Tra unionisti e indipendentisti

Dopo due settimane di battaglie verbali, di ostruzionismi polizieschi, di manifestazioni e contromanifestazioni, a che punto siamo?

Non ci sono tra gli avvenimenti accaduti durante la crisi catalana quegli elementi che di solito vengono riportati nei manuali storici: battaglie, truppe in movimento, morti e feriti… Sì, è vero, alcune centinaia di persone sono rimaste contuse nelle loro membra e, soprattutto, un gran numero di altre persone si ritrovano offese nell’animo, ferite che solo il tempo potrà risanare. Così come sono da valutare le conseguenze dell’effetto mediatico che senz’altro hanno avuto una loro importanza. C’è stato, ad esempio, il caso di quella vecchietta ultranovantenne che da tempo non andava più a votare ma che, vedendo le immagini della polizia che caricava i votanti, ha deciso di alzarsi dalla sua poltroncina e di andare anche lei a pronunciarsi.

C’è però qualcosa di molto più profondo che mette in dubbio la “semantica” del discorso politico: si è cioè parlato molto sia del modo di esporre le proprie posizioni, della “narrativa” proposta dal fronte indipendentista, sia di quella proposta invece dall’immobilismo legalista e giudiziario che il governo spagnolo ha voluto usare per far fronte alla crisi. In soldoni, com’è che gli indipendentisti catalani e il governo centrale hanno affrontato il conflitto? In effetti ciò interpella fortemente il modo in cui la Spagna intera, ma anche l’Europa, traduce in politica le esigenze delle minoranze culturali, quelle che non si sentono capite e nemmeno integrate in un dato sistema politico. Non è un problema solo spagnolo. Come fare? Servirebbero dei politici creativi capaci di innovare. Ad esempio, la Catalogna non ha mai goduto di un grado di autogoverno come quello attuale che le viene offerto con lo “Stato delle autonomie”, introdotto dalla Costituzione del ’78; ma ciò non riesce a saziare il senso di diversità di una parte del popolo catalano.

La Catalogna è in effetti uno di quei territori dove il conflitto sembra endemico. Essendo tra le regioni industrialmente più sviluppate, ha attirato tanta immigrazione dal resto della Spagna, e ora anche dall’estero, mostrando quindi una popolazione che esprime la sua “catalanità” in modi e forme assai diversi. I binomi con cui si semplificano le cose rischiano di essere inadeguati, rischiano di essere riduttivi rispetto alla realtà, se non addirittura ingannatori: indipendentisti/non indipendentisti, nazionalisti/non nazionalisti, catalanisti/non catalanisti… son binomi ambigui.

La mobilitazione popolare del primo ottobre per un referendum che si è svolto senza garanzie di legalità, poi le manifestazioni in diverse città catalane in difesa della Catalogna «offesa e martoriata» dall’intervento repressivo dello Stato, quindi la riunione pubblica dell’8 ottobre a Barcellona contro l’indipendentismo, senza contare il continuo annuncio di multinazionali che vogliono traslocare dalla Catalogna perché restare in Europa assicura loro condizioni di mercato favorevoli: tutto ciò compone un panorama confuso che incute un certo timore. Al punto che alcuni indipendentisti viscerali, come Oriol Junqueras, vicepresidente del governo regionale, hanno già moderato il loro discorso.

Sta di fatto che, se in queste settimane post-referendum venisse fatta una dichiarazione d’indipendenza unilaterale, è chiaro che il presidente catalano Puigdemont e altri personaggi del suo governo finirebbero in carcere. Tanti spagnoli lo stanno già chiedendo. Il governo centrale potrebbe anche applicare l’articolo 155 della Costituzione spagnola, che consente allo Stato di sospendere l’autonomia, e dunque l’autogoverno di una comunità autonoma se questa «non compie gli obblighi che la Costituzione e altre leggi impongono, o attua in modo che affetti gravemente l’interesse generale della Spagna». Tanti spagnoli stanno invocando proprio l’applicazione di questa norma costituzionale. C’è tuttavia la speranza che con altre misure meno drammatiche si possa risolvere il conflitto tra Spagna e Catalogna, da qualcuno definito come «uno scontro tra treni».

Se una tale dichiarazione non si producesse, cosa che sembra plausibile in particolare dopo le dichiarazioni di Puigdemont al Parlamento catalano il 10 ottobre, resterebbero nel contempo non pochi processi giudiziari da risolvere, come quelli già aperti contro membri del governo, del Parlamento e della polizia catalani, che si spera possano essere portati avanti con attenzione e moderazione per non sollevare nuove rivolte. Ma soprattutto resterà il bisogno di quel dialogo richiesto  da tante parti, in fondo anche dai due governi, e credo dalla maggioranza della popolazione sia in Catalogna che in Spagna. È il dialogo la speranza nascosta nei cuori della maggioranza degli spagnoli.

Chi sa mai se la crisi catalana, generata da una parte dal rigido atteggiamento dell’attuale governo regionale, obbligato dalle promesse elettorali a spingere per l’indipendenza, e dall’altra dalla diffidenza del governo centrale spagnolo verso una forte minoranza interna come quella catalana, resterà negli annali.

Si tratta di indipendentismo o di secessionismo? Come definire quel che sta accadendo? Dalle istanze internazionali poggiate su poteri legalmente costituiti, arrivano condanne per una sorta di rivolta che non rispetterebbe gli argini della legalità. D’altra parte, voci più o meno autorizzate plaudono al coraggio di questa mossa anti-sistema, se non anarchica, che riesce a far fronte agli strumenti del potere eccessivo di uno Stato.

 

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