«Non stiamo solo affrontando una crisi: stiamo assistendo all’erosione sistematica del futuro di un Paese», ha dichiarato ai giornalisti Luca Renda, rappresentante residente del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) in Sudan. A tre anni dall’inizio della guerra civile, il Sudan è diventato irriconoscibile: più di 40 mila persone sono state uccise, circa 14 milioni di abitanti – un quarto della popolazione – sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, e le infrastrutture civili in tutto il Paese sono state gravemente danneggiate. Gli analisti che osservano il conflitto affermano che si sta trasformando in una guerra per procura alimentata dall’oro e che va ben oltre la sola sfera militare. Si tratta piuttosto di un processo di collasso dello stato, in cui i civili non sono più protetti da nessuno e i fattori economici sono diventati la forza trainante.
Roula Merhej, giornalista di origine siriana specializzata in geopolitica e affari internazionali, ha lamentato la mancanza di controllo sulla situazione da parte dello stato: «Purtroppo, c’è una totale mancanza di controllo da parte dello stato e, di fatto, di protezione per i civili e la popolazione, come si evince dai dati assolutamente allarmanti diffusi da Human Rights Watch e da altri». Il conflitto ha raggiunto una situazione di stallo sostenuta da una sofisticata economia di guerra. I finanziamenti esterni e l’approvvigionamento senza ostacoli di armi hanno spinto entrambe le fazioni a privilegiare il massimalismo militare, nonostante la roadmap di pace del settembre 2025. Le parti possono continuare a combattere grazie a flussi finanziari illeciti e a reti logistiche non statali che fungono da motore principale del conflitto.
Oro: una valuta per le armi
Il Sudan è uno dei maggiori produttori di oro dell’Africa. Il metallo prezioso rappresenta la risorsa strategica più importante del paese e la sua principale fonte di valuta estera. L’oro è passato dall’essere una risorsa nazionale a una valuta per le armi, rappresentando oltre il 70% del gettito nazionale totale. Questa economia estrattiva permette a entrambe le fazioni di aggirare le restrizioni bancarie formali e sostenere una guerra di logoramento ad alta intensità. Gli Emirati Arabi Uniti sono la destinazione principale per ben il 70% dell’oro di contrabbando sudanese, proveniente sia dalle aree controllate dall’Rsf che da quelle controllate dalle Saf. L’Rsf ha stabilito un forte controllo sulle principali operazioni di estrazione dell’oro nel Darfur e nel Kordofan, utilizzando l’estrazione dell’oro come fonte chiave di finanziamento per le proprie attività.
«Quindi, l’intero conflitto interno ci porta al nocciolo della questione, ovvero l’oro», ha affermato Merhej. «Abbiamo visto dai dati e dalle indagini condotte che il Sudan, che è uno dei maggiori produttori di oro di tutta l’Africa, sta attualmente vendendo il proprio oro a Dubai». In questo contesto, il metallo prezioso è diventato fondamentale. Tuttavia, non viene più commercializzato attraverso i canali tradizionali. Viene invece venduto attraverso reti opache e frammentate, al centro di un’economia di guerra. «Dubai acquista oro, ma non utilizza necessariamente i canali più formali o ufficiali per farlo, poiché ci sono milizie che controllano le miniere e così via. E infatti, il processo si svolge in diverse fasi. Questo è ciò che abbiamo osservato attraverso le indagini».
Economie circolari
Carlota Ahrens Teixeira, esperta senior di relazioni internazionali, sostiene: «Ampiamente conosciuta come “la Città dell’Oro”, Dubai è un hub globale e un nodo chiave nel commercio internazionale dell’oro. Dopo la lavorazione nei mulini locali, l’oro sudanese raggiunge le raffinerie di Dubai, dove viene fuso e rifuso, cancellando di fatto la sua origine dal conflitto. Questo processo consente la contaminazione della catena di approvvigionamento, per cui l’oro diventa un bene fungibile che entra nelle liste globali di “Good Delivery”. Questo circuito fornisce sia alle Rsf che alle Saf la liquidità necessaria per procurarsi carburante, armi, munizioni e tecnologia avanzata come i droni». Questi flussi non si limitano alle reti informali di estrazione e contrabbando. Fanno anche parte di dinamiche regionali che coinvolgono investimenti, infrastrutture ed esercizio di influenza.
Ciò che sta accadendo oggi in Sudan non può che richiamare alla mente i “diamanti insanguinati” (noti anche come diamanti da conflitto o diamanti rossi), estratti nelle zone di guerra della Sierra Leone e della Liberia oppure in Congo, fenomeno ben noto anche in altre parti del continente africano. L’oro ricoperto di sangue è attuale anche oggi nel cuore del Corno d’Africa e viene venduto da gruppi ribelli o governi illegittimi per finanziare conflitti armati, insurrezioni e violazioni dei diritti umani. «Il problema è che la regione continua a essere in gran parte trascurata dalla comunità internazionale – conclude Roula Merhej –. Purtroppo l’Africa, o almeno quella particolare regione, non è considerata un’area di interesse strategico in termini di risorse energetiche e simili. Ritengo quindi che la comunità internazionale presti molta meno attenzione a quella zona rispetto a luoghi come l’Iran, che attualmente sta attirando tutta l’attenzione dei media». In questo contesto, le dinamiche del conflitto stanno cambiando e assumendo forme meno visibili. Esse si basano su meccanismi indiretti, in cui i flussi economici e le reti parallele si intrecciano.
