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Italia > Natale

Nochebuena

di Javier Rubio

È Natale. Così lo racconta un canto tradizionale spagnolo: Esta noche es Nochebuena y mañana será Navidad

Una delle canzoni natalizie che è riuscita a sorpassare le diverse frontiere idiomatiche e culturali nella Spagna inizia col verso «Esta noche es Nochebuena» (letteralmente: questa notte è la Nottebuona). Fa riferimento alla notte tra il 24 e il 25 dicembre, quella in cui la tradizione, fin dai primi secoli del cristianesimo, ha voluto fissare la nascita di Gesù di Nazareth, se pur non ci sono notizie storiche conclusive che lo possano affermare. Da questa notte in poi i giorni iniziano ad allungarsi, dopo il solstizio d’inverno, e la luce del sole ruba ore alle tenebre notturne. Diverse culture dell’antichità hanno tenuto in queste date feste per commemorare la rivitalizzazione del quotidiano nel succedersi delle stagioni.

Dire «Nochebuena», così, in una sola parola, aggiunge significato alla somma del sostantivo più l’aggettivo che insieme la compongono. Oltre il fatto che, indipendentemente dall’uso, un aggettivo modifica diversamente la semantica del sostantivo a seconda che lo preceda o gli succeda (cioè, non è lo stesso dire buona notte che notte buona), in questo caso accade anche una sostantivazione dell’aggettivo perché legato in un’unica parola. Da buono diventa bontà. Ancora di più, il termine acquisisce la categoria di un nome proprio (perciò la maiuscola iniziale) e può essere preceduto da un articolo determinativo: la Nochebuena. Non c’è un’altra in tutto l’anno. Si potrebbe dunque concludere (bisognerebbe chiederlo alla linguistica e alla psicolinguistica) che quella del 24 dicembre è la notte della bontà.

Bontà, benignità, benevolenza, magnanimità, dolcezza, affabilità, clemenza, tolleranza… Viene da chiedersi se tutti questi in qualche modo sinonimi sono quelli che spingono le famiglie cristiane, e anche tante non cristiane, a radunarsi per la cena del 24 dicembre. Forse solo per inerzia della tradizione ci si ritrova attorno al tavolo per goderci una splendida cena, ma almeno inconsciamente ci auguriamo che questi sentimenti ed emozioni prevalgano sopra tutti gli altri. Il desiderio di generare un accogliente clima di famiglia di certo c’è. Che poi la bontà possa colmare lo spazio delle emozioni (inondi i nostri cuori, in linguaggio poetico) dipenderà da come ognuno si siede a tavola: o come distributore di benevolenza o come ricevitore di essa. Perché la si trova nella misura in cui la si dona. Non è forse questo quello che è venuto a dirci Gesù di Nazareth? Va bene ricordarlo almeno una notte ogni anno.

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