Marino Muratore nasce a Diano Marina nel ’57. Durante il servizio militare fa obiezione di coscienza e lavora in una struttura per disabili. Da quell’esperienza inizia il suo percorso lavorativo, sempre con una particolare attenzione all’altro, perché è solo nell’incontro con il diverso dal sé che si cresce come uomini e donne. Dopo il corso per assistente sociale, si occupa di minori e disabilità, relazionandosi anche del mondo degli anziani. Dal Comune di Arenzano si trasferisce al Comune di Genova, dove continua a lavorare nell’ambito della disabilità e dell’affido familiare dei minori. È inoltre autore di libri per ragazzi come La ragazza metà bianca e metà nera (Effatà Editrice, 2022), Yang e Yin. Il cerchio che tutto comprende (Erga, 2025). Si è occupato della Biblioteca Nazionale De Amicis e del coordinamento delle attività didattiche del Comune di Genova, dedicandosi in particolare all’accessibilità per le persone con disabilità. Onorato di poter condividere con Città Nuova la sua esperienza, oggi ci racconta del suo ultimo libro, Ho 100 anni e voglio ancora ballare.
Nel suo ultimo libro Ho 100 anni e voglio ancora ballare, parla di anziani…
«Sì esatto, donne e uomini di età compresa tra i 90 ai 100 anni che risiedono in tre strutture genovesi diverse. Il mio lavoro è stato quello di raccogliere le loro storie, dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni. Ho cercato di fare in modo che nascessero piano piano, creando dei piccoli gruppi. Mi sono presentato con umiltà, ascoltandoli. Alcune sono nate velocemente, altre ci hanno messo diversi anni. Siccome erano persone vissute negli anni ’20 e ’30, per metterli a proprio agio gli ho portato dei sapori dei loro tempi, come le giuggiole, il cioccolato di carrube, la cicoria. Leggevo loro anche dei libri e della musica famosa in quei tempi, come il foxtrot, Pacifico, Natalino Otto, conosciutissimo a Genova, e condividevo con loro delle storie che avevano a che fare con la guerra. Abbiamo anche affrontato il tema dell’amore. In ogni incontro le storie non sono nate attraverso un’intervista, ma parlando di vari argomenti, attraverso la creazione di queste interazioni. Gli incontri erano più o meno ogni 15 giorni e i gruppi di 10-12 persone. C’era sempre un nucleo forte di persone che partecipavano».
Quanto tempo ha impiegato a raccogliere queste storie?
«Circa due anni e mezzo. Ogni storia che ho scritto sul libro è stata fatta approvare dai protagonisti, dalle loro famiglie e dalle strutture. La signora di 100 anni che dà il titolo al libro, per esempio, diceva delle cose e poi non si ricordava: assemblando le “frasi sparse” è nata una storia bellissima. Raccontava di essere stata innamorata di un ragazzo che un nonno le aveva vietato di sposare. Si chiamava Armando e mi ha confessato che sognava ancora adesso di poter ballare con lui a 100 anni. Nel libro non ho scritto la parte brutta, però: l’uomo che la famiglia le aveva obbligato a sposare l’ha resa molto triste. Da Genova Sestri Ponente, dove abitava, andava a piedi al Santuario della Madonna della Guardia per chiedere la grazia di migliorare il suo matrimonio. L’aspetto religioso è molto forte in queste persone, nella storia di ognuno c’è una condivisione…».
In che modo hanno manifestato nei loro racconti questo aspetto?
«È emerso un grande amore per il Santuario della Madonna della Guardia. Anche le feste patronali erano importanti, molti di loro si sono innamorati in queste feste. Soprattutto le figure femminili raccontavano di chiedere molte grazie. Alcuni hanno fatto delle scelte coraggiose. Una signora mi raccontava che quando è morta sua sorella ha accolto i suoi figli a casa e, pur essendo una situazione molto faticosa, nella preghiera trovava sempre il conforto per affrontarla».
Come mai, da autore di libri per ragazzi, ha deciso di dedicarsi a un’altra generazione?
