Padre Maurizio Faggioni è un frate minore, medico chirurgo, endocrinologo, esperto di problematiche relative a famiglia, formazione dei giovani e sessualità, in particolare stati intersessuali e disforie di genere. È docente di Bioetica all’Accademia Alfonsiana di Roma e in altri Centri di studio.
Parliamo del recente Documento finale del Gruppo di studio 9 del Sinodo dei vescovi, dove si legge: «Le posizioni polarizzate ritenute inconciliabili danno luogo da una parte a sofferenze profonde, lacerazioni personali ed esperienze di marginalità o vite parallele per le persone omosessuali credenti, e dall’altra, nella vita della Chiesa, determinano conflitti, contrapposizioni e controversie apparentemente insanabili, tra chi ribadisce i principi inderogabili in nome della verità e chi accentua le esigenze della comprensione e dell’amore misericordioso».
Cosa ne pensa di questa conclusione?
Mi pare che fotografi bene la situazione attuale. C’è una dialettica tra la comprensione delle situazioni che vivono le persone concrete e l’ideale antropologico e l’imperativo morale che ne deriva. Io non lo vedrei, però, come un’opposizione tra verità e misericordia. Dovremmo piuttosto chiederci: qual è la verità delle persone nelle loro diverse situazioni? Davanti a Dio chi è una persona omosessuale? E che cosa pensare di un giovane che non riesce a definirsi nella sua identità e si dichiara fluido? Non si tratta di stabilire una verità disincarnata, ma di fare discernimento, di comprendere qual è la verità di questa persona davanti al Signore. Misericordia significa aiutare ciascuno a trovare ed attuare la propria verità davanti a Dio. Cosa il Signore vuole da me? A partire da quello che sono, dove mi portano le vie di Dio? Come posso attuare la mia persona nella verità? La sintesi si può raggiungere quando non opponiamo la persona concreta agli ideali, ma quando leggiamo la persona nell’orizzonte degli ideali. Ognuno di noi si sta muovendo verso un ideale. Come mi muovo io e quali sono i miei percorsi?
La Chiesa è troppo dura con gli omosessuali?
La Chiesa è decisa nel disapprovare gli atti omosessuali, ma questa riprovazione non riguarda le persone omosessuali in quanto tali. Il paradigma morale cristiano è che la vita sessuale è espressione dell’amore coniugale, l’amore tra un uomo e una donna nel matrimonio, escludendo quindi altre situazioni anche eterosessuali. Dal tempo del Concilio Vaticano la Chiesa, in ascolto degli apporti delle scienze umane, si è fatta, però, più attenta ai vissuti delle persone omosessuali, intendendo l’omosessualità prima di tutto come modo di stare nel mondo e di rapportarsi all’altro. Il Magistero della Chiesa ha ribadito, anche di recente in Amoris laetitia di papa Francesco, che non si vedono analogie fra amore coniugale e amore omosessuale, ma voci emergenti nella teologia e nello stesso popolo di Dio si stanno interrogando. Il dibattito attuale è, in sostanza, se un amore omosessuale può essere paragonabile in qualche misura all’amore coniugale. Il mio punto di vista è che non possiamo cambiare il paradigma, radicato nella Rivelazione e nella Tradizione, costituito dall’amore coniugale, l’amore tra un uomo e una donna uniti nel matrimonio, ma credo che sia legittimo chiederci, almeno come ipotesi, se è possibile riconoscere valore umano all’amore omosessuale e quali somiglianze possono aversi con l’amore coniugale.
Quali aspetti sono accettabili e quali no per la Chiesa nelle cosiddette teorie gender?
Il gender è un universo variegato, ma possiamo dire che l’antropologia del gender tende a sottolineare gli aspetti culturali ed esperienziali della sessualità rispetto a quelli biologici, fisici e naturali. Pur non accettando come cristiani le espressioni più radicali del gender, la cultura sessuale contemporanea ci ha spinto a superare un certo naturalismo che percorreva la Tradizione teologica, valorizzando maggiormente gli aspetti soggettivi e personali della sessualità. Il gender, in particolare, ci ha portato ad una considerazione più complessa e specifica della donna e della femminilità. Un recente documento del Dicastero dell’educazione cattolica ha messo in luce l’apporto che sta venendo dal dialogo tra antropologia cristiana e antropologia gender. L’antropologia gender ha arricchito la nostra riflessione con domande nuove e risposte interessanti. Non è accettabile, invece, l’opposizione che l’antropologia gender stabilisce fra sesso corporeo e genere soggettivo e culturale. Il sesso corporeo è binario, cioè maschile o femminile, ed è legato alla procreazione, mentre il genere si presenterebbe più fluido e più legato alla relazione interpersonale, etero od omosessuale indifferentemente. Questa svalutazione della corporeità è inaccettabile e contraddice l’unità della persona e la bellezza del corpo. Come insegna Amoris laetitia, «sesso e genere si possono distinguere, ma non separare». La sessualità attraversa tutta la persona, corpo, mente e spirito. Il corpo non è un oggetto che ci appartiene e che si può plasmare a piacimento in modo indefinito. «Io sono il mio corpo», diceva Gabriel Marcel. Il mio corpo esprime e svela la mia verità, è l’incarnazione della mia soggettività. Il corpo è l’esteriorità che rivela l’interiorità. Il Personalismo dell’antropologia cattolica contemporanea permette il dialogo con il gender accogliendone le suggestioni più feconde, ma evitando il rischio di frammentare l’unità della persona. Non è accettabile che il gender, per rispondere all’esigenza legittima di dare spazio e dignità a persone soggettivamente non binarie, a identità fluide o non definite, a orientamenti sessuali diversi da quelli eterosessuali, a situazioni drammatiche in cui l’autocoscienza sessuale è difforme dal sesso corporeo, neghi il paradigma binario della polarità maschio e femmina e la loro reciprocità. L’essere umano è fondamentalmente binario, anche se dobbiamo constatare che esistono situazioni che non corrispondono ai due estremi della binarietà, sia a livello di identità, sia a livello di fisicità, sia a livello di attrazione erotica. Sono situazioni di criticità sessuale che debbono essere accolte, comprese e affrontate con grande misericordia, ma senza negare l’armoniosa unità della sessualità umana nei suoi aspetti convergenti.

