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Mondo > In punta di penna

Serbia, la parabola dell’orrore di Ratko Mladić

di Michele Zanzucchi

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

L’ex generale serbo-bosniaco tristemente noto come il “macellaio della Bosnia”, incarna una delle pagine più cupe e controverse della storia europea recente. Che potrebbe riesplodere

Il carro funebre che trasporta la bara di Ratko Mladić avanza durante i funerali a Belgrado, in Serbia, il 7 settembre 2026. L’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, condannato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) nel 2017, è deceduto il 27 agosto 2026 all’età di 84 anni. Ansa, EPA/ANDREJ CUKIC

Com’è possibile che un condannato per genocidio dalla comunità internazionale venga elevato post mortem sugli altari del nazionalismo e si dimentichi con ciò l’orrore di atti che l’Europa sperava di avere dimenticato dopo la Shoah? Nell’Europa del 2026 ciò è ancora possibile.

Comandante supremo dell’esercito della Republika Srpska tra il 1992 e il 1996, Ratko Mladić fu l’esecutore militare della strategia di pulizia etnica ideata dal leader politico Radovan Karadžić. Sotto il suo comando, le forze serbo-bosniache cinsero d’assedio i bosniaci a Sarajevo per quasi quattro anni, bombardando e terrorizzando costantemente la popolazione civile.

Il punto di non ritorno fu toccato nel luglio del 1995 a Srebrenica, un’enclave musulmana nel territorio abitato dai serbi dichiarata per questo “zona protetta” dalle Nazioni Unite. Dopo aver travolto i deboli sbarramenti dei caschi blu, e dopo un comportamento altamente riprovevole di un gruppo di militari olandesi al servizio dell’Onu, le truppe guidate da Mladić separarono la popolazione: decine di migliaia di donne e bambini furono deportati in altre città, mentre oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci vennero sistematicamente giustiziati e sepolti in fosse comuni. Si trattò del più grave genocidio consumato sul suolo europeo dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Inscritto nella lista dei ricercati dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIY) fin dal 1995, Mladić è sfuggito alla cattura per ben sedici anni, godendo della copertura di reti di protezione militari e nazionaliste in Serbia. La sua fuga si è conclusa il 26 maggio 2011, quando è stato arrestato dalle forze di sicurezza serbe a Lazarevo. Estradato all’Aja, in Olanda, è stato sottoposto a un lungo e complesso processo. Il 22 novembre 2017, la Corte lo ha riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, condannandolo all’ergastolo, pena confermata in via definitiva nel giugno 2021.

Dopo anni di salute precaria dovuta a gravi problemi cerebrovascolari e cardiaci, Ratko Mladić è deceduto il 27 agosto 2026, all’età di 84 anni, nell’ospedale carcerario dell’Aja dove stava scontando la sua pena. La sua scomparsa ha riaperto profonde ferite storiche e spaccature politiche mai veramente rimarginate nei territori dell’ex-Jugoslavia. Rimpatriata la salma a Belgrado con un volo di Stato, la Serbia si è ritrovata divisa al suo interno tra la condanna internazionale e le manifestazioni di cordoglio (e orgoglio) nazionalista.

Folla ai funerali di Stato di Ratko Mladić a Belgrado, in Serbia, il 7 settembre 2026. Ansa, EPA/ANDREJ CUKIC

Durante le esequie al cimitero di Topčider — dove è stato sepolto accanto alla figlia Ana — migliaia di simpatizzanti, veterani e gruppi di suoi ex miliziani lo hanno commemorato come un eroe nazionale, esponendo bandiere ed ex voto. L’evento ha suscitato dura indignazione da parte dell’Unione europea, che ha condannato con fermezza le manifestazioni di glorificazione per un criminale di guerra riconosciuto e condannato.

Resta da costatare come l’episodio della morte di Mladić sia da inserire da una parte nel contesto di una situazione etnico-religioso-politica balcanica complicatissima, che il trattato concordato il 21 novembre 1995, nella base aerea Wright-Patterson di Dayton, in Ohio, e firmato poi il 14 dicembre 1995, a Parigi, aveva per così dire congelato grazie all’opera diplomatica dell’amministrazione Clinton, senza “risolverla”, cioè senza convivenza ma solo con separazione tra gruppi diversi.

Folla ai funerali di Stato di Ratko Mladić a Belgrado, in Serbia, il 7 settembre 2026. Ansa, EPA/ANDREJ CUKIC

Dall’altra va considerato con preoccupazione il risorgere delle spinte nazionaliste e sovraniste in tutta Europa, a ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale: in Serbia tali spinte vengono tuttora alimentate dall’orgoglio ferito della nazione, sia per la guerra di Bosnia che per quella susseguente del Kosovo-Albania.

Immaginiamo un’Europa composta da nazioni che negano la necessità di una politica, di un’economia e anche di una politica di sicurezza comune? Lo scenario purtroppo è d’attualità, e le varie tornate elettorali del 2027-2028 potrebbero rendere attuale una tale disgregazione continentale.

 

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