«Gli anziani hanno molto da dire, e a me è sempre piaciuto sentire le storie degli altri, è molto più bello dare voce alla storia di qualcuno che inventarne una. Nessuno di loro credeva che le loro storie venissero pubblicate. Ti racconto questa cosa che mi ha colpito molto: Denise viveva in Bretagna ed era innamorata di un ragazzo, la sua famiglia aveva una grande fattoria. A 18 anni lei legge sul giornale che era morto durante il lavoro in una fabbrica e si dispera. Quello che mi ha colpito è che Denise rimane fedele tutta la vita a questo amore. Confesso che a 92 anni questa donna era ancora bellissima e durante la sua vita tantissimi hanno provato a corteggiarla. Venne soprannominata “Mademoiselle no”. Un altro filo conduttore delle storie è la guerra: tutti si aiutavano e questa umanità ora si è un po’ persa. Anche quando io ero piccolo ricordo che, se qualcuno in casa era malato, lasciavamo le chiavi fuori dalla porta e se la famiglia non era a casa qualcuno veniva sempre a controllare se fosse tutto a posto».
Quindi pensa che la solidarietà ora si stia un po’ perdendo?
«Non vorrei distruggere i tempi nostri, ci sono tantissime realtà che nel silenzio si occupano dei più fragili. Io però vivo in un palazzo di 57 appartamenti e quando si è ammalata una signora solo in 2 di noi andavamo a trovarla. Un’altra è mancata e in tre siamo andati a fare le condoglianze alla famiglia. Ora manco si sanno le cose, anche se abitiamo alla porta accanto, siamo tutti immersi nel lavoro, abbiamo tutti fretta, non ci ascoltiamo».
Avendo a che fare con i ragazzi del mondo attuale, e avendo ascoltato queste storie, che riflessioni le sono venute da queste esperienze?
«Sicuramente la cosa che vorrei è che ci fossero più incontri generazionali. Dopo la presentazione di questo libro in alcune scuole, all’Istituto Doria per esempio fanno degli incontri con gli anziani, io ho messo solo il granello ma adesso gli incontri vanno avanti. Ogni anno scelgono un tema e lo portano avanti. C’è una denuncia all’unanimità contro la guerra. Il tema più forte che unisce tutte le generazioni. Sarebbe da fare di più, che una persona di 100 anni possa raccontare e sensibilizzare degli adolescenti, e far riflettere su certi valori che, come dicevamo prima, stiamo perdendo. La solidarietà, il senso della gratitudine. Loro ringraziano per tutto, di avere la fede, di avere avuto una mamma. Noi stiamo perdendo un po’ la gratitudine per quello che abbiamo, tu cosa ne pensi?».
Quali altri temi sono venuti fuori?
«Il tema della mamma è fortissimo. C’è uno di loro che faceva il militare e un sottufficiale si era arrabbiato perché non aveva fatto bene un lavoro e lo insultò dicendogli che era un figlio di… Lui mi disse: «Non si può insultare la mamma, così l’ho picchiato». Dopo questa cosa raccontava di aver passato diversi giorni in carcere. Una signora di 92-93 anni continuava a cercare la mamma, chiedeva sempre: «Dov’è mia mamma?», «Quando arriva mia mamma?». Tutti parlavano della mamma come figura fondamentale, chi l’ha persa da piccolo, chi ha avuto vicende più varie. Un’altra cosa interessante da ascoltare è stata sui loro lavori, c’era una signora che faceva la “gilettaia”, perché negli eventi importanti bisognava indossare sempre i gilet. Chi raccoglieva il fieno, per esempio, uno poi faceva il palombaro nelle campane di vetro, prima a Genova, poi in Venezuela, per sposarsi con la donna genovese della quale era innamorato. Tutti loro hanno fatto grandi sacrifici per ottenere quello che desideravano».
La vita di queste persone è molto dura e molto concreta. C’era spazio per i sogni?
«I loro sogni erano molto pratici. C’è una donna che ha fatto molti sacrifici per permettersi, nel giorno del suo matrimonio, le calze di nylon – che costavano troppo – che però si sono subito rotte. Raccontava di essersi subito messa a piangere, ma che poi il matrimonio era andato benissimo. Poi un’altra signora che ha preso la patente a 60 anni ed è partita da Genova con una 500 fino a Napoli per andare a vedere il Vesuvio, questo era il suo sogno».
Dopo aver ascoltato tutte queste storie, che cosa sente di aver imparato?
«Che le storie delle persone, anche le più anonime e le più abbandonate, sono importanti. La ricchezza di contenuti, il mondo bellissimo che ognuno ha dentro di sé. E queste sono quelle che ho ascoltato io, chissà quante storie là fuori meritano di essere raccontate. È importante valorizzare le storie di tutti, dare speranza e dare voce a chi non ce l’ha. È un mondo che ha bisogno di speranza, leggere queste storie di fatiche, fede, amori molto semplici, sono tutti elementi fondamentali per alimentarla».
