Nuove prospettive della ristrutturazione

Ristrutturare, rivitalizzare, collaborare, mettersi in rete. La vita consacrata cerca nuove vie per uscire dalla crisi. Una riflessione, maturata dall’esperienza delle Figlie di Maria Santissima dell’Orto (Gianelline).
Gianelline
Senza entrare nel merito di valutazioni o giudizi desidero partire da quanto sta vivendo oggi la vita consacrata, almeno in Europa. Mi sembra di poter dire che siamo a cavallo tra l’autunno e l’inverno per i motivi che tutti conosciamo: diminuzione notevole delle vocazioni, invecchiamento progressivo e inarrestabile dei consacrati, eccessivo attivismo, poca incisività, perdita della speranza, affievolimento del significato ecc. Potremmo continuare negli enunciati, analizzati da molti esperti, letti in tutte le chiavi possibili ed immaginabili, scritti in tutte le lingue e oggetto di numerose ipotesi per risolvere la crisi, perché di crisi si tratta anche se da collocare in un contesto più ampio.

 

Noi tutti sappiamo che il nostro futuro, il futuro dell’umanità, ha un nome che è quello di Cristo ed ha un volto che è quello dei nostri fratelli nei quali il Cristo si rivela, perché “la contemplazione del volto del Signore suscita nei discepoli la ‘contemplazione’ anche dei volti degli uomini e delle donne di oggi: il Signore infatti si identifica ‘con i suoi fratelli più piccoli’ (cf. Mt 25, 40.45)[1]. È su questa certezza che noi dobbiamo fondare e rifondare la nostra vita, la nostra vocazione, la nostra missione. Ed è proprio “attraverso questa multiforme testimonianza, che deve emergere soprattutto quel grande ‘sì’ che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza[2].

 

Salvare l’essenziale

 

Prima di addentrarmi nel tema voglio condividere con voi un racconto di B. Ferrero: “Un parroco preparava con cura meticolosa le manifestazioni esterne della sua parrocchia. Soprattutto la solenne processione del Corpus Domini. Voleva che la festa fosse un vero avvenimento per il paese. Tre mesi prima della data, radunava un apposito comitato e organizzava i gruppi di lavoro. Il giorno della festa tutto il paese era mobilitato. Alle dieci e trenta in punto, la processione cominciò a snodarsi. I chierichetti con i candelabri, i paggetti nei costumi colorati, le bambine con il vestito bianco che spargevano petali di rosa, i giovanotti della società sportiva con le tute gialle e blu, gli uomini e le donne delle confraternite con i labari colorati e i nastri azzurri, gialli, rossi, poi l’Azione Cattolica, i ragazzi dell’Oratorio, la gente, la teoria dei chierichetti e la banda musicale del paese. Una processione magnifica!

 

Quando la banda intonò il pezzo più solenne, dal portale della chiesa uscì lentamente il baldacchino di broccato dorato con i pennacchi rossi e bianchi, sorretto da quattro baldi giovani. Sotto il baldacchino, incedeva il parroco, rivestito del piviale più prezioso, che reggeva il pesante ostensorio d’oro tempestato di pietre preziose. Improvvisamente il viceparroco, che accompagnava i chierichetti, si avvicinò allarmato al parroco e gli sussurrò: ‘Prevosto, nell’ostensorio non c’è l’ostia!’. Il parroco ribatté seccato: ‘Non vedi a quante cose devo pensare? Non posso occuparmi anche dei dettagli!’”.

 

Leggendo questa storia è stato spontaneo riandare alla realtà della vita consacrata di oggi e mi sono chiesta se, nel processo di ristrutturazione in atto, scelto o subito non importa, stiamo salvando l’essenziale o l’accessorio. È un interrogativo che mi ha sempre accompagnato, soprattutto negli anni in cui mi è stato affidato il governo di una provincia della mia famiglia religiosa. Il rischio, infatti, che io vedo in questa urgenza di ristrutturazione, di ridisegno delle presenze, di chiusure di opere e di servizi, di accorpamento di province, è proprio quello di fare fatica a capire cosa salvare e cosa lasciare cadere.

