Un mese fa, la giornalista di Città Nuova Liliane Mugombozi lanciava un allarme per il disinteresse della comunità internazionale nei confronti della crisi umanitaria del Sudan, dove è è in corso una devastante guerra civile iniziata nel 2023, che vede contrapposti l’esercito regolare (Saf) – guidato dal generale al-Burhan – e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti. I combattimenti continuano a devastare la capitale Khartoum, la regione occidentale del Darfur e lo stato di al-Jazirah, alimentati dal commercio clandestino di armi. Le istituzioni democratiche e la transizione civile avviata alla caduta del dittatore al-Bashir sono state azzerate, lasciando il Paese spaccato in due blocchi e con la capitale amministrativa trasferita nei fatti a Port Sudan. Tale scontro istituzionale ha generato una tra le più gravi crisi umanitarie del pianeta: tra i tredici e i quattordici milioni di sfollati, il collasso del sistema sanitario e milioni di civili ridotti alla fame nel sostanziale silenzio della comunità internazionale.
Pare quindi utile, oggi, tornare sull’argomento, per non “dimenticare” una guerra devastante, oscurata dalle guerre a noi più vicine. Nell’attuale crisi sudanese, emerge innanzitutto la personalità di Hemedti, un personaggio “improbabile”: da commerciante di cammelli e leader di milizie nel Darfur, a uno degli uomini più potenti e ricchi dell’Africa orientale, la cui ascesa politica era avvenuta all’ombra del dittatore Omar al-Bashir. All’inizio del millennio, Hemedti era emerso come un comandante di spicco delle Janjaweed, le milizie arabe sostenute dallo Stato e dispiegate da al-Bashir per reprimere le ribellioni nel Darfur, con atrocità diffuse che fanno pensare a genocidio. Nel 2013 al-Bashir ha strutturato le forze di Hemedti nelle Rapid support forces (Rsf), un’unità paramilitare ufficiale posta sotto la diretta dipendenza della presidenza per tutelarsi da eventuali colpi di Stato dell’esercito regolare. Hemedti, inoltre, ha sfruttato le miniere d’oro di Jebel Amer, nel Darfur settentrionale, per costruire un impero commerciale. Questa autonomia finanziaria, unita all’invio di mercenari delle Rsf a combattere per i sauditi in Yemen, ha trasformato le forze paramilitari in un’impresa ricchissima, svincolata dallo Stato sudanese.
Quando nel 2019 il Sudan è stato scosso da massicce proteste popolari, Hemedti ha intuito che il regime di al-Bashir non aveva un grande futuro. Ha unito quindi le forze con il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Forze armate sudanesi regolari (Saf), per deporre il dittatore. I due generali hanno inizialmente condiviso il potere all’interno di un consiglio di transizione sia civile che militare, ma nell’ottobre 2021 Burhan e Hemedti hanno orchestrato un colpo di Stato per destituire il primo ministro civile, Abdalla Hamdok. Ma l’alleanza tra i due signori della guerra si è incrinata sui piani di integrazione delle Rsf nell’esercito regolare: Hemedti pretendeva una tabella di marcia di dieci anni, mentre le Saf spingevano per due anni. Questa frizione ha innescato l’inizio della guerra il 15 aprile 2023.
Così Il Sudan è di fatto spaccato in due. Mentre il governo del generale Burhan opera da Port Sudan e dalle regioni orientali, Hemedti ha consolidato il controllo su gran parte del Darfur e del Kordofan. Nel 2025, Hemedti ha istituito un “governo di pace e unità”, con sede a Nyala, per sfidare la legittimità delle Saf. Ultimamente, però, la coalizione di Hemedti, che si appoggia su canali di materiali e armi provenienti da Emirati e Ciad, mostra segni di cedimento: diversi comandanti sul campo di alto livello hanno abbandonato le Rsf per tornare nelle file delle Saf. La realtà è che il conflitto è cambiato, diventando una frammentata guerra di logoramento.
Conseguenze di tutto ciò è una tra le più gravi crisi umanitarie mai conosciute. Gli sfollati interni sono nove milioni e quattro quelli esterni, emigrati verso Ciad, Egitto e Sud Sudan. Il cibo è diventato un’arma di guerra. I blocchi stradali, i saccheggi dei mercati e la distruzione dei campi agricoli hanno generato una crisi alimentare spaventosa: quasi venti milioni di persone (due sudanesi su cinque) soffrono di insicurezza alimentare acuta, mentre le carestie colpiscono il Darfur e il Kordofan. Il sistema medico è quasi azzerato: circa il settanta per cento delle strutture sanitarie nelle zone di conflitto non è funzionante. La scarsità di acqua potabile alimenta costanti focolai di malattie letali come colera, malaria e dengue. Per di più, entrambe le fazioni usano burocrazia, blocco dei valichi e violenza contro gli operatori umanitari per impedire che i convogli dell’Onu e delle Ong raggiungano le zone più disperate.
Noi − e i nostri governi − non possiamo più dire di non sapere.
