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Ambiente > Esperienze d'estate

Come vogliamo vivere la montagna?

di Chiara Andreola

- Fonte: Città Nuova

Alcune riflessioni stimolate da un’escursione sulle Dolomiti

Versante sud-est della Croda Grande visto da Don di Gosaldo, nelle Dolomiti (ph Ximonic (Simo Räsänen)/Wikipedia)

Quest’estate arrivo nelle Dolomiti, per le consuete vacanze nella casa di famiglia, sotto auspici che non sono proprio dei migliori. Le temperature anche qui arrivano a superare i 25 gradi: un cambiamento comunque benvenuto per chi arriva dai quasi 40 della città, ma a queste altitudini (1300 m) non s’era mai visto.

Vabbè, mi dico, questa almeno è ancora una sorta di isola felice all’interno delle Dolomiti, che la vulgata vuole flagellate dall’overtourism: non ci sono le file chilometriche che si vedono alle Tre Cime di Lavaredo; né i serpentoni di persone più o meno maleducate in salita verso il Lago Sorapis; né la coda che, come social testimoniano, si forma ogni giorno in un noto rifugio della Val di Fassa (raggiungibile in seggiovia) per gustare i celebri krapfen lì disposti su un tavolone con vista panoramica – evidentemente più gustosi e più instagrammabili di quelli acquistabili in un qualsiasi panificio a valle. Qui, mi dico, tra villeggianti “storici” ormai ci si conosce, e anche con buona parte dei (pochi) residenti.

In realtà, mi sembra di vedere diverse facce nuove, e decisamente più “giro” del solito: bene, mi dico, qui un po’ di turismo in più non fa male, per garantire la sostenibilità economica delle attività del luogo e dei servizi.

Non è però l’unico cambiamento che noto: per la prima volta, i pascoli tra i 1500 e i 2000 m non sono di un verde brillante, come di solito in questa stagione, ma giallastri, come in autunno inoltrato. Fa così caldo e piove così poco che anche quelli sono secchi. Il torrente ha poca acqua, segno che i nevai a monte sono ormai esauriti. Non mi meraviglio che stiano arrivando notizie di rifugi che chiudono per mancanza d’acqua, o quantomeno ne limitano l’utilizzo.

Luce dell’alba sulla Croda Grande, Gosaldo (foto Claudio Andreola)

Il giorno successivo parto appena fa luce per raggiungere la cima della Croda Grande che sovrasta il paese, a 2850 m, dove non salgo da ormai 6 anni. Sono curiosa di andare a vedere il nuovo bivacco Reali sotto la vetta, identico alla “star dei social” al Cimon della Pala (di cui avevamo già parlato qui), ma in posizione decisamente meno raggiungibile, e quindi auspicabilmente meno preso d’assalto. Sono le 5.30 del mattino, la temperatura è ancora tale da poter salire a ritmo sostenuto, meglio approfittarne.

In cammino verso il bivacco Menegazzi, Gosaldo (foto Claudio Andreola)

Dopo un’ora arrivo ad una baita tenuta dal locale gruppo alpini, e generalmente lasciata aperta e a disposizione di chiunque ne abbia bisogno. Questa volta però sulla porta, chiusa a chiave, c’è un cartello: «Il bivacco Menegazzi rimarrà chiuso per lavori di manutenzione straordinaria, eseguiti da volontari, resisi necessari a causa di atti vandalici compiuti da ignoti. Grazie per la comprensione». L’ingresso, ora, è pure videosorvegliato. Andiamo bene, penso. Già in questi giorni è arrivata notizia di altre chiusure per motivi analoghi – dal bivacco Vuerich sul Montasio dove le coperte sono state trovate ricoperte di escrementi, ad altri luoghi dove si sono collezionate amenità come porte e infissi divelti per fare falò, libri di bivacco strappati e rifiuti abbandonati – ma qui non si era ancora mai visto. Inutile stare a speculare sul fatto che i responsabili fossero o meno “novellini” della montagna, perché questa è questione di maleducazione più che di scarsa esperienza alpinistica.

Proseguo. A quasi 2500 m, in una zona piuttosto impervia, trovo un gregge di capre al pascolo: strano, le avevo sempre viste più in basso, ma in effetti ha senso guardando l’erba decisamente più verde e fresca a queste altitudini.

Superata la prima forcella, vedo tre ragazzi scendere: non sono neanche le 8.30, sicuramente avranno dormito al bivacco. Nel salutarli chiedo conferma, ed è così; e mi dicono che c’erano altre due persone con loro. Però, 5 persone che vanno a dormire lassù è insolito, si vede che il nuovo bivacco ha comunque suscitato parecchia curiosità – del resto anch’io sono qui anche per questo.

Il bivacco Reali alla Croda Grande (foto Claudio Andreola)

Dopo la seconda forcella compare il bivacco, una struttura gialla dal design accattivante. Profuma ancora di nuovo, è ordinato e pulito, e dispone anche di una presa elettrica alimentata da pannelli fotovoltaici per ricaricare il cellulare – dettaglio effettivamente importante in caso di necessità di chiamare soccorso, visto che qui c’è campo. Risulta quasi difficile credere che una tale suite dovrebbe funzionare da ricovero d’emergenza e non da hotel d’alta quota, ma tant’è: il problema non sta nel fatto che sia confortevole, ma nell’utilizzarlo a sproposito.