A livello razionale, emotivo, concettuale ecc., conosciamo tutti benissimo la differenza e le priorità da porre in essere, ma quando bisogna decidere molte volte le nostre convinzioni, i nostri sogni, i nostri desiderata sfumano. Tante volte questo processo, anziché essere pensato, rielaborato e assunto, è legato agli eventi contingenti che non sempre lasciano il tempo per scelte operate nella logica del “discernimento operato con l’aiuto dello Spirito che invita a cogliere in profondità i disegni della Provvidenza. Egli chiama la vita consacrata ad elaborare nuove risposte per i nuovi problemi del mondo di oggi” (VC 73).

 

A servizio degli uomini

 

In questa situazione a noi è chiesto di operare scelte oculate sul versante della ristrutturazione (inevitabile) che abbia come filo conduttore il desiderio di una profonda rivitalizzazione secondo quanto ci dice Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Vita consecrata: “Nella lavanda dei piedi Gesù rivela la profondità dell’amore di Dio per l’uomo: in Lui Dio stesso si mette a servizio degli uomini! Egli rivela, al tempo stesso, il senso della vita cristiana e, a maggior ragione, della vita consacrata, che è vita d’amore oblativo, di concreto e generoso servizio. Ponendosi alla sequela del Figlio dell’uomo, che ‘non è venuto per essere servito, ma per servire’ (Mt 20, 28), la vita consacrata, almeno nei periodi migliori della sua lunga storia, s’è caratterizzata per questo ‘lavare i piedi’, ossia per il servizio specialmente ai più poveri e ai più bisognosi. Se, da una parte, essa contempla il mistero sublime del Verbo nel seno del Padre (cf. Gv 1, 1), dall’altra segue lo stesso Verbo che si fa carne (cf. Gv 1, 14), si abbassa, si umilia per servire gli uomini…

 

A Pietro, che estasiato dalla luce della Trasfigurazione esclama: ‘Signore, è bello per noi restare qui’ (Mt 17, 4), è rivolto l’invito a tornare sulle strade del mondo, per continuare a servire il Regno di Dio: ‘Scendi, Pietro; desideravi riposare sul monte: scendi; predica la Parola di Dio, insisti in ogni occasione opportuna e importuna, rimprovera, esorta, incoraggia usando tutta la tua pazienza e la tua capacità di insegnare. Lavora, affaticati molto, accetta anche sofferenze e supplizi, affinché, mediante il candore e la bellezza delle buone opere, tu possegga nella carità ciò che è simboleggiato nel candore delle vesti del Signore’.

 

Lo sguardo fisso sul volto del Signore non attenua nell’apostolo l’impegno per l’uomo; al contrario lo potenzia, dotandolo di una nuova capacità di incidere sulla storia, per liberarla da quanto la deturpa. La ricerca della divina bellezza spinge le persone consacrate a prendersi cura dell’immagine divina deformata nei volti di fratelli e sorelle, volti sfigurati dalla fame, volti delusi da promesse politiche, volti umiliati di chi vede disprezzata la propria cultura, volti spaventati dalla violenza quotidiana e indiscriminata, volti angustiati di minorenni, volti di donne offese e umiliate, volti stanchi di migranti senza degna accoglienza, volti di anziani senza le minime condizioni per una vita degna. La vita consacrata mostra così, con l’eloquenza delle opere, che la divina carità è fondamento e stimolo dell’amore gratuito ed operoso” (VC 75).

 

Si tratta di una sintesi mirabile che da un altro punto di vista e per ambiti più grandi si può ricondurre alle parole di papa Benedetto XVI, quando afferma che “amare è donare, offrire del ‘mio’ all’altro… amare qualcuno è volere il suo bene e adoperarsi efficacemente per esso[3]. È una sfida che anche oggi dovrebbe essere riassunta a tutti i livelli, nonostante le numerose difficoltà e i tanti problemi.

 

Il carisma di Gianelli

 

Passo ora al racconto della nostra esperienza. Premetto che io appartengo ad una famiglia religiosa piccola, il cui fondatore nel 1800 ebbe a cuore il fatto educativo, perché era convinto che “senza educazione, in effetti, non c’è evangelizzazione duratura e profonda, non c’è crescita e maturazione, non si dà cambio di mentalità e di cultura. I giovani nutrono desideri profondi di vita piena, di amore autentico, di libertà costruttiva; ma spesso purtroppo le loro attese sono tradite e non giungono a realizzazione[4].

