«Giocare contro il Giappone è un’esperienza da provare. A fine gara mi sono complimentato con il loro allenatore per il rispetto in campo. Credo che sia stata la partita con meno falli di tutte quelle disputate nella mia carriera. A ogni intervento falloso, in qualche modo, i calciatori chiedevano scusa in campo, sempre con il sorriso. A fine gara, poi, il giro di campo e l’inchino a tutto il pubblico presente allo stadio per ringraziarlo. Negli spogliatoi ci hanno ringraziato uno ad uno stringendoci la mano e sono sicuro che lo avrebbero fatto anche in caso di sconfitta. Per non parlare poi del loro spogliatoio quando siamo usciti per le interviste. Brillava, sembrava che non ci fosse stata nessuna partita. Tutto sistemato così come era prima del match. È stato bello, in molti dovremmo prendere esempio da questo popolo e lo dirò anche ai miei calciatori». Non era un torneo di beneficenza, né una prima volta, la cornice a queste emblematiche dichiarazioni di Ronald Koeman, commissario tecnico della nazionale olandese che ha affrontato il Giappone nella prima gara ai Mondiali di calcio in corso in America.
Il Paese del Sol Levante, dopo aveva superato il girone di qualificazione destando un’ottima impressione anche tecnico-tattica, è stato amaramente eliminato allo scadere dei minuti di recupero dal Brasile guidato dal nostro Carletto Ancelotti, ai sedicesimi di finale: il Giappone era passato in vantaggio alla mezz’ora, conducendo un primo tempo sorprendente per solidità e compostezza, prima di arrendersi all’arrembaggio brasiliano. «È un grande rammarico che il nostro torneo finisca qui − ha dichiarato il CT del Giappone, Hajime Moriyasu, − ma i giocatori hanno dato davvero tutto. Spero che abbiamo reso orgogliosi tutti e che i ragazzi ricevano il riconoscimento che meritano per aver lottato fino all’ultimo minuto». “Il maestro” Moriyasu può ben dirlo, soprattutto perché i nipponici hanno ancora una volta incantato non solo per l’immarcescibile spirito di abnegazione e sacrificio che la storia riconosce loro da sempre, ma anche per un’evidente crescita qualitativa sul piano tecnico che merita maggiore approfondimento.
Project DNA in Giappone: un progetto che viene da (e soprattutto guarda) lontano
Già nella scorsa edizione dei Mondiali, quella del 2022 in Qatar, i “Samurai blu” furono una delle sorprese, raggiungendo gli ottavi di finale dopo aver vinto il proprio girone mettendosi alle spalle squadre sulla carta ben più attrezzate come Spagna e Germania. Ebbene, la crescita del calcio in Giappone si lega a una visione, tradotta in Project DNA (Developing Natural Abilities): un ambizioso programma a lungo termine lanciato dalla Federcalcio giapponese (JFA) nel 2016, con l’obiettivo di rivoluzionare il calcio nazionale e portarsi sul tetto del mondo entro il 2050. Il piano investe notevolmente sulla crescita dei vivai, sulla formazione degli allenatori e sullo sviluppo di infrastrutture all’avanguardia.
Nulla, come del resto vale per stile in Giappone, è frutto del caso: dallo sviluppo capillare di accademie giovanili è partito un processo di “standardizzazione del metodo di allenamento” in tutto il Paese, seguendo l’intento della Federcalcio giapponese di rendere la J1 League, massima serie del campionato giapponese di calcio, uno dei campionati più competitivi e prestigiosi al mondo entro il 2030, per poi puntare alla vittoria mondiale entro il 2050. Comunque vada, vista la storia calcistica del Giappone, sarà un successo. Anche perché altro tassello fondamentale del piano riguarda “l’esportazione” dei principali talenti nei campionati europei più importanti: in quest’ottica la squadra belga del Saint-Truiden è diventata un vero e proprio “avamposto” di talenti giapponesi. Dal 2017, la società è di proprietà del colosso giapponese DMM.com, fungendo da trampolino di lancio per i giovani nipponici diretti poi nei maggiori campionati europei.
Da qui sono passati alcuni dei principali esponenti del calcio giapponese come l’ex Arsenal e Bologna, Takehiro Tomiyasu, l’attuale portiere del Parma e della nazionale stessa, Zion Suzuki, il giocatore del Liverpool Wataru Endō e il fresco vincitore della UEFA Conference League con il Crystal Palace, il regista Daichi Kamada. Ai più esperti non sarà poi sfuggita la compresenza a questi Mondiali tra i titolari della selezione giapponese di giocatori come Ayase Ueda, centravanti vincitore della classifica cannonieri nel campionato olandese, ove milita nel Feyenoord di Rotterdam, segnando 25 gol in 31 presenze; così come quella di Daizen Maeda, trequartista stella del Celtic Glasgow, cui ha regalato la vittoria al cardiopalma del campionato scozzese agli sgoccioli dell’ultima giornata, trascinando la squadra con gol e assist a ripetizione.
La visione del Giappone: la crescita del calcio come quella del Paese
Il Giappone sta attraversando un periodo di cambiamento evidente dal punto di vista economico: la storica mentalità deflazionistica che sta lasciando spazio all’inflazione. In sintesi estrema, per circa 30 anni la società nipponica è stata abituata a prezzi in calo o stabili e, in un contesto simile, i consumatori non avevano l’urgenza di effettuare acquisti perché sapevano che probabilmente i prezzi sarebbero scesi. Questa mentalità ha inciso negativamente sulle vendite delle imprese e sulla crescita economica, dal momento che la domanda ha vissuto un lungo periodo di stagnazione. Oggi, a fronte del graduale aumento dei prezzi, un incremento degli acquisti da parte dei consumatori comporta un impatto positivo anche sulla redditività delle imprese con conseguente aumento dei salari medi per i lavoratori. Il settore più in espansione del Sol Levante è senza dubbio oggi quello turistico, per un vero boom storico con record di visitatori anno dopo anno.
Eppure, a questo boom si accompagna un preoccupante calo demografico che ormai procede lento ma inesorabile dal 1975: la popolazione mantiene standard di longevità invidiabili, ma la mancanza di nascite provoca grave carenza di manodopera, frenando il potenziale di crescita a lungo termine. Secondo le proiezioni della popolazione in base all’attuale tasso di fertilità, gli over 65 costituiranno il 40% della popolazione entro il 2060; la popolazione totale diminuirà di un terzo passando dai 128 milioni del 2010 agli 87 milioni nel 2060.
Modello educativo del Giappone: una lezione da imparare
Il sistema educativo giapponese è invidiabile sotto molti punti di vista: i bambini sin dai primissimi anni apprendono un approccio di cura collettiva e imprescindibile dello spazio privato e pubblico, ad esempio, da curare con meticolosità. Forse anche per questo ricordiamo intere autostrade distrutte da terremoti, visto l’enorme rischio sismico acclarato, ricostruite in pochi giorni. E come sul piano infrastrutturale, il Project DNA potrebbe essere altrettanto fonte d’ispirazione per l’obsoleto e spesso, cronache alla mano, corrotto sistema calcistico italiano: vista la disastrosa situazione del nostro bel Paese sul piano sportivo, ma a tratti anche infrastrutturale, osservare più da vicino lo straordinario paese del Sol Levante può sortire lezioni memorabili per tutti, programmando con cura.
