Anche in questa nostra epoca, caratterizzata da mille difficoltà, si ripresentano puntualmente situazioni da strategia della tensione. La storia contemporanea ci insegna che, al fine di ostacolare la voglia di rinnovamento e di emancipazione tipiche del ’68 che si erano tradotte in rivendicazione di nuovi diritti, e che si erano diffuse anche fra i lavoratori, la risposta messa in campo da alcune forze eversive fu la strategia della tensione.
Le elezioni del 1968 certificarono un’avanzata sia democristiana che comunista, accompagnate da un deciso arretramento socialista. Nello Scudocrociato, Aldo Moro abbandonò i dorotei, la corrente di maggioranza relativa all’interno del partito, per assumere una posizione propria all’interno della nuova corrente dei morotei, che a lui si riconduceva. Ciò provocò le dimissioni dell’intera direzione nazionale della DC.
Ne seguì una fase di stallo e la formazione di un governo balneare (governo Leone) incaricato di traghettare il Paese a nuove elezioni; ma dietro le quinte della politica agivano da tempo forze potenti, apertamente ostili ai vincoli costituzionali: uffici di servizi segreti, misteriose “logge”, circoli neofascisti, vertici burocratici non pienamente sotto controllo, settori eversivi dell’apparato militare.
D’altra parte, spiravano forti venti di segno contrario, che si dispiegavano impetuosi in molte parti del mondo: il movimento pacifista americano, le battaglie portate avanti da Martin Luther King e da Malcolm X, il nuovo impegno per l’emancipazione femminile, una nuova coscienza ecologica, la spinta impetuosa del rinnovamento post-conciliare… Erano venti di natura diversa, ma accumunati dalla richiesta di maggiori libertà e diritti per i cittadini, stanchi del conformismo e dell’autoritarismo.
Fu in tale clima culturale e politico che si svolse, in Italia, la contestazione studentesca del ‘68. I due eventi simbolo del ‘68 italiano furono gli scontri fra studenti e polizia, svoltisi a Valle Giulia a Roma (1 marzo), e il lancio di uova sulle pellicce delle signore, all’inaugurazione della stagione del Teatro Alla Scala di Milano (7 dicembre). Le manifestazioni studentesche e le occupazioni universitarie dilagarono a macchia di leopardo dal nord al sud della Penisola, con il blocco totale delle lezioni da parte degli studenti, nello sconcerto generale. La prima causa della protesta degli universitari italiani era il mancato ammodernamento delle strutture educative e dei metodi didattici. Ci furono, purtroppo, anche molti scontri fra manifestanti e forze dell’ordine, queste ultime comandate da vertici forse inadeguati culturalmente a gestire quanto stava accadendo.
L’ondata di proteste e di scontri si protrasse a lungo e raggiunse il culmine nell’ “autunno caldo” del 1969, caratterizzato da numerose manifestazioni operaie (e anche contadine, nel Meridione), spesso appoggiate dagli studenti. Si trattò di un’eccezionale mobilitazione operaia, capitanata dallo stabilimento Mirafiori della Fiat di Torino, a cui aderirono centinaia di migliaia di lavoratori di tutta la Penisola, che rivendicavano maggiori tutele e un nuovo Statuto dei Lavoratori.
Gli eventi di quell’autunno scatenarono la risposta allarmata dei sindacati e della Confindustria. I primi erano preoccupati di perdere iscritti; si trattava infatti di manifestazioni spontanee e poco gestibili con gli strumenti tradizionali, e gli scioperi (“a singhiozzo”, “a scacchiera”) erano operati con modalità inedite. Gli industriali si lamentavano del danno economico subito e chiedevano al governo interventi concreti e decisi che riportassero al loro posto i lavoratori. Il governo stimò i danni provocati alla produzione industriale con cifre da capogiro.
I grandi media nazionali preferirono parlare soprattutto d’altro, compreso il Corriere della Sera, allora diretto da Giovanni Spadolini, e aprivano con notizie di politica estera (dal Vietnam all’Irlanda del Nord…). Lo Statuto dei Lavoratori, e la legge che istituiva le Regioni, furono poi promulgate dal governo Rumor, l’ultimo governo di centrosinistra, nel 1970.
Tre nodi stavano venendo al pettine in Italia:
- la perdita del baricentro all’interno della DC, partito di maggioranza relativa, dilaniato da agguerriti contrasti fra i suoi maggiori esponenti;
- la presenza negli apparati di sicurezza di vaste sacche di residualità fascista, come cultura, mentalità e formazione professionale, una questione che rimanda al tema della mancata o ridotta discontinuità degli apparati burocratici all’indomani della fine della dittatura: è stato calcolato che nel 1969 tutti i magistrati della Cassazione e il 70% di quelli di Appello erano in servizio da prima del 1944 e perciò si erano formati sotto il fascismo. (*Gotor)
- la forza crescente del più grande partito comunista dell’Europa occidentale.
