Caro Direttore,
l’articolo dell’amico Michele Zanzucchi in apertura del sito di Città Nuova il 22 agosto – che ringrazio per la lungimiranza, e anche per l’ospitalità di qualche mia riflessione – sulla montagna è una analisi che di fatto interroga sul futuro dei territori del Paese, sul presente e sul futuro dell’Italia, oggi e domani.
Non è un articolo solo sulla montagna. I titoli estivi dei giornali dedicati al “turismo cafone”, al (rischio) di overtourism (che contesto ontologicamente, non essendo vero questo fenomeno nelle Alpi e negli Appennini), alla fruizione ovattata e minata dai selfie facili di versanti alpini e spiagge del Belpaese, hanno indotto un dibattito che, al pari di altre estati, merita di essere approfondito. Anche interrogando la Politica e le Istituzioni che vanno verso le elezioni del 2027.
La domanda che Michele – acuto osservatore e vero conoscitore del mondo, che ha sempre guardato dentro le comunità e i luoghi – pone a tutte e tutti noi è sul modello di sviluppo prima ancora che sul turismo quale pezzo di economia italiana. Ovviamente, smettiamo anche di intendere che la “montagna” siano le vette e quello che c’è oltre determinate altitudini. Montagne sono paesi e persone che ci vivono e lavorano, come pure migliaia di medici che mancano nei piccoli Comuni, scuole a rischio chiusura a causa della crisi demografica (smettiamo di chiamare “spopolamento” un fenomeno molto più complesso), e otto milioni di persone che vivono i versanti alpini e appenninici. Ma anche 11 milioni di ettari di bosco, un terzo della superficie del Paese, e pure centinaia di paesi senza ancora banda ultralarga e segnali telefonici. Montagne.
Domandarci pure, con Zanzucchi, quanto ci stiamo illudendo che il turismo sia asse portante dell’economia italiana. Come far fronte alle conseguenze, ecologiche, culturali, economiche, sociali. Queste sono domande politiche, importanti anche verso le prossime elezioni politiche.
Abbiamo tutti gioito con il ministro del Turismo Mazzi che a inizio agosto ha annunciato grandi numeri per il turismo d’estate nel nostro Paese. Scrive il ministero del Turismo che a luglio 2026 è stato «fondamentale il contributo dei piccoli Comuni: +5,3% di arrivi e +4,6% di presenze, segnale di un turismo sempre più diffuso, esperienziale e destagionalizzato. Tra le regioni che registrano la crescita più rilevante nel primo semestre del 2026, sul versante dei piccoli Comuni, si segnalano la Calabria (+12,1% in termini di presenze), l’Abruzzo (+10,9%) e il Piemonte (+9,8%). Un risultato sostenuto anche dalle oltre 20mila sagre annuali, che attraggono 48 milioni di visitatori, generano 2,1 miliardi di euro di indotto e impiegano circa 10.500 occupati».
Benissimo, figuriamoci. Numeri interessanti ma dobbiamo stare attenti a una vera emergenza. Ovvero che i turisti siano in crescita, e questo va bene, ma anche che la fragilità dei territori e della crisi demografica – con quella climatica – non siano adeguatamente affrontate, tralasciate nel guardare solo al turismo, che va bene e che fa bene.
Negli ultimi anni il fondo della legge sui piccoli Comuni, meno di 160milioni di euro, una cifra estremamente bassa, è finito al centro di polemiche e ricorsi. Gestazione eterna. Dal 2018, si inizia a spendere oggi. Non ci siamo. Poi si sono frammentate risorse, per dare un po’ a tutti. L’ultimo fondo è quello da 50 milioni per le famiglie nei piccoli Comuni. Dopo la legge sulla montagna di settembre 2025, i fondi per le montagne italiane (400 milioni di euro delle ultime annualità) sono ancora fermi. Dopo click-day per assegnare finanziamenti ai Comuni e borghi-vetrina destinatari di 20 milioni di euro di PNRR l’uno, le abbiamo viste tutte. O quasi.
Dobbiamo però riuscire con il governo e il Parlamento a unire due questioni culturali e politiche: come cambiare la narrazione e l’attrazione dei paesi, che non sono borghi o musei nei quali piace ad alcuni mettere il costume tipico tradizionale per attrarre e fare un po’ di folclore, ed allo stesso tempo evitare che i paesi siano ‘pieni’ solo due mesi l’anno, estivi o invernali. La vita sui territori è decisiva e va oltre i flussi turistici. Diritti di cittadinanza prima di tutto. Turisti importanti, certo; ma, come scrive la legge 158 del 2017 sui piccoli Comuni, solo se la comunità è presente e viva. Con Carlin Petrini diciamo ancora una volta: non c’è turismo senza la felicità delle comunità. I piccoli Comuni montani sono questo.
Mentre gli effetti della crisi climatica si fanno sempre più forti, nelle aree montane arrivano prima con segnali devastanti, toccati anche questa estate, con lo zero termico sopra i 4500 metri, la mancanza di acqua, l’implosione dei ghiacciati. La montagna può ridefinire, oltre il turismo, strategie vincenti che coinvolgano i Comuni insieme, non da soli, Comunità Montane e Unioni montane (intesi come “Enti locali del NOI”) in relazione con le aree urbane per cambiare il senso dei flussi e passare finalmente alla valorizzazione dei servizi ecosistemici-ambientali. Lo snodo è un nuovo patto – e il turismo ci sta dentro – tra montagna e aree urbane. Lo stiamo costruendo con una cinquantina di strategie di Green Communities (da non confondere con le Comunità energetiche rinnovabili) che il PNRR ha finanziato coinvolgendo più di ottocento Comuni montani italiani. In questo percorso di “sostenibilità” e partecipazione comunitaria – termini cari a Città Nuova e a Michele Zanzucchi – sta la risposta della montagna italiana (ed europea) alle crisi ecologica ed energetica. Cambiamo i NO alle rinnovabili ad esempio. In modo nuovo.
Ovvero, dicano con i Comuni montani, le Regioni, le Città, le Istituzioni, le imprese, le multiutilities, che una parte del gettito di fatturato della vendita di acqua potabile, prodotti di cave e miniere, gettito di eolico e grandi parchi solari, concessioni di ogni tipo, comprese quelle autostradali, deve andare ai territori montani e rurali. Non una “compensazione di una sfortuna” delle zone montane per quel bene prelevato. Quanto invece un riconoscimento vero del ruolo che il territorio gioca. Senza la montagna, senza la forza di gravità, i boschi, la custodia del Creato che viene esercitata, quei beni non ci sarebbero. Comunità della montagna non più spettatori (manco del turismo, più o meno cafone e distratto) del prelievo delle risorse, bensì parte del beneficio, comunitario e dunque ridistribuito alle comunità. È giustizia.
Solo così si rende la “transizione ecologica ed energetica” desiderabile: affinché “tocchi il portafoglio” (per dirla con Becchetti) di chi ci vive, deve indurre un risparmio indiretto nelle comunità locali che insistono sui territori dove i beni pubblici producono utili. Che, grazie alla valorizzazione e al pagamento dei servizi ecosistemici-ambientali, smettono di arricchire sempre i soliti, sempre le stesse grandi concentrazioni di potere e finanza, e iniziano finalmente a ridistribuire opportunità, valore, consenso sociali, benefici diretti e indiretti. Questo è il cambio di paradigma della montagna italiana, Alpi e Appennini, oltre il turismo. Nuovo paradigma per il Paese. Proviamoci.
Marco Bussone
Presidente nazionale Uncem
Unione nazionale Comuni, Comunità, Enti montani
