Monolith: uomini o macchine?

Un thriller psicologico ad alto grado di emotività. La lotta tra la tecnica indistruttibile e l'umanità impreparata. Ma la maternità e l'amore reclamano i loro diritti

Un’auto superspeciale, quasi una creatura umana dai superpoteri, dentro cui viaggiano Sandra (Katrina Bowden) e il bambino David. La macchina è uno strumento perfetto: parla, dialoga con la donna, dirige l’itinerario. Sandra, bionda madre affezionata al piccolo, ha i suoi problemi: col marito lontano, con un’amica che le svela le infedeltà di lui. È anche una madre distratta: finisce in un supermarket, si ferma a parlare con un giovanotto furbastro e perde il figlio. Lo ritrova poi nella macchina di un gruppo di ragazze disinibite.

Ivan Silvestrini, il regista, ha voluto ricordare i troppi episodi di madri distratte che lasciano i figli chiusi in auto, per raccontare un thriller psicologico ad alto grado di emotività. Sandra infatti, seguendo l’iter imposto dalla macchina, avventura nel deserto: esce dall’auto per trovare aiuto, la macchina si chiude.

Comincia una lotta drammatica tra lei e la vettura per salvare il piccolo. L’auto è come un essere perfetto, immobile, onnipotente, come il monolite apparso in 2001 Odissea nello spazio di Kubrick: Monolith è infatti il titolo del film.

Chi comanda è l’auto, la tecnica indistruttibile che ormai può violentare l’umanità impreparata. Sandra, presa dai suoi demoni interiori, è incapace di affrontare le responsabilità della maternità, è ancora un ragazza per certi versi leggera, costretta però da questa tremenda circostanza a fare i conti con la realtà che la vuole donna e madre.

Il problema che il film solleva non è solo quello della crescita umana di Sandra, ma anche quello della prepotenza della tecnica sull’uomo che pure se ne serve. Viaggeremo un giorno – o forse già da oggi – in un mondo dominato dalle macchine che si sostituiranno alle nostre emozioni, ai nostri pensieri, ossia ci distruggeranno?

La macchina del futuro rischia di essere un mostro che ci uccide, perché di fronte a lei siamo soli e impotenti, come Sandra che lotta in ogni modo nella lunghissima notte e nel lunghissimo giorno – qui la fotografia gioca in modo stupendo a creare un’aria rarefatta, astratta – per aprire la porta della vettura e salvare i l figlio: la maternità, l’amore reclama istintivamente i suoi diritti.

Girato come una miscela tra film e graphic novel per Vision Distribution dell’editore Sergio Bonelli, questo lavoro disturbante non ammette una briciola di  tempo perso – dura nemmeno un’ora  e mezzo -, ma conquista sia per l’interpretazione dell’attrice, in un crescendo angosciante che poi si distende, sia per la location americana desertica, bellissima e terribile, sia per la regia asciutta che dà forza ad un racconto verisimile, che dice molte più cose con i silenzi e i rumori di fondo che con le parole. Da vedere.

 

 

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