 

Per A. Gianelli il Signore ha affidato l’educazione ai genitori perché “i figli (se i genitori non sono cattivi o trascurati) non possono mai essere meglio accompagnati e guidati che dal padre e dalla madre. Dio e la natura, i figli li hanno dati e raccomandati a voi. I maestri e gli altri non sono che per supplire alla vostra mancanza. E di quel che potete fare voi, non dovete dare incarico a nessuno. Fosse anche un santo o una santa che vi capitasse fra i piedi, e fosse anche un angelo (posso dirvi di più?), non sarà mai né il padre né la madre. L’educazione dei figli Dio non l’ha data agli angeli, ma l’ha data a voi” (LP, 171).

 

Questa passione educativa è stata la molla che ci ha portato a fare una scelta di ristrutturazione e riconversione ritenuta, otto anni fa, un poco anomala, perché nuova e ancora portatrice di tanti interrogativi. Parto dalla realtà contingente, per evidenziare un percorso valoriale e di condivisione di un dono che abbiamo cercato di porre in essere.

 

Nascono le cooperative

 

La situazione delle scuole, gestite dalla nostra congregazione negli anni 1995-98, segnalava una continua perdita per la diminuzione del personale religioso e degli alunni e, di conseguenza, si assisteva ad un notevole aumento dei costi. In questo contesto i responsabili della provincia, pur a malincuore, avevano optato in un primo tempo per una chiusura progressiva. L’incontro ed il confronto con alcuni amici del Consorzio “Tassano”, legati all’economia di comunione, hanno permesso di individuare nuovi percorsi, con nuovi scenari e nuove modalità di gestione.

 

La nostra parabola cooperativistica nasce, pertanto, a Genova nel 1999 con la disponibilità di tutto il corpo docente e amministrativo ad affrontare l’onere della conduzione, il disagio economico (che vedeva, per scelta, una forte contrazione nello stipendio) e un monte ore superiore a quello contrattuale. In questo percorso ci fu il forte sostengo di un gruppo di genitori ai quali stava a cuore che la scuola del Gianelli continuasse la sua missione nel quartiere di San Fruttuoso. Alla creazione della cooperativa di Genova, fecero seguito quella di Rapallo e due a Chiavari.

 

La molla che ha sostenuto questo passaggio è stata fondamentalmente il desiderio di non lasciare cadere la consegna che il nostro fondatore ci aveva lasciato. Una consegna che ha nell’educazione, intesa nell’accezione ampia del termine, uno dei suoi elementi fondanti: “Invano ci adoperiamo alla riforma del mondo – scriveva Gianelli – se massimamente non ci occupiamo di bene educare e istruire i fanciulli fin dalla tenera età”(LP, 171),“perché più facile in questa età è ottenere l’intento e più durevole il frutto” (LP, 170).

In questo momento sono cinque le cooperative consorziate nel Gianellinrete con una forte presenza di religiose-socie. La superiora provinciale pro-tempore ne è la presidente e la legale rappresentante della provincia svolge la funzione di amministratore delegato.

 

L’istituto religioso, attraverso lo strumento del consorzio, a cui ha ceduto l’uso del POF (Piano di Offerta Formativa) e del marchio FMH, controlla l’operato delle cooperative sia per l’indirizzo educativo di scuola cattolica ispirato al carisma di Gianelli, sia per la parte amministrativa. Si tratta di un impegno, mirato e puntuale, per rendere sempre più evidente la specificità cattolico-gianellina del nostro servizio, nonostante la diminuzione numerica del personale religioso. Proprio per questo è stata elaborata la Carta dei Valori Gianelliani che dovrebbe essere la base dei progetti educativi delle singole realtà.

 

Pensarci insieme

 

Passando dalla descrizione dell’esperienza alla presa di coscienza della valorialità che ci ha sostenute, penso di poter dire che le cooperative e il consorzio per la nostra famiglia religiosa sono state scelte orientate alla logica dell’interscambio, del lavorare in rete che dovrebbe portare alla collaborazione-comunione. Il desiderio che ci ha guidate era, ed è tuttora, quello di “pensarci insieme”, legati dai fili della rete, lavorando tutti nella stessa direzione, per fare in modo che il servizio offerto privilegi la logica della qualità e non solo della quantità.

