Fare politica oltre gli schemi e i sondaggi: il caso di Marco Tarquinio

Il caso della candidatura dell'ex direttore di Avvenire Marco Tarquinio dimostra che una visione improntata alla centralità della persona umana non può essere ridotta allo schema binario imposto tra conservatori e progressisti. “Più si è cristiani e più si è laici”, come ha messo in evidenza lo storico Paolo Prodi, perché liberi da ogni sacralizzazione del potere.
Marco Tarquinio, ex direttore del quotidiano Avvenire. Foto ANSA/FABIO FRUSTACI.

A che serve fare il “grande passo”, entrare cioè in una lista di partito, se poi non si riesce ad incidere? È la domanda che si è posto pubblicamente Marco Tarquinio durante l’incontro “Quale Europa in un mondo in guerra?” dello scorso 20 marzo 2024 promosso a Roma da Pax Christi in collaborazione con Focolari Italia.

Della candidatura alle elezioni europee dell’ex direttore del quotidiano Avvenire si parla da tempo con riferimento a tre possibili collocazioni che presentano, ognuna, alcuni rischi e opportunità. In effetti starebbe scomodo nel Pd, così come nel M5S e nella lista Pace-Terra-Dignità, per citare le ipotesi avanzate finora. Dalla cabina di regina del giornale controllato dai vescovi italiani, Tarquinio ha, infatti, espresso una linea culturale coerente con l’insegnamento di papa Francesco che destabilizza ogni tipo di schematizzazione dettata dalla logica elettorale binaria che si è imposta anche in Italia. Per la posizione personalista su temi bioetici, dall’aborto al fine vita, dovrebbe accasarsi all’interno dell’area di centro destra presidiato dalla nuova versione di “partito nazionale” incarnato da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni.

Un’ipotesi insostenibile per la distanza netta espressa dal famoso giornalista su questioni nodali legate ai diritti delle persone migranti, il contrasto alle ingiustizie sociali e la proposta di una visione europeista distante da quella rigidamente atlantista sulle guerre in corso dall’Europa al Mediterraneo e non solo.

Per un ex direttore di una testata cattolica, così come di una grande associazione di quell’area, dovrebbe essere fisiologico trovare posto tra le fila di quel partito, il Pd, nato dalla fusione tra gli eredi dell’ex Pci e della sinistra Dc, ma nell’attuale configurazione dei dem non c’è posto nella direzione nazionale per la componente “popolare” (la denominazione storica dei cattolici democratici assunta, tuttavia, a livello europeo dal centro destra). La sfida per la segreteria nazionale è avvenuta tra Schlein e Bonaccini, entrambi estranei alla cultura cattodem, anche se il presidente dell’Emilia Romagna ha rivendicato di esprimere anche la componente “popolare”.

Un’egemonia che si è vista con l’estromissione dagli incarichi di partito di Maria Bigon, consigliera regionale dem che, in Veneto, ha votato contro una legge sul fine vita sostenuta dal Pd e dalla Lega del pragmatico Luca Zaia. Bonaccini in Emilia Romagna ha fatto votare una legge sul fine vita giudicata sconcertante dai vescovi locali, compreso il cardinale Zuppi, dichiarandosi disponibile al dialogo ma deciso a tirare dritto in nome della dignità umana. Ma è proprio la questione della dignità umana e non motivazioni confessionali che alimentano il dissenso, al pari di quanto avviene sui diritti delle persone migranti. Una certa interpretazione prevalente in materia di diritti civili ha radici culturali lontane dalla prospettiva personalista fondata sulla centralità della persona umana che non è affatto esclusiva dei cattolici.

Alcuni esponenti dem vedono, perciò, con sfavore la candidatura di Tarquinio perché dissonante, su questi aspetti, con quella espressa dal partito. Ma il problema si complica ulteriormente con riferimento alla politica estera e di difesa che nel Pd è espressa in maniera unanime e con chiarezza in senso atlantista dall’ex Pci Piero Fassino, vice presidente della commissione Difesa della Camera, e dall’ex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, di estrazione “popolare” e ora nel ruolo chiave di presidente del Copasir. Offrire una candidatura al “pacifista” Tarquinio, contrario al riarmo, appare fortemente contraddittorio e, infatti, si è espresso in senso contrario il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, che ha un peso sulla circoscrizione elettorale dell’Italia Centrale. Possiamo pensare alle difficoltà che avrebbe oggi un personaggio irregolare come Giorgio La Pira che pure un posto importante ha avuto nella Dc, seppur contrastato fino alla sua estromissione da Palazzo Vecchio.

Ad ogni modo, anche se il nome di Tarquinio sarà stampato tra i candidati, resta il dilemma da egli stesso sollevato sulla capacità di incidere sui contenuti che contano. Se eletto, dovrà limitarsi a fare obiezione di coscienza contro la direttiva del partito? Si pensi al trasferimento del Fondo per la pace al finanziamento del riarmo o alla risoluzione passata a maggioranza nel Parlamento europeo a favore dell’inserimento dell’interruzione di gravidanza nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue. Una mozione fortemente voluta dalla Francia di Macron, un centrista “moderato”, ma dall’efficacia solo culturale, perché per ottenere tale inserimento nella Carta occorre il consenso di tutti i 27 Paesi dell’Unione.

Il dilemma e la contraddizione non verrebbero eliminate neanche se l’ex direttore venisse eletto con i 5Stelle per quanto riguarda le questioni sulla dignità umana, a prescindere dall’instabilità di un movimento trasformato nel partito guidato da Conte, ma ancora esposto alle intromissioni del suo fondatore. Lo stesso dicasi per la lista eventuale (non si sa se verrà ammessa) guidata da Michele Santoro e Raniero La Valle per dare centralità nel dibattito pubblico alla posizione contro la guerra, ma con il rischio, in tale impresa temeraria, di raccogliere così pochi voti da contribuire paradossalmente a rendere marginale l’istanza di una politica di pace.

La questione del consenso è infatti reale in un tipo di elezione, quella per il Parlamento europeo, di tipo proporzionale con l’indicazione delle preferenze. Una vera novità per gli elettori più giovani, abituati alle liste bloccate decise dai vertici dei partiti. Un metodo che produce concorrenza all’interno delle coalizioni dove sono presenti partiti appartenenti a gruppi parlamentari diversi a Strasburgo.

La candidatura di Tarquinio, se la cosa andrà in porto, rappresenta perