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Un Paese da bonificare

Profitti privati e disastri ambientali. La questione della responsabilità. Con un’intervista sugli ecoreati al magistrato Raffaele Guariniello. Inchiesta tratta dal n. 6/2019 di Città Nuova
Lo stabilimento Ilva al tramonto, 24 settembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

Il Bel Paese è aggredito da numerosi agenti inquinanti  derivanti da una pesante produzione industriale. Non solo al Sud. Anche in una vasta area del ricco Veneto la popolazione ha scoperto di recente di «avere i Pfas nel sangue! I Pfas sono acidi molto forti usati dagli anni ’50 nella filiera di concia delle pelli, nella produzione di carta e cartone per uso alimentare, per rivestire le padelle antiaderenti e per molto altro. Gli scarichi di un’azienda del nostro territorio hanno contaminato le falde, i fiumi e con essi la terra e gli alimenti con cui si sono nutrite, e si nutrono tuttora, migliaia di persone». Così circola in Rete l’appello di un gruppo di donne denominatesi “mamme no Pfas” per indicare la “cura” del bene comune.

L’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) parla di quasi 12.500 siti contaminati, di cui 58 considerati di interesse nazionale per gravità del danno, con interventi di bonifica di competenza statale o regionale rallentati o frenati per mancanza di denaro, anche se la popolazione esposta raggiunge 6 milioni di persone.

10 miliardi di euro

Secondo un rapporto di Confindustria del 2016, con una spesa di almeno 10 miliardi di euro si avrebbero notevoli impatti positivi nell’economia con il risanamento e la riconversione produttiva: il raddoppio degli investimenti, 200 mila posti di lavoro e 5 miliardi di entrate fiscali.

Dovrebbe pagare chi ha prodotto il danno. Nel caso dell’Ilva di Taranto la magistratura è riuscita a bloccare un miliardo e 300 milioni di euro su conti svizzeri della precedente proprietà della famiglia Riva per destinarli alle bonifiche (soldi comunque insufficienti). Ma è un fatto raro. Di solito le società incriminate cambiano nome, proprietà o non esistono più. L’impresa accusata del grave inquinamento del Pfas in Veneto, ad esempio, ha presentato istanza di fallimento e sarà difficile far valere, come fa notare Greenpeace, nel procedimento avviato, la responsabilità diretta del gruppo internazionale con sede fiscale in Lussemburgo.

In tanti casi, dopo lunghi processi, si scopre che il reato non è più perseguibile perché è passato troppo tempo e tutto cade in prescrizione. Esemplare in questo senso l’affresco descritto da Marina Forti nel suo recente libro edito da Laterza Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia.

Il costo da pagare

Come se ne esce? Una  soluzione è stata avanzata da un magistrato scomodo. Raffaele Guariniello è persona colta e gentile. Da giovane pretore ha osato mettere sotto accusa il sancta santorum del potere italiano, scoprendo il servizio segreto parallelo messo in piedi dalla Fiat per controllare, contro ogni regola, i propri dipendenti. Quando 7 operai dell’acciaieria della ThyssenKrupp sono morti in modo orrendo a Torino nel 2007, è riuscito, con la sua équipe di esperti, a trovare la prova eclatante della responsabilità degli amministratori della casa madre del colosso industriale tedesco. Un fatto che ha suscitato scalpore, considerando la prassi di chiamare in causa per colpa gli stessi lavoratori, tranne poi scaricare la responsabilità sulle gerarchie intermedie.

Le sue numerose inchieste non potevano non generare tante critiche, come quella del politologo Luttwak, molto attento alle cose italiane. E, infatti, ha terminato la sua attività, nel 2015, non riuscendo a far decollare la proposta di istituire una Procura nazionale competente per gli infortuni sul lavoro e una specializzata sui disastri ambientali. Una pista che, invece, merita di essere approfondita a livello di organizzazione degli uffici giudiziari, assieme alla configurazione giuridica del “disastro ambientale”, pur inserito quello stesso anno come delitto nel codice penale.