 

Le difficoltà non sono mancate: quelle iniziali dovute al fatto di trovarsi, tutti religiose e laici, di fronte a qualcosa di nuovo e di sconosciuto, per qualcuno più imposto che accettato; quelle più profonde che richiedevano un cambio di mentalità nella collaborazione delle religiose con i laici e viceversa; la fatica per affermarsi come nuova realtà sociale, da istituto a cooperativa, sul territorio; trovare soci-collaboratori pienamente coinvolti, capaci di entrare in rete, onesti e umili.

 

Eppure al di là di queste difficoltà e dell’esigenza di trovare continuamente percorsi nuovi per la formazione dei laici alla luce della spiritualità gianelliana, a me sembra che l’esperienza del consorzio Gianellinrete con le sue cooperative, un centro di riabilitazione e la società Cateringpiù esprima un nuovo modello di impresa; dica l’importanza di continuare determinati servizi (sorti per rispondere a dei bisogni ed ancora attuali); salvi strutture difficilmente riconvertibili; assicuri posti di lavoro; sia oggetto di contributi economici diversamente raggiungibili.

 

Inoltre favorisce un nuovo stile di relazioni tra religiose e laici che deve diventare esigenza di condivisione, di rapporti paritetici e rispetto, di comunione anche quando il cammino presenta delle ombre. “Se la sfida è questa, bisogna lottare continuamente, anche controcorrente, per arrivare ad uno stesso sentire, ad uno stesso pensare, ad uno stesso volere ed uno stesso operare per la gloria di Dio e la diffusione del vangelo… Non ho perduto di vista la vostra esortazione e vedere di andare d’accordo nel modo di fare il bene. Non dico essere questa la cosa più facile perché, quantunque tutti lo vogliamo, il modo stesso non piace a tutti”:sono, ancora una volta, le parole di Gianelli che ci hanno indicato, e continuano ad indicarci, un percorso che vorremmo fosse proprio un percorso di Chiesa.

 

Un nuovo rapporto con i laici

 

Ristrutturare o rivitalizzare? È l’interrogativo di fondo che spesso toglie il sonno a tanti governi generali e provinciali. Sono convinta che la ristrutturazione debba coniugarsi sempre con la rivitalizzazione nella certezza che “le vie di Dio sono davvero imprevedibili e, anche quando tutto sembra perduto, dobbiamo riconoscere che egli è capace di suscitare la vita dove prima regnava la morte”,perché“i grandi rinnovamenti hanno avuto luogo sempre in momenti di crisi, di silenzio, di disintegrazione della vita, ossia quando si va a creare quel tipico vuoto che può lasciare spazio a qualcosa di nuovo[5]. Siamo di fronte ad un bivio e, per dirla con mons. Bregantini, dobbiamo evitare due colori: la nostalgia del passato e la paura del futuro.

 

Una delle grandi sfide che ci attende è un nuovo rapporto con i laici, perché “la riscoperta della dimensione fondamentale della Chiesa-comunione e l’esperienza plurisecolare della vita consacrata indicano che un futuro ricco di speranza e di rivitalizzazione può giungere da un rinnovato rapporto di condivisione di spiritualità, di apostolato e di fraternità fra laici e consacrati[6].

L’urgenza nasce dalla contingenza storica che chiede da un lato un maggior coinvolgimento dei laici e dall’altro la necessità di tutelare e mantenere il carisma. Il futuro operativo dipenderà dalla collaborazione come elemento determinante nella gestione delle nostre opere e servizi, perché non sempre è possibile e opportuno chiudere, alienare, cedere, donare. Il fatto poi che le congregazioni invecchino pone il problema dell’accoglienza dei membri anziani, della loro cura e del loro mantenimento, per cui è importante studiare nuove modalità di gestione, anche perché cambia il trend economico.

 

Credo che prima di vendere, cedere ecc… sia importante trovare insieme, come istituto e con l’aiuto di esperti che cercano con noi il bene (occorre essere molto oculati in questo), nuove modalità di conduzione e di gestione. Oggi gli strumenti sono tanti e hanno il nome di cooperative, fondazioni, associazioni ecc. Questo non è e non sarà un cammino facile per tanti motivi che non sto ad analizzare, perché li conosciamo tutti.

