Luci sgargianti, costumi favolosamente romantici (Valentino per Violetta, Marai Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli per Flora e il coro), le scene che sembrano tele dei Macchiaioli o di Renoir di Nathan Crowley e l’interminabile scalinata su cui Violetta si presenta nel primo atto, quello dominato dal piacere e dalla follia del valzer. E poi più intimo, borghese e agreste ed infine desolatamente nobile.
Fra tante regie innovative e di (falsa) contemporaneità avulsa dalla musica, Sofia Coppola ha scelto la misura, che non significa assenza di lusso o di gestualità (il balletto dei Matadores ne è un bell’esempio), ma desiderio di comprensione di un lavoro popolarissimo tuttora (il più eseguito al mondo), ma forse ancora da scoprire davvero nella sua profonda bellezza e verità.
Bisogna dire che la direzione di un esperto come Francesco Ivan Zampa ha affrontato con passione e cura l’opera delicatissima (per quartetto d’archi, clarinetto oboe e ottoni si direbbe) dove Verdi entra nella psicologia umana e femminile con rara acutezza, affrescando in modo sintetico il passaggio della donna traviata a donna innamorata, vittima d’amore, in un dramma di un tono anche religioso oltre che sociale. La musica è di una bellezza avvolgente con una linea di canto che passa da quello fiorito a quello di conversazione a quello elegiaco sul ritmo sempre più impalpabile del valzer e dell’amore come “palpito dell’universo intero”. Di fronte al quale il moralismo borghese di Germont padre, l’impulsività giovanile di Alfredo, la vita della mondanità parigina, sono elementi necessari ma “comprimari”.
Romanticismo? Certo, ma soprattutto vita reale sublimata e resa universale da una ispirazione quasi sempre altissima che trascina e commuove con la sua verità, come fa l’arte autentica, il pubblico assorto in un silenzio totale, partecipe, “preso”, anche chi conosce il lavoro da anni.
La recita con il secondo cast è stata molto positiva sul versante del coro diretto da Ciro Visco: melodioso, trascinante, giusto nel ritmo e nei tempi. Quanto ai cantanti, la voce del baritono Simone Piazzola si è rivelata morbida, pastosa, estesa nonostante qualche tocco gigionesco, ma molto nobile e in genere controllata nell’emissione e nell’uso dei fiati. Belle e interessanti le voci dei comprimari provenienti dal “Progetto Fabbrica” del teatro, corrette e di sicuro avvenire.
L’Alfredo di Antonio Poli, ha ricercato delicati pianissimi, ma in genere ha tentato il registro “forte”, non sempre adatto e la linea del canto risulta faticosa nelle zone acute, forse anche a causa della temperatura davvero calda. La Violetta della russa ucraina Ekaterina Bakanova, forse in serata non positiva, ha avuto difficoltà nel canto fiorito, meno in quello di conversazione, la sua è una voce diseguale, migliora quando non “forza” e recita con convinzione e passione.
Ciampi, come si diceva, ha diretto l’orchestra dal bel suono cantabile ed espressivo, con piccoli cedimenti all’effetto (il forte anziché il piano nell’incipit del Brindisi, l’accompagnamento un po’ pesante nel coro dei Matadores – risentire Toscanini in questo aspetto, per la leggerezza) ma il risultato è molto positivo, anche perché il rapporto buca-palco non era sempre agevole.
Verdi, alla fine, è sempre Verdi, va trattato “con amore” e con amore riascoltato e ripreso ancora nel teatro romano.

