Votazioni sotto tensione

Val la pena di prendere in esame due casi di consultazioni che hanno avuto luogo in due tra i Paesi più importanti e dinamici del continente africano
Elezioni in Kenya

Cominciamo dal Sud Africa. I deputati sudafricani hanno votato martedì contro una mozione di sfiducia al controverso capo di Stato Jacob Zuma. Ma Jacob Zuma è sicuramente un sommergibile, riesce sempre a tornare a galla. I risultati della votazione gli hanno dato ragione ancora una volta: 177 a favore della mozione, 198 contrari e 9 astensioni, con gli applausi scroscianti della maggioranza parlamentare. Per passare, la mozione doveva raccogliere almeno 201 voti utili. «Il Parlamento ha respinto il tentativo di far cadere il governo. Abbiamo avuto fiducia nei nostri parlamentari per sconfiggere questo movimento di protesta», hanno detto i membri del Congresso nazionale africano (Anc), il partito al potere, in un loro comunicato.

Così, per la quarta volta dal 2015, Jacob Zuma è riuscita a limitare il dissenso interno e mantenere il suo posto, nonostante gli scandali di corruzione, la recessione e la disoccupazione record del 27,7%. Fin dall’inizio del suo mandato nel 2009, il presidente sudafricano è stato bersaglio di molti voti di sfiducia in parlamento. Il caso Nkandla (il capo dello stato del Sud Africa è sospettato di aver utilizzato denaro pubblico per 20 milioni di euro per rinnovare la sua lussuosa residenza privata, già dal 2009) è esemplare. Jacob Zuma è ormai impigliato in una serie di scandali politici, di conflitti di interesse e di sospetti di corruzione.

Più importante il voto in Kenya. La tensione politica e sociale nel Paese è al suo apice. E per una buona ragione: l’opposizione ha rifiutato di riconoscere i risultati provvisori delle elezioni generali di martedì 8 agosto 2017. Gli scontri si sono verificati tra la polizia antisommossa e manifestanti a Kisumu, la più grande città occidentale del Paese, che è una delle roccaforti dell’opposizione. La polizia ha sparato gas lacrimogeni a diverse centinaia di manifestanti che avevano eretto barricate. In tutto, nel Paese sembra vi siano stati 4 morti negli incidenti. Secondo i risultati preliminari diffusi dalla Commissione elettorale sul conteggio del 95% dei seggi elettorali, il presidente uscente Uhuru Kenyatta è accreditato con il 54,35% dei voti, dieci punti in più rispetto Raila Odinga (44,78%).

Ma il principale avversario, Raila Odinga, ritiene che «la pirateria abbia colpito la credibilità delle elezioni». Odinga ha detto che gli hacker hanno creato «errori» nel server Iebc (Commissione elettorale indipendente), con download che avrebbero artificialmente aumentare il punteggio di Kenyatta. «Questo attacco contro la democrazia ha influenzato i risultati delle elezioni in 47 contee», ha sostenuto l’ex primo ministro. Gli hacker avrebbero usato i codici di accesso di Chris Msando, direttore del centro tecnico della Iebc, trovato morto in circostanze misteriose a fine luglio. Tutto questo avrebbe creato una differenza 11% nei risultati, sapendo che il presidente ha circa 10 punti di vantaggio nella dichiarazione provvisoria. Si attendono di ora in ora i risultati ufficiali delle elezioni. Nel 2007, le proteste dopo i risultati avevano portato a una crisi terribile, con più di mille morti e mezzo milione di sfollati. Nel 2013, Raila Odinga, che era già un candidato, aveva sfidato il presidente portando il caso davanti alla Corte Suprema, ma senza successo. Il capo degli osservatori elettorali dell’Unione africana in Kenya, ha invitato i keniani a evitare la violenza non necessaria per consentire alla commissione elettorale indipendente di completare il proprio lavoro.

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