Il danno e la beffa

Cosa avviene, di solito, davanti ai territori pesantemente inquinati da imprese irresponsabili? Dopo il clamore per i morti e i danni irreversibili alla salute, si arriva a sentenze della magistratura che dichiarano prescritto (cioè estinto) il reato perché lo sversamento dei veleni nel terreno o la diffusione delle sostanze cancerogene nell’atmosfera sono avvenuti qualche decennio addietro. I comitati dei cittadini, frustrati, cominciano a dividersi tra loro e i territori restano da bonificare perché lo Stato non ha soldi da investire.

Ma se alcuni disastri, come il crollo di un ponte o il deragliamento di un treno, si verificano in un tempo ben preciso, quello ambientale è diverso, perché produce «una lesione della pubblica incolumità» che avviene in un lungo periodo di tempo. Come nel celebre caso dell’Eternit, la fabbrica dell’amianto di Casale Monferrato, chiusa nel 1981, ma che continua a produrre morti per tanti anni. Cinquanta nel 2018 solo in quella zona, per un totale provvisorio di 1.800 decessi nella provincia di Alessandria. E solo al cessare del disastro, cioè della «situazione di forte e grave pericolo per l’incolumità pubblica e la salute delle persone», decorre il tempo previsto dalla legge per dichiarare estinto e non perseguibile il reato. Questa la tesi presa in considerazione e applicata nella vicenda di Casale dal tribunale di Torino nel 2012 e sostanzialmente confermata in sede di appello nel 2013 con la condanna penale, e il risarcimento dei danni da parte dei vertici internazionali della società. Un evento di carattere mondiale perché l’amianto era ancora prodotto e venduto all’epoca anche in Brasile e in Canada, oltre che in Russia e Cina. Ci ha pensato, poi, la Cassazione nel 2014 ad annullare la clamorosa condanna, non riconoscendo la ricostruzione del reato permanente, adottata ancora in primo grado dal Tribunale. Come ha detto, nella sua requisitoria, Francesco Iacoviello, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, «il giudice, di fronte all’alternativa fra la giustizia e il diritto, deve scegliere il diritto».

SE LA GIUSTIZIA NON È UN SOGNO

La questione, comunque, resta aperta. Abbiamo perciò intervistato Raffaele Guariniello, autore di La giustizia non è un sogno (Rizzoli). Un’autobiografia, come un romanzo d’attualità del nostro Paese

Come mai non è stata approvata la sua proposta di una Procura nazionale sui reati ambientali?

Esistono, di fatto, degli ostacoli di tipo “corporativo” nel senso che all’interno della magistratura si è molto attenti a non perdere competenze su questioni importanti, ma il vero motivo è un altro. E cioè che una procura così specializzata, e in grado di operare su tutto il territorio nazionale, rischia di funzionare davvero.

In che modo?

Una squadra coesa di esperti e consulenti in grado di usare lo stesso metodo investigativo, affinato sul campo, sarebbe in grado di superare le contraddizioni attuali di avere da parte delle diverse procure, pur davanti alle medesime vicende, la richiesta di rinvio a giudizio o direttamente l’assoluzione. Di solito l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra davanti a fatti eclatanti e gravi, come ad esempio un disastro o le conseguenze di un terremoto, senza tuttavia porsi la domanda sulla possibilità di prevenire tali tragiche conseguenze in casi simili. Ecco, una procura nazionale avrebbe la possibilità di partire da tali domande omesse o rimosse.

Può fare un esempio?

Ad esempio, davanti al disastro ferroviario di Trani bisogna chiedersi se non esistano, in ogni altra parte del Paese, delle precondizioni tali da produrre lo stesso incidente. Partire dalla disgrazia per far predisporre le opportune attività di prevenzione. Questo è ciò che ho sempre cercato di fare scontrandomi con il limite delle competenze territoriali dell’ufficio. Ma è facilmente intuibile che un’azione del genere sarebbe ancora più efficace se potesse operare a livello europeo.

Che tipo di riscontro ha avuto in Europa?

Quando mi capita di andare a Bruxelles, o in Francia e Germania, ecc., i miei colleghi restano a bocca aperta dicendo: «Ma voi davvero avete fatto processi penali su queste materie?». Il caso italiano è unico. La stessa Procura di Parigi, che ha competenza su quasi tutto il territorio nazionale, ma non ha l’autonomia della magistratura italiana dal potere esecutivo, ha archiviato ogni inchiesta penale anche davanti a casi eclatanti come la produzione e vendita dell’amianto. In tante zone dell’Europa esiste una vera e propria situazione d’inerzia. Per questo motivo sarebbe utile un pubblico ministero con competenza a livello europeo, come previsto, tra l’altro, dall’articolo 86 del Trattato dell’Unione europea.

