Simone Barlaam, mio figlio stella del nuoto

Raggiunge il quinto titolo ai Mondiali all’Aquatics Centre di Londra e il quarto record del mondo battuto: l’ultimo nei 50 stile libero S9 in 24”00. La sua vita sembra una favola: nasce con una frattura al femore e diventa un campione paralimpico di nuoto. Il papà Riccardo, corrispondente per Il Sole 24 ore a New York, ha scritto la sua storia per Città Nuova.

Sono sposato con Claudia e abbiamo due figli: Simone di 19 anni e Alice di 17. Simone è nato con una grave frattura del femore destro causata da un tentativo di rivolgimento che i medici avevano deciso di fare quando era ancora nella pancia della madre, per cercare di evitare un parto cesareo. Quando è nato eravamo felici. Il primo figlio. Sposati da poco.

Quel giorno tanto atteso si è trasformato in un incubo. Qualche ora dopo il parto, tutti i neonati venivano riportati dalle nursery alle mamme. Il nostro piccolo non arrivava mai. Non capivamo perché. Simone era nato con un femore angolato, piegato in alto e la gamba più corta che puntava verso l’esterno. Nelle ecografie precedenti al parto era tutto a posto. I medici non sapevano spiegarsi quella strana malformazione. Dicevano, buttandola lì: è colpa di Chernobyl. Dal suo primo giorno di vita ci siamo trovati davanti a tante decisioni da prendere. Contattammo un primario di un altro ospedale pediatrico. Lui ci confermò che Chernobyl non c’entrava.

Simone aveva subito una frattura in pancia – una cosa rarissima, ma possibile –, durante la manovra che ci avevano obbligati a fare perché Simone era podalico. L’ortopedico che avevamo contattato, dopo aver consultato le radiografie, si offrì di operarlo per raddrizzargli l’arto. Gli raddrizzarono la gamba ma per farlo gli tagliarono un centimetro del suo piccolo femore, che equivale agli 8-10 cm di oggi. Dopo qualche mese scoprimmo che Simone aveva una ipoplasia del femore e una coxa vara, una deformità dell’anca. Una disabilità permanente aggravata da quella frattura del femore che i medici avevano fatto quando era ancora in utero.

Nel corso degli anni ha subito una dozzina di interventi chirurgici: allungamenti dell’arto, interventi correttivi all’anca, trapianti ossei per consolidare il collo del femore che non teneva. Operazioni seguite da lunghissimi mesi con il gesso che lo bloccava dalla vita in giù. Ogni volta si tornava a terra. Nei lunghi periodi a letto Simone ha imparato a disegnare, l’unica cosa che riusciva a fare da sdraiato. Amava disegnare i pesci, gli squali soprattutto per la loro forza e la loro velocità, li conosceva tutti.

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A quattro anni lo stesso medico della prima operazione ha provato ad allungargli l’arto. A fine allungamento Simone aveva la gamba quasi uguale all’altra. Abbiamo una foto di lui che cammina senza tutore con solo una scarpetta e una suoletta rialzata. Una settimana prima di togliere tutto l’apparato che gli teneva insieme il femore, dopo 9 mesi di calvario, l’osso si è fratturato. La frattura si è ripetuta più volte. Ogni volta che il bimbo poggiava il piede a terra l’osso si rompeva: aveva preso una grave infezione ossea in sala operatoria. A quel punto rischiava di perdere la gamba.

Mi ricordo il secondo salto nel vuoto, da quando era nato. Ci chiamava a cambiare strada di nuovo. Un giorno, davanti a questa decisione, eravamo in auto io e mia moglie e piangevamo come bambini perché non sapevamo che cosa fare. Qualcuno ci aveva consigliato di andare in Francia dove c’è una buona tradizione ortopedica. E così siamo partiti. In Francia gli hanno salvato la gamba. Doveva restare una settimana. Siamo rimasti ricoverati due mesi. Non è finita lì: per guarire dall’infezione ha dovuto prendere ogni giorno, per un anno, 12 pastiglie di antibiotici (quelle giganti da adulti). La nostra giornata era scandita dagli appuntamenti con queste pastiglie e i succhi Ace per mandarli giù. Non è stato facile per un bambino di cinque anni. Dopo avergli curato l’infezione, in Francia sono riusciti a correggergli e stabilizzargli la testa del femore con altri due interventi.

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Ora Simone ha 19 anni, ha finito il liceo e sta iniziando ingegneria. D’accordo con il suo medico ha deciso di non essere più operato per inseguire il miraggio della normalità. Il suo femore è più corto di circa 15 centimetri. Ma questo non gli ha impedito di vivere la sua vita.

Lo sport lo ha aiutato molto a crescere in autonomia e serenità: Simone ha sempre nuotato perché era l’unica cosa che poteva fare per muoversi senza pericolo di fratture. Grazie a un insegnante che lo ha inserito nella scuola di nuoto assieme ai ragazzini “normali” ha imparato a cavarsela in acqua. Ha imparato così bene che a un certo punto gli hanno prospettato la possibilità di passare all’agonistica. Per noi era già una vittoria. Ma lui era diventato così bravo che a volte batteva anche i ragazzi “normali”. Ha continuato a crescere così tanto che a un certo punto ha cominciato ad allenarsi con i più forti atleti italiani di nuoto paralimpico che sono andati ai Giochi di Rio. Tre ore di nuoto al giorno, sei volte alla settimana. Ha vinto diversi titoli italiani, prima giovanili e poi assoluti.

Nel 2017 è stato selezionato per la nazionale italiana e ha cominciato a gareggiare a livello internazionale. Fino ad un Palmares ricco di vittorie e record del mondo. Lo sport gli ha insegnato che se ti dai un traguardo lo devi raggiungere. È un ragazzo solare, aperto, pieno di interessi. La sua disabilità non è un problema, se non negli occhi di chi guarda. Il suo problema è diventato la sua arma vincente.

 

 

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