Il vertice di Pechino tra i presidenti statunitense e cinese, rispettivamente Donald Trump e Xi Jinping, si è concluso in pompa magna, ma con risultati concreti inafferrabili, tanto da essere già stato ribattezzato dagli analisti come il “summit dello stallo”.
Sul fronte commerciale, il presidente Usa ha annunciato “accordi fantastici” sulle “tre B” (beef, beans e Boeing, cioè carne, fagioli e aerei), ventilando un impegno cinese per l’acquisto di duecento jet (estendibili) e parlando di massicce importazioni di soia e carne bovina senza ulteriori dettagli; ma Pechino non ha ancora confermato ufficialmente i dettagli economici, e la tregua generale sui dazi resta fragile e in scadenza a novembre.
Per quanto riguarda la geopolitica, il dossier più spinoso è stato senza dubbio quello della guerra in Iran: i due leader hanno concordato sulla necessità di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz per garantire i flussi energetici e sul rifiuto di un Iran come potenza nucleare, ma la Cina non ha promesso passi formali per spingere Teheran al tavolo dei negoziati, nonostante Washington abbia ventilato la possibilità di alleggerire le sanzioni sulle aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano.
Nota di forte tensione ha riguardato ovviamente Taiwan: Xi Jinping ha ammonito duramente la controparte a esercitare “estrema cautela” per evitare conflitti aperti, mentre l’omologo Usa ha mantenuto la linea dell’ambiguità strategica, dichiarando di non aver preso impegni con Xi, ma lasciando in sospeso l’approvazione del nuovo pacchetto di aiuti militari da quattordici miliardi di dollari destinato a Taipei.

Il presidente cinese Xi Jinping accoglie il presidente degli USA Donald Trump President Donald Trump a Pechino, maggio 2026. Ansa, EPA/Maxim Shemetov / POOL
Anche sul versante tecnologico e dell’intelligenza artificiale non ci sono stati accordi strutturali sulle linee guida in ambito di sicurezza, sebbene i mercati americani abbiano respirato grazie alla presenza al vertice di potenti CEO, tra cui Elon Musk e Jensen Huang di Nvidia, quest’ultimo favorito dal recente via libera statunitense alla vendita di chip avanzati H200 ad alcune aziende cinesi. In sintesi, l’incontro ravvicinato tra i due leader ha evitato rotture drastiche e ha fissato una fitta agenda di incontri per l’anno in corso, ma ha confermato come la competizione strategica a lungo termine tra Stati Uniti e Cina rimanga la questione portante, e irrisolta, delle relazioni bilaterali.
Alcune riflessioni paiono necessarie per avere una visione più chiara sulla tonalità dominante del summit, che non è stata quella politica, ma quella economica. Sarebbe bastato scorrere la lista dei compagni di volo del presidente Usa nell’Air Force One per intuire quale fosse lo scopo del viaggio, cioè gli affari. Su questa base, si è subito capito che la partita a scacchi del summit sino-statunitense metteva in secondo piano la politica: Iran (e Stretto di Hormuz), Taiwan (e Mar cinese meridionale) e Ucraina (e Mar Nero) sono argomenti di cui si è trattato, ma soprattutto per i riflessi economici – quello che viene estratto o prodotto in quei Paesi –, cioè petrolio (e gas, con tutta la catena di sottoprodotti), chip avanzati (indispensabili per l’IA, sapendo che l’80 per cento viene prodotto a Taiwan) e litio (estratto nel Donbass, indispensabile per le batterie elettriche).
In secondo luogo, val la pena di sottolineare come le dichiarazioni più politiche non siano state “granitiche”, nel senso che i due interlocutori e i loro potentissimi apparati di comunicazione e informazione hanno dato letture delle posizioni altrui non proprio corrispondenti al reale, senza però che questo abbia richiamato smentite sdegnate da parte del fronte opposto, tutt’altro: ognuno ha espresso il proprio parere con una certa indifferenza alle dichiarazioni altrui.
In terzo luogo, va detto come sia stato il presidente Usa a spostarsi per incontrare l’omologo cinese, e non viceversa. Certo, l’accoglienza cinese è stata straordinariamente ricca e impeccabile, ma ciò non ha cancellato la convinzione che attualmente sia la Cina a essere in posizione di forza, anche se la politica statunitense mira a riaffermare la supremazia sull’intero pianeta. E lo fa con sfoggio di potenza e con attenzione sensibile alle opinioni altrui, mentre da parte cinese non c’è nessuno vero sforzo per apparire forti, né sembra che si stiano ad ascoltare più di tanto gli effetti mediatici delle dichiarazioni dei loro capi.
Mondi diversi. In ogni caso, il capo della Casa Bianca sembra a suo agio quando tratta coi potenti di questo mondo, manifestando ossequio e rispetto per coloro che egli considera al proprio livello, mentre coi meno forti si mostra a tratti insofferente e addirittura sprezzante. Anche questa è una strategia. Non si sa quanto vincente. Il prossimo futuro lo dirà.