Cosa comporta questa mancanza di volontà politica?

Che un rapporto della Ue ha definito l’Europa un paradiso penale perché esistono le barriere per magistrati e polizie ma non per i criminali.

Il processo Eternit ha posto l’Italia come esempio a livello mondiale. E il punto nodale era l’applicazione del concetto di “reato permanente”. A che punto stiamo?

Innanzitutto teniamo presente che esistono dei processi in corso, a Napoli e Vercelli, che fanno valere la responsabilità penale della società per il reato di omicidio di persone esposte all’amianto. La definizione e applicazione della fattispecie del “reato permanente” in campo ambientale dovrebbero avvenire a livello normativo perché al momento le diverse sezioni della Corte di Cassazione conti- nuano a emettere sentenze, anche nel 2018 e 2019, di prescrizione di grandi disastri.

Esistono tentativi di definire una norma chiara in materia?

Purtroppo anche l’importante legge sugli ecoreati del 2015 non ha risolto tale problema. Prevede pene severe e casistiche molto dettagliate, senza tuttavia chiarire il tempo in cui si consuma il reato. Con la conseguenza che diventa impossibile, per il decorrere della prescrizione, far valere le responsabilità per atti compiuti 15 o 20 anni addietro. Tutt’altra storia se il tempo di prescrizione di un reato comincia a decorrere solo dal momento in cui cessa il disastro in tutte le sue conseguenze. Nel caso dell’Eternit di Casale Monferrato le persone continuano a morire.

E il picco dei decessi deve ancora arrivare. Cosa si può fare?

Come detto, si tratta di intervenire a livello normativo, altrimenti è destinata ad affievolirsi l’aspettativa di giustizia nello Stato da parte di intere comunità di cittadini che si sentono umiliate e offese. Vedo che grandi speranze ha originato la commissione sull’amianto istituita recentemente dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

Lei ha partecipato alla commissione parlamentare sull’utilizzo dell’uranio impoverito da parte dei militari italiani che hanno contratto patologie tumorali. Come è andata in questo caso?

La commissione presieduta dal deputato Giampiero Scanu ha fatto un ottimo lavoro di inchiesta e prodotto una conseguente proposta di legge che, tuttavia, non è andata finora in discussione.

Si dice che leggi troppo restrittive, anche quando si tratta di salute collettiva, allontanino i grandi investitori…

Io dico che bisogna stare attenti alla caduta di fiducia delle persone nella giustizia. A non generare uno scoramento diffuso tra i cittadini. E sono convinto del fatto che, insistendo e lavorando molto, si possono raggiungere dei buoni risultati. Anche grazie a una cittadinanza attiva capace di insistere e non dividersi al proprio interno. E a tutti dico: non demordete e non lasciatevi intimidire.

 

Due domande a Stefano Ciafani

PRESIDENTE DI LEGAMBIENTE

Ritiene opportuna l’istituzione di una Procura nazionale per i reati ambientali?

La Procura nazionale antimafia ha istituito una sezione dedicata ai crimini ambientali e qualche passo avanti si sta facendo. Così come in Cassazione c’è una sezione, la Terza, che affronta tutti i casi in materia, facendo giurisprudenza; ma credo che la complessità dell’argomento vada affrontata con pm e sezioni specializzate. In questo senso, affrontando la questione in maniera organica, potrebbe essere utile prevedere una Procura nazionale dedicata. Altrimenti si rischiano doppioni o strutture senza gambe operative nei territori e quindi scarsamente efficaci.

Come valuta la tesi del dottor Guariniello circa la natura permanente dei delitti ambientali?

Grazie alla legge 68/2015 sugli ecoreati, i tempi di prescrizione si sono raddoppiati per i delitti ambientali (inquinamento, disastro ambientale, omessa bonifica tra gli altri), ma il problema resta per i reati contravvenzionali (ad esempio, per quello di discarica abusiva). In caso di persistenza dell’inquinamento nei casi più gravi e quando non si bonifica, il problema esiste e va affrontato, anche dal punto di vista giuridico.

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