In tale contesto, le forze eversive, che intendevano riportare più a destra la nostra Penisola temendo che le sinistre potessero approfittare del momento favorevole, decisero di muoversi, inaugurando la “strategia della tensione”.
Ma che cosa fu la strategia della tensione? È assai probabile che sia stata la risposta alla “strategia dell’attenzione”, espressione utilizzata da Moro al congresso democristiano del 1969. Lo statista pugliese, nell’occasione, aveva invitato il suo partito a rivitalizzare il centrosinistra in crisi, con una nuova attenzione allo schieramento di opposizione, ampliando gli orizzonti. Come ha scritto lo storico Pietro Scoppola, «il centrosinistra non aveva potuto superare i limiti di una democrazia senza ricambio»; un partito condannato al monopolio di governo produce necessariamente una “democratura”. Una vera democrazia necessita di relazioni. Siamo alle origini di quella che, dal 1973 in poi, sarebbe diventata la “politica della mano tesa” al PCI di Enrico Berlinguer, o “compromesso storico” che dir si voglia.
È consuetudine degli storici far iniziare la strategia della tensione il 12 dicembre 1969: quel giorno scoppiarono 5 bombe in meno di un’ora, dalle 16.30 alle 17.30, tra Roma e Milano, provocando 17 vittime e 105 feriti. Il più grave di questi attentati, di matrice neofascista, è passato alla storia col nome di strage di Piazza Fontana, nel centro di Milano. Le lunghe e innumerevoli indagini rivelarono che i responsabili erano terroristi dell’estrema destra, probabilmente collegati a servizi segreti dello Stato, con complicità e legami nazionali ed internazionali, i quali però non sono mai stati perseguiti. Nel 2005 anche i due terroristi furono dichiarati non più processabili, in quanto irrevocabilmente assolti dalla Corte d’Assise d’appello di Bari.
Aldo Moro, che il 12 dicembre era in missione diplomatica a Parigi, seppe nel viaggio di ritorno di quella strage. Era accompagnato dalla figlia Agnese che, alla notizia, vide suo padre “invecchiare in un istante”. Moro, infatti, che sapeva da tempo di essere in pericolo di vita, capì subito che quella strage avrebbe significato un fortissimo inasprimento dello scontro sociale e politico, con il conseguente moltiplicarsi dei rischi per gli uomini politici maggiormente esposti.
Quale fu l’atteggiamento dei principali media italiani, dopo la strage di Piazza Fontana? Stavolta fu messo in atto un colossale depistaggio dell’opinione pubblica, a cui fu propinata a piene mani la pista anarchica o più genericamente “rossa”; è pur vero, tuttavia, che il reato di depistaggio è stato introdotto in Italia solo nel 2016, con la legge 133.
Chi furono i mandanti della strage di Piazza Fontana? Per ora si possono soltanto formulare ipotesi molto plausibili. Tuttavia, gli storici sanno che l’alta burocrazia statale si mosse per nascondere la pista neofascista. Chiari sono anche gli obiettivi politici che quegli stessi apparati si riproponevano: accreditare le “sinistre” come nemiche dell’ordine pubblico e spostare a destra l’elettorato. E ciò, di fatto, fu quello che accadde, anche in seguito a un secondo, misterioso evento, posteriore di un anno alla strage di Piazza Fontana: il golpe Borghese, preparato a puntino e poi bloccato, l’8 dicembre 1970.
Una fitta nube grigia avvolge gli eventi di quegli anni e tale segretezza dipende in parte dalla decisione del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, attuata l’8 agosto 1974, poco giorni dopo l’ennesima strage neofascista (il treno Italicus); egli incaricò di bruciare nell’inceneritore di Fiumicino circa 128.000 dossier dei servizi segreti, relativi ai vent’anni precedenti. Un rogo effettuato alla presenza di un generale e agente segreto italiano.
Si dirà: cosa c’entrano gli eventi di mezzo secolo fa con la situazione odierna? Niente, ovviamente. Eppure le estreme destre, come tutti i radicalismi, sono molto attive, anche oggi, e capaci di nascondere, destabilizzare, polarizzare, controllare, depistare; conoscere la storia contemporanea, la nostra storia, è custodire lo spirito accogliente e dialogico degli uomini e delle donne che fecero la nostra splendida Costituzione. Il passato è custode del presente; e la comunità attiva e consapevole genera i tempi migliori.
*Fonte: Miguel Gotor, Generazione Settanta. Storia del decennio più lungo del secolo breve 1966-1982, Einaudi, 2024