L’ultimo Beethoven

Sonate per pianoforte op. 109, 110, 11. Maurizio Pollini. Roma, Accademia Nazionale Santa Cecilia.
Maurizio Pollini
Un’ora e dieci muniti come un soffio. Pollini, con il corpo che sente gli anni, suonando si trasfigura. Ma resta presente a sé stesso: intelletto lucido, cuore, spasmo infinito sono un tutt’uno. Con semplicità, conversa con un amico. Solo che questi è un Ludwig sordo, furente, eppure anelante ad un dopo-vita che non finisca. Libero da tutti. Riprende Bach, fughe e contrappunti, cita Haydn e Mozart, scrive – nella Sonata op. 110 – testualmente nell’Adagio dolente «perdendo le forze», mentre nelle Fuga annota «poi a poi di nuovo vivente». E, a sorpresa, termina ogni Sonata con un morire del suono, dopo trilli incandescenti e fragori: la musica “passa”, si va oltre ad essa. Oltre al Novecento, le cui fantasie jazzistiche (dello “swing”) vengono anticipate nella Sonata op. 111 (Variazioni dell’Arietta). Ma Beethoven è anche oggi, qui, con una musica che non sottostà più ad alcuno schema, sfora nella pura luce, sorpassa il suo e il nostro tempo. Questo, Pollini l’ha capito. Ci si consuma, con queste altezze sonore. Ma la gioia che ne deriva in chi l’ascolta ha pochi confronti.

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