Le mamme NoPfas e Francesco

Un viaggio a Roma, le istanze di giustizia di una comunità costretta a subire un grave inquinamento e l’urgenza della conversione integrale indicata nella Laudato Si'

Alla fine della mattinata di mercoledì 19 giugno 2019 anche Anna Maria Panarotto (era la numero 88 in fila) ha incontrato il papa in piazza San Pietro, dopo l’udienza che raduna ogni settimana delegazioni e rappresentanze da tutto il mondo.

Anna Maria rappresentava una delegazione veneta che è scesa a Roma come in un pellegrinaggio di altri tempi, con i bus partiti nella notte per arrivare nella “città eterna” insolitamente deserta. I pochi uomini e tante donne, oltre 150, indossavano le magliette blu come l’acqua che hanno bevuto per anni ignorando che contenesse forti concentrazioni di una sostanza inquinante (Pfas, composto chimico nato dalla fusione di solfuro di carbonio e acido fluoridrico). Parliamo di una vasta aerea compresa tra le province di Padova, Vicenza e Verona per una stima di popolazione intorno alle 400 mila persone.

La catena della responsabilità di quanto è accaduto è oggetto di indagine della magistratura, anche se è facilmente intuibile il ruolo dei vertici delle industrie e le omissioni e negligenze di chi doveva vigilare. Parliamo di un territorio che ha subìto una rapida mutazione culturale negli ultimi decenni passando da una povertà diffusa che spingeva ad emigrare ad una ricchezza operosa, fatta di aziende grandi e piccole, ma comunque proiettate in una dimensione internazionale. Tanti soldi e un attaccamento al lavoro che sembra un’esclusiva di questa gente passata in massa, politicamente, dalla fisiologica adesione democristiana al leghismo pragmatico incarnato dall’attuale presidente di Regione, campione di consensi.

Anche le poche zone tradizionalmente “rosse” hanno compiuto lo stesso itinerario, come testimoniano le vicende personali di coloro che son passati, in pochissimi anni, dai picchetti in fabbrica ad accettare la rappresentazione del mondo offerta dalla bandiera di Alberto da Giussano. Spesso senza dismettere, nei diversi ambiti, la tessera sindacale o la pratica di un volontariato molto diffuso.

La scoperta di un inquinamento così pervasivo, che parte da un elemento essenziale come l’acqua e minaccia la vita dei figli, rappresenta un punto di rottura di questo universo. Si è generato un movimento tenace e autorganizzato sotto l’insegna di una maternità che si prende cura di una ferita profonda in una comunità smarrita, che ancora non è del tutto consapevole, o semplicemente non vuole sapere, il livello di pericolo al quale rimane esposta. Anche perché non decollano, e sono assai difficili, le opere di bonifica delle falde acquifere di una così vasta area territoriale. E, quel che più sconcerta, si ergono mille ostacoli di ogni genere all’adozione di norme di cautela, a livello europeo e nazionale, che portino ad azzerare la presenza delle sostanze inquinanti nell’acqua.

Come è noto, infatti, il settore confindustriale è da sempre critico verso l’adozione, in campo ambientale, del “principio di precauzione”. Molta dell’ideologia sviluppista, che ha nutrito il sogno di una delle regioni più ricche d’Europa, ha sempre visto con sospetto ogni istanza ecologista, pur di fronte a casi eclatanti come il disastro di Porto Marghera.

Dinamiche notissime, come ha avuto modo di confermare l’avvocato statunitense Robert Bilott, quando si è recato a Vicenza per spiegare, alle realtà impegnate su questa vertenza, il percorso di una lotta legale durata ben 19 anni per chiedere il risarcimento dei danni da inquinamento, provocato dalle stesse sostanze presenti in Veneto, alla multinazionale Dupont. Oppure basterebbe vedere e comprendere lo scarso successo dell’ultimo documentario di Michel Moore (Fahrenheit 11/9) che ha osato evidenziare la responsabilità dell’ex presidente Usa Obama, icona liberal, nel tollerare un grave caso di contaminazione delle acque nel periferico stato del Michigan.

Insomma occorre, ad ogni latitudine, un radicale cambiamento di mentalità per arrivare a quella conversione integrale additata da papa Francesco.

Il movimento della mamme NoPfas, come tante altre realtà nate dal basso, dimostra una capacità di analisi e strategia che mette in campo diverse competenze. Manda una sua delegata in un importante convegno scientifico a Boston, cerca contatti in sede europea per far adottare nuove direttive sulle acque così come ha ottenuto un rapporto diretto con il ministro italiano dell’Ambiente, generale Giuseppe Costa, al quale ha indirizzato, e consegnato in ministero, una lettera di sollecito nello stesso giorno dell’udienza papale. Una delegazione delle mamme, in mattinata, ha presentato, con una conferenza stampa, un documentario d’inchiesta di Andrea Tomasi presso la sede della rivista Il Salvagente.

Si tratta di gente concreta che sa come muoversi, sempre nell’ambito dell’idea che una maggiore e diffusa conoscenza sia in grado, tramite una crescente indignazione, di capovolgere una situazione di grave ingiustizia che si consuma sulla pelle dei più deboli. Perché sono proprio i bambini i più esposti. Così come accade a Taranto, dove si chiudono le scuole del quartiere Tamburi quanto tira troppo vento. Senza dimenticare il grido di dolore che si alza, in Campania, dalla cosiddetta “Terra dei fuochi” che don Patriciello non si stanca di ricordare. O l’elenco delle vittime da inquinamento che, in Sicilia, don Prisutto continua a leggere ogni settimana nel triangolo di Augusta, Priolo, Melilli.

Ogni istanza di giustizia ambientale non può mai chiudersi in determinato territorio. Per questo è importante il tentativo di creare, come abbiamo riportato, a partire dall’emergenza veneta, un legame tra madri del Nord e del Sud nel segno della cura del bene comune, come testimonia la presenza a San Pietro di una rappresentante sarda del comitato per la riconversione del Sulcis Iglesiente libero da produzione di bombe. È il senso dell’annuncio dell’enciclica Laudato si’ rivolta a tutti da Francesco perché il pericolo dell’autodistruzione è reale, come sperimentano tanti territori sacrificati all’estrazione di valore per pochi.

Anna Maria Panarotto ha consegnato al papa argentino una bandiera della pace con le firme raccolte nei paesi dell’area “rossa”, cioè contaminata. Poche battute, pieno di affetto, per questo figlio di emigrati piemontesi che ha varcato la soglia degli 80 anni e che ora si ritrova al centro di attacchi forsennati proprio per la sua coerenza nella difesa della casa comune e dei poveri.

La donna NoPfas lo ha visto affaticato ma attento e accogliente come sempre. Alla fine, quando la piazza stava quasi per svuotarsi, il papa si è diretto verso quel punto azzurro di persone trattenuto dalle transenne ed è partito spontaneamente il canto del Laudato si’. Gli hanno detto che lo vogliono a Vicenza l’anno prossimo per un grande convegno sull’enciclica a 5 anni dalla sua promulgazione. Ma quella lettera, si potrebbe dire, non ha una data di chiusura perché è continuamente scritta da queste storie, cioè da chi vuole «proteggere ogni vita, per preparare un futuro migliore» come invita a pregare Francesco «affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza». Un grande No che esprime, alla radice, un forte Sì alla vita.

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