L’Etna appare sullo sfondo solare e rosseggiante, mentre in scena si svolgono le vicende di un amore difficile e contrastato fra Tancredi ed Amenaide, contesa dall’eroe e dal “cattivo” Orbazzano. Il palcoscenico è letteralmente invaso dai “pupi siciliani”, perché la regia della Dante compone uno spettacolo nello spettacolo in cui i “pupi” popolari siciliani sono controfigure appese ai fili in alto, diretti in mosse burattinesche insieme al coro, ai mimi, ai danzatori in un moto continuo. Un horror vacui attraversa lo spettacolo fiammeggiante nelle scene – alcune sembrano dei quadri a pastello, belli e vivi –, nei costumi rutilanti ed orientaleggianti, nei movimenti, tanto che il silenzio e il vuoto sul palcoscenico diventa raro, come nella scena di Amenaide in carcere. Per fortuna, i cantanti-attori ne sono coinvolti in maniera da poter “cantare”, cioè dar vita a Rossini che sarebbe in effetti il vero protagonista.

Antonino Siragusa (Argirio). Ph: Fabrizio Sansoni, Teatro dell’Opera di Roma.
L’opera, tratta da Voltaire e con un libretto molto metastasiano di Gaetano Rossi è definita un “melodramma eroico” in due atti, il che ne giustifica il tono tra il languido e l’eroico nei versi e nelle musiche che è stato interpretato nella regia, nelle scene e nei costumi secondo un’ottica più palermitana che siracusana, a quanto pare, e con una attenzione speciale al mondo siculo – palermitano in particolare, estremo in ogni caso − che sembra quasi una ossessione per la regista. In realtà, il Rossini del Tancredi – dato a Venezia in piena età napoleonica il 6 febbraio 1813 – si ispira più a Metastasio, al Tiepolo e a Canova, cioè ad un clima neoclassico, che ad altro. Una “licenza poetica” della regista? Sta di fatto che l’eccesso voluto da Emma Dante forse è “troppo” in un lavoro di ispirazione fresca, immacolata, di arie, duetti cori di melodia lineare fascinosa, di colori orchestrali forti e delicati, di una musica che è apollinea e nella quale i personaggi non sono burattini o statue, ma anime vive perché vivissimo è il Rossini a 21 anni.

Martina Russmanno (Amenaide). Ph: Fabrizio Sansoni, Teatro dell’Opera di Roma.
Rossini, che nell’opera già delinea i suoi stilemi che poi si svilupperanno: i colori dei singoli strumenti, il “crescendo”, il gusto della vocalità fiorita, il clima di una bellezza superiore che invade ogni scena di quest’idillio amoroso dove la tragedia è risolta, illuministicamente, in positività. Oltretutto, Michele Mariotti, che dirige con trasporto, precisione e attenzione alle sfumature, ha scelto non il finale felice veneziano ma quello doloroso della esecuzione a Ferrara con la morte dell’eroe. Un trasporto sentimentale bellissimo, essenziale, “povero” e tragico, di silenzi, di pause, di musica scabra e lucente, che anticipa il finale dell’opera belliniana I Capuleti e i Montecchi. E qui bisogna dire che il soprano Martina Russomanno, dalla voce limpida, aerea – che speriamo canti spesso Mozart e Bellini – ha offerto un’interpretazione stupenda per abilità virtuosistica, tensione drammatica, presenza scenica insieme al controtenore Carlo Vistoli − al posto del consueto contralto − che le è stato pari (specie nell’ultimo duetto) per scioltezza e musicalità soave tipica del primo Rossini che scrive di getto dal cuore in un lavoro “serio” e idilliaco.

Carlo Vistoli (Tancredi) e Martina Russmanno (Amenaide). Ph: Fabrizio Sansoni, Teatro dell’Opera di Roma.
Calore in tutto il cast come nel Ruggieri di Maria Elena Pepi, anche se l’Argirio di Enea Scala, tecnicamente ben attrezzato, presentava sonorità faticose, un po’ dure. L’orchestra deve aver molto lavorato col direttore – e dovrà farlo ancora con Rossini – per attenuare la robustezza del suono e trovare quella trasparenza lucente tipica del Pesarese, ma molto è stato fatto e la prestazione risulta buona come quella del coro. Mariotti, nato con Rossini, è il direttore giusto per lui, ma non solo, certamente. Appassionato e caldo, cantabile nel gesto, dà vigore e parola al colore orchestrale ed è attentissimo ai cantanti. Una prova molto bella, musicalmente, con il desiderio che in questo teatro si faccia più Rossini, le cui bellezze meritano di venire di continuo riscoperte.
