle nostre differenze, uno spazio di vita in cui sperimentare una cittadinanza mediterranea condivisa.