La morte, il dolore. E poi? I grandi temi del mondo verdiano si coagulano tutti in quella che egli pensava fosse la sua ultima opera, il Requiem, scritto nel 1874 per onorare la memoria del suo “santo”, cioè il Manzoni.
Un’ora e mezzo di musica tumultuosa, supplicante e lacrimosa, di sospensione fra terrore di un giudizio inesorabile – eco di una religiosità del “terrore” più che dell’”amore” – e l’oscillazione sulla soglia di un cielo a cui Verdi a volte credeva, a volte no. Certo hanno pesato su di lui i lutti giovanili di quando perse la moglie e i due bambini: uno strazio indimenticato sino alla fine della lunga vita, rivissuto e trasfigurato nei suoi drammi, anche in quel Falstaff conclusivo che sembra sorridere, ma sorride con una punta di amarezza.
Verdi “sacro” musica il Requiem antico dedicandovi una cura particolare. Ed ecco l’inizio trasparente, quasi immobile, appena udibile nella meravigliosa direzione di Chung e poi il Kyrie, forte, impetuoso, una energica richiesta di perdono dell’uomo a Dio. Le voci sono belle: il mezzosoprano Ekaterina Semenchuck è sonora, altera, calda; il tenore René Barbera ha dolcezze e pianissimi rari; il soprano Ailyn Pérez fraseggia con cura, ed il basso Roberto Tagliavini è una voce nobile, profonda, armoniosa che è un piacere udirla.

Direttore d’orchestra Myung-Whun Chung. Credit: Santa Cecilia Press Office.
Poi Chung inizia il lunghissimo Dies irae, terribile nei colpi di grancassa in contrattempo, nella furia degli archi, eppure non è urlante o troppo ridondante come in molte esecuzioni − anche di grandi direttori − ma con quell’equilibro e con il senso della poesia tipici del direttore coreano. Cataclisma certamente, ma anche suono intimistico, come appare nel Quid sum miser dove Verdi si fa piccolo e implora pietà, come pure nel Recordare Jesu pie dove le voci femminili si intersecano in ricami dolcissimi e poi quel coro processionale commosso del Lacrimosa davvero struggente. E il Verdi maestro dei cori e quello ceciliano è vasto, denso, musicalissimo.
Aereo appare l’Hostias dove tenore e basso ricamano il trillo lungo voluto da Verdi: una melodia lirica e trasparente, purissima come nel finale di Aida. Dopo l’impeto del Sanctus rapidissimo, tra suppliche e timori, si giunge al finale Libera me: implorazione acuta e sospensione conclusiva profonda, densa, pastosa e immobile. Verdi resta in attesa. Stupendo il desiderio di pace, così verdiano.
Bisogna dire che la direzione di Myung-Whun Chung ha esaltato ogni singolo dettaglio dell’immensa partitura, riempiendola di tenerezza, dramma e poesia in una vastissima meditazione sul dolore e la morte. Orchestra e coro di commovente bellezza.
