Non è spostato in Babilonia o in una contemporaneità più o meno comprensibile, come capita a volte. L’allestimento – scene e costumi di Gary McCann, luci di Marco Giusti, regia di Alessandro Talevi – è metastorico. Non è un male, perché Nabucodonosor, o meglio, più noto come Nabucco – trionfo alla Scala del giovane Verdi il 9 marzo 1842 – è di fatto un “sacrodramma” atemporale in uso all’epoca in Quaresima, dove la vicenda biblica degli ebrei esiliati si intreccia con quella amorosa e di potere di Abigaille, l’ambiziosa, Nabucco, il re che si crede Dio, Fenena la “martire” e Ismale l’innamorato, il profeta Zaccaria, ma in cui è il coro nei suoi momenti ardenti o imploranti il vero protagonista.
Il modello evidente è il Mosè rossiniano. Una storia antica ma che si può ripetere in ogni tempo in altri modi e ciò giustifica l’atemporalità della messinscena, con tanto di cavalli meccanizzati, una cupola alla Pantheon sbrecciata, una scala avvitata verso il cielo sopra la quale salgono nei loro deliri di potere Nabucco e Abigaille.
Ma anche il coro del popolo a terra straziato e umiliato dal quale sgorga l’acme dell’opera, la preghiera “Va’ pensiero” per nulla risorgimentale – come ci si ostina a ripetere – ma solo invocazione religiosa di sublime bellezza. Ed insieme previsioni drammatiche future come Abigaille, una sorta di Lady Macbeth o la pazzia di Nabucco come nell’Attila, e così via. Insieme ad arie difficili e stupende, invocazioni, concertati ritmici, notturni oranti e amori contrastati.
Tutto il futuro Verdi in questo concentrato ammirato ma ancora forse non compreso. Alle spalle, come si diceva, Rossini e anche Bellini, ma Verdi ha un fuoco dentro, una passione divorante che è solo sua.
Musicalmente, la direzione di Riccardo Chailly si è rivelata stupenda, accorta nei dettagli e nei colori, negli accompagnamenti morbidi ma non rigidi, nell’evidenziare i solisti, dai violoncelli alla tromba, agli strumentini, agli ottoni, nel rendere tutto vivo, forte, chiaro e mormorante. Flessibilità e precisione, tempi “umani”, ma anche passione e calore travolgente, impetuoso che ha fatto talora esplodere l’orchestra come un bellissimo affresco musicale. Interessante la ripresa del Balletto, scritto da Verdi per Bruxelles, perduto e ritrovato: dieci minuti con il violoncello e gli archi e poi ritmi piacevoli nei costumi fantasy per un teatrino settecentesco sul palcoscenico.
La compagnia di canto nella recita del 31 maggio è apparsa impegnatissima con risultati variegati. L’Abigaille di Anna Netrebko, grande in scena, è un personaggio rischioso vocalmente, anche ora per lei, dalla tecnica impeccabile ma con toni talora duri, pur nel livello generale buono; lo Zaccaria di Simon Lim è grandioso, imponente; buona la Fenena di Veronica Simeoni; sempre verdiano doc l’Ismaele di Francesco Meli, specie nelle mezze voci; vivace il Nabucco di Dimitri Platanias, e patetico al punto giusto nella celebre aria “Dio di Giuda”. Bellissimo il coro che ha offerto in “Va’ pensiero” un tempo moderato scandito dagli ottoni, soavissimo e pieno, non bissato, per una volta.
Uno spettacolo che è stato soprattutto, a partire da Chailly, una dichiarazione d’amore per Verdi e la sua musica.