 

Il problema rimane sempre quello legato alla trasmissione del carisma, per evitare che le opere, legate ad un determinato fondatore o fondatrice e che hanno trovato e continuano a trovare in lui o in lei la propria fonte ispiratrice, perdano la loro specificità e diventino semplicemente spazi di servizio, valido, ma non carismatico: “La condivisione del carisma fra religiosi e laici oggi, è un laboratorio che richiede cammino, anni di discernimento e anche di modifiche all’interno del tipo di condivisione. La testimonianza di questo nuovo modo di rapportarsi fra le diverse vocazioni e il lavorare insieme sono, in una certa maniera, segno del mistero della Trinità, unico Dio Amore nella contemplazione delle tre Persone divine… Occorre trovare nei laici: seria qualificazione professionale; abilità necessaria per sapersi muovere con competenza a livello gestionale ed esecutivo nell’opera in cui si è coinvolti; una matura formazione umana (trasparenza, onestà, spirito di collaborazione, bontà…); maturità cristiana; apertura di fondo al carisma[7].

 

L’impegno della fedeltà

 

Un criterio per la rivitalizzazione ce lo ha offerto Giovanni Paolo II, quando scrive che “i mutamenti in corso nella società e la diminuzione del numero delle vocazioni stanno pesando sulla vita consacrata in alcune regioni del mondo. Le opere apostoliche di molti Istituti e la loro stessa presenza in certe Chiese locali sono poste a repentaglio. Come è già accaduto altre volte nella storia, vi sono persino Istituti che corrono il rischio di scomparire… Per altri Istituti si pone piuttosto il problema della riorganizzazione delle opere. Tale compito, non facile e non raramente doloroso, esige studio e discernimento, alla luce di alcuni criteri.

Occorre, ad esempio, salvaguardare il senso del proprio carisma, promuovere la vita fraterna, essere attenti alle necessità della Chiesa sia universale che particolare, occuparsi di ciò che il mondo trascura, rispondere generosamente e con audacia, anche se con interventi forzatamente esigui, alle nuove povertà, soprattutto nei luoghi più abbandonati. Le varie difficoltà, derivanti dalla contrazione di personale e di iniziative, non devono in alcun modo far perdere la fiducia nella forza evangelica della vita consacrata, che sarà sempre attuale ed operante nella Chiesa…

 

Le nuove situazioni di scarsità vanno perciò affrontate con la serenità di chi sa che a ciascuno è richiesto non tanto il successo, quanto l’impegno della fedeltà. Ciò che si deve assolutamente evitare è la vera sconfitta della vita consacrata, che non sta nel declino numerico, ma nel venir meno dell’adesione spirituale al Signore e alla propria vocazione e missione.

Perseverando fedelmente in essa, si confessa invece, con grande efficacia anche di fronte al mondo, la propria ferma fiducia nel Signore della storia, nelle cui mani sono i tempi e i destini delle persone, delle istituzioni, dei popoli, e dunque anche le attuazioni storiche dei suoi doni. Le dolorose situazioni di crisi sollecitano le persone consacrate a proclamare con fortezza la fede nella morte e risurrezione di Cristo, per divenire segno visibile del passaggio dalla morte alla vita” (VC 63).

 

La strada che ci attende non è semplice. Premesso che il primo compito chiesto alla vita consacrata è quello di “invitare nuovamente gli uomini e le donne del nostro tempo a guardare in alto, a non farsi travolgere dalle cose di ogni giorno, ma a lasciarsi affascinare da Dio e dal Vangelo di suo Figlio” (VC, 109), dobbiamo operare una sintesi tra ristrutturazione e rivitalizzazione, dove il rivitalizzare assuma l’urgenza di riprendere in mano la nostra vita per riempirla di Dio. Non con discorsi più o meno moraleggianti, ma con il suo modo stesso di essere e di vivere, frutto di cuori riconciliati e misericordiosi, appassionati di Dio e dell’uomo, capaci di gratuità, di perdono e di gioia. Una vita fondata sulla Parola di Dio che renda capaci di dire parole benedicenti, che sanno arrivare al cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo.

 

Vivendo relazioni vere

 

Oggi la relazione è stata definita come il nuovo volto della santità e a me sembra che la rivitalizzazione possa muoversi proprio in questa prospettiva, accessibile a tutti, anche a chi ha i capelli bianchi e il volto segnato dalle rughe. In un mondo di solitudine, di mancanza di relazioni, di vuoto esistenziale, di anonimato, vivere relazioni profonde e significative, capaci di incontrare il fratello e la sorella, qualunque essi siano e di portarli nel cuore, custodendoli in quello spazio noto a noi e a Dio, è già un segno che va oltre e che la gente coglie.