Partenza del pellegrinaggio Lgbt per la Porta santa di San Pietro da via della Conciliazione, in occasione del Giubileo, Roma, 6 settembre 2025. (ANSA/MASSIMO PERCOSSI)
Perché la Chiesa non ammette sacerdoti omosessuali?
Premetto che il soggetto dell’ordinazione è l’uomo battezzato e l’uomo omosessuale battezzato di per sé può essere ordinato come ogni altro battezzato. La Chiesa, tuttavia, non ammette come scelta e prassi i sacerdoti dichiaratamente omosessuali. La mia impressione è perché ritiene che essi abbiano difficoltà più grandi rispetto agli eterosessuali nel vivere la castità che chiede il celibato e, oggi soprattutto, nel mondo ci sono tante sollecitazioni che possono mettere a dura prova la castità del prete. Suona un po’ contraddittorio che la Chiesa chieda ai laici omosessuali di vivere la continenza e allo stesso tempo non si fidi che la continenza possa essere vissuta dai sacerdoti omosessuali. È diffusa l’idea – non saprei dire quanto corretta – che la sessualità omosessuale sia più difficilmente educabile di quella eterosessuale. Io proporrei una soluzione diversa alla questione dei preti omosessuali: nel discernimento vocazionale chiederei ai candidati al sacerdozio, sia etero sia omosessuali, di dimostrare di essere capaci di avere un rapporto maturo con la propria sessualità ed essere in grado di vivere castamente e serenamente l’ideale del celibato. I ragazzi omosessuali che aspirano al ministero spesso nascondono il loro orientamento nel timore di essere esclusi, mentre dovremmo immaginare percorsi di formazione affettiva e sessuale specifica per quelli che presentano questo orientamento, così come i ragazzi eterosessuali sono educati alla castità sacerdotale tenendo conto del loro orientamento, in modo da sviluppare gli uni e gli altri relazioni sane con uomini e donne.
Che consiglio darebbe a un giovane omosessuale che non si sente a suo agio a entrare in parrocchia o in un gruppo cristiano perché ritiene che la Chiesa sia contro gli omosessuali?
Ritengo che per ogni persona sia una esperienza arricchente essere accolta in una realtà parrocchiale ed entrare in un gruppo cattolico per crescere nella vita interiore, per celebrare la fede, per fare vita di comunità, per impegnarsi nel volontariato o in attività caritative. La questione scottante è se siamo pronti ad accettare nelle comunità, nei gruppi e nei movimenti, persone che confidano il loro orientamento omosessuale o che vivono una affettività di coppia, anche indipendentemente da una vita intima, nel senso di omosessualità esercitata, per non parlare di chi vive una relazione con intimità sessuali. Alcune mamme con figli e figlie omosessuali recentemente mi dicevano: «La Chiesa apre e chiude allo stesso tempo: ci dice che l’orientamento non è colpevole, ma che gli atti omosessuali sono colpevoli; dice di includere le persone omosessuali nella vita della comunità cristiana, ma poi non benedice il loro amore». Qui torniamo al nodo essenziale: siamo in una fase di transizione nella sensibilità ecclesiale. Negli ultimi decenni è stata superata l’ostilità forte, a volte anche violenta nelle parole e negli atteggiamenti, che ha caratterizzato la Tradizione cattolica nei confronti dell’omosessualità. Si sono aperte alcune piste di riflessione sull’orientamento e la condizione delle persone omosessuali e sulla loro inclusione nella comunità, bandendo ogni forma di pregiudizio e di omofobia, come spiegava il cardinal Ratzinger in una bellissima lettera ai vescovi dedicata alla cura pastorale delle persone omosessuali. La Chiesa, però, non vede come si possano mettere sullo stesso piano l’amore coniugale e l’amore omosessuale, pur essendo consapevole che anche in una relazione omosessuale si possono vivere valori autentici. Capisco l’amarezza e la delusione di una persona omosessuale che si sente accettata, ma non compiutamente, non in tutti gli aspetti della sua esistenza. Siamo a questo punto e, senza chiudere a prospettive diverse, credo che sia corretto affermare chiaramente e con onestà la posizione della Chiesa e dei teologi più vicini al Magistero.
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