A questo punto dovrei scendere di un centinaio di metri verso un nevaio prima di attaccare la cima, ma del nevaio e del ruscello che ne veniva alimentato non c’è più traccia: solo rocce brulle, che mi costringono a scendere ancora più in basso tra gli sfasciumi. I bollini di vernice rossa che indicavano il vecchio passaggio sono alcuni metri sopra di me, forse 5 o 6, quello che era appunto lo spessore della neve. Un tale cambiamento in appena 6 anni.

Madonnina in vetta alla Croda Grande (foto Claudio Andreola)

Dopo un’altra ora di cammino arrivo in vetta. La soddisfazione è grande, quassù mi sento a casa, il classico luogo dove vuoi sempre tornare. Anche in questo caso, però, con una differenza: nelle foto degli anni passati a volte indosso persino giacca, guanti e berretto, ora se infilo la felpa e la fascia nei capelli è solo per evitare che il vento mi sferzi la schiena e la testa madide di sudore.

Sono le 10.30, mi rifocillo e mi avvio verso valle facendo quanta più attenzione possibile – è risaputo che la maggior parte degli incidenti avviene in discesa per piccole e grandi disattenzioni dovute alla stanchezza, nonché all’ahinoi illusoria sensazione che “ormai è fatta”.

 

Dopo aver superato la prima forcella incontro un gruppo con bambini: mi chiedono quanto manca al bivacco, specie i più piccoli sono visibilmente stanchi. Una mezz’ora ma, avverto, il problema non sarà quello: il tratto che in salita hanno appena superato sarà ben più ostico in discesa. Sarà bene che si riposino una volta arrivati, e ormai è quasi mezzogiorno: il tempo stringe, perché potrebbe volercene più a scendere che a salire.

Proseguo, e dopo aver affrontato l’estenuante discesa dalla seconda forcella – ho i piedi in fiamme e le ginocchia che implorano pietà –, verso le due mi fermo a bere qualcosa alla malga che è stata recuperata per farne un rifugio. Noto con piacere che qui, nonostante il viavai, si tratta di quel tipo di turismo che tutti vorrebbero vedere da queste parti: i gestori e il sindaco hanno fatto la scelta di non rendere transitabile la strada forestale che la raggiunge, così da passare a tutti il messaggio che qui si arriva sulle proprie gambe nel rispetto della montagna – e chi non ne avesse la possibilità può chiedere un passaggio segnalandolo per tempo. Pare non esserci una sola cartaccia abbandonata nei dintorni. Ci sono anche diverse famiglie con bambini, la strada offre un percorso praticabile anche per i più piccoli e per genitori con figlio o figlia in spalla. Anche questo è un buon segno: si vedono più famiglie di quante ne vedessi anni fa, forse complice il clima che invita a cercare le terre alte, e questa è un’ottima occasione per educare sin da bambini alla frequentazione responsabile della montagna. Anche quello dei rifugi, comunque, è un tipo di turismo che dovremo ripensare, se l’acqua alle alte quote diventerà una rarità.

Panorama dalla Croda Grande (foto Claudio Andreola)

È solo un’escursione di una giornata, ma non posso non riflettere su come racchiuda in sé spunti di riflessione su tutte le questioni più rilevanti che oggi toccano la montagna e che si intrecciano tra loro: dalla pressione turistica eccessiva in alcuni luoghi e troppo scarsa in altri, al cambiamento climatico, all’impatto ambientale della presenza umana, all’educazione alla frequentazione responsabile delle terre alte, al tipo di turismo che vogliamo – non posso dimenticare il titolare di un impianto di risalita di una zona ben più frequentata, soprattutto da turisti “mordi e fuggi”, che ha affermato in una conversazione con mio padre che «ci stiamo rovinando a soli».

Partendo, naturalmente, da me stessa. Perché adesso, mentre affronto l’ultima ora di discesa, non posso non chiedermi perché sono andata fin lassù oggi: per la curiosità di vedere il nuovo bivacco? Per una personalissima hybris – quel tipo di superbia arrogante e sfrontata che per i greci era già di per sé una condanna per chi la esibiva – nel dire di aver raggiunto la cima, pur sapendo che da una cima si può solo scendere? Per sentenziare su chi frequenta la montagna in modo scriteriato? Per ritrovare me stessa lassù, nella bellezza e nella fatica? Per postare qualche foto sui social a favore di like?

Non lo so, però inizio proprio dal non postare nulla. Si dice tanto che uno dei problemi della pressione turistica eccessiva attuale è stato aver trasformato la montagna nell’“esperienza turistica” effimera da dare in pasto al web: forse dobbiamo ripartire dal fare davvero un’esperienza autentica e personale, che richiede il tempo e l’impegno non solo della salita (se vogliamo e possiamo farla), ma soprattutto di vivere la montagna, conoscere il territorio e la sua gente. Allora verrà spontaneo fare turismo “responsabile”, in tutte le sue accezioni.

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