 

Sono convinta che tante volte si è realmente nella impossibilità di dare risposte, ma a tutti è chiesto di tentare una nuova modalità nelle relazioni che ci porta a cogliere l’altro e gli altri non come nemici, ma come fratelli; non giudicando e ghettizzando, ma amando; non emarginando, ma accogliendo senza sminuire le grandi o piccole scelte che diventano sempre più urgenti, come diventa urgente una nuova scelta dei poveri.

 

Per me è una grazia il sapere che esistono tanti uomini e donne che vivono così, credendo che “la vita consacrata è una vita donata ‘cosparsa’ generosamente senza calcolo, che non ha altra utilità se non di profumare i piedi del Signore, profumando contemporaneamente tutta la casa in cui Egli vive… Essa esprime la follia di una gratuità senza calcoli, totale. In questa prospettiva di ‘spreco’ delle proprie energie, di profumo prezioso versato senza utilità alcuna sui piedi del Signore, si costruisce l’essenziale della vita consacrata, nei comportamenti, nelle scelte, nelle opere di chi vi fa parte[8].

 

La santità come paradigma

 

Al di là di tutte le paure e gli interrogativi nel nostro cuore deve rimanere la speranza che nasce dalle parole del Maestro: “Non temete, voi valete più di molti passeri” (Lc 12, 7) e la certezza di quanto dice san Paolo “Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù” (Fil 1, 6). Sono parole che ci danno vita e ci permettono di ritornare a sognare insieme, perché, come diceva Mazzolari, se si è in tanti a sognare il sogno diventa realtà. Sogniamo ed invochiamo una vita consacrata non importante per il numero o la maestosità delle opere e servizi, ma perché abitata da persone che hanno assunto la santità come paradigma, passione e anelito della loro vita. Santità fatta non di visioni o di estasi, ma che “si caratterizza come l’essere con Gesù Cristo, essere con la Chiesa, essere con i compagni di comunità e di congregazione, essere con i poveri. Seguendo questa scia, la vita consacrata è chiamata ad offrire segni del regno di Dio, ad essere essa stessa, nel suo essere e nella sua vita, un segno del Regno di Dio: della irruzione della grazia che genera fraternità, affiliazione, gioia, speranza, accoglienza, generosità, adorazione, coraggio, gratuità[9].

 

Solo così la nostra vita ritornerà a brillare, perché “Dio vide che tutto quello che aveva fatto era cosa molto buona” (Gen 1, 32). Oggi i nostri servizi e le nostre opere devono diventare competitivi per trasparenza evangelica, umanità, accoglienza, serenità, ascolto e devono testimoniare di essere abitati da uomini e donne “che cercano e trovano Dio nelle realtà del mondo… Uomini e donne immersi in Dio. La vita di una consacrata è sempre una vita di conversione che arriva a fare sue le parole di San Paolo: ‘Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me’. Una vita così ha il potere e la dolcezza di riportare il mondo al suo rapporto vero con il suo Creatore” (L. Sweko). Maria ci indichi il cammino e ci insegni a trasmettere agli uomini ed alle donne di oggi il fascino divino che deve trasparire dalle nostre parole e dalle nostre azioni.

 

               




[1] Giovanni Paolo II, Messaggio per la giornata missionaria mondiale, 7 giugno 2001.

[2] Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno di Verona, 2 ottobre 2006.

[3] Id., Caritas in veritate, nn. 6-7.

[4] Id., Lettera inviata ai partecipanti al XXVI Capitolo Generale dei Salesiani di Don Bosco, 1 marzo 2008.

[5] A. Andreini – C. Messasalma, Tempo d’inverno per la vita consacrata, Edizioni Paoline, Milano 2008, pp. 14-15.

[6] S. La Pegna, Il rapporto fra consacrati e laici nella vita religiosa, EDB, Bologna 2008, p. 4.

[7] Ibid., pp. 105-107.

[8] V. Bertolone, in Atti del Convegno su Crisi e sfide dei tempi, Roma 2010, p. 16.

[9] C. Garcia, Assemblea USG, 7 maggio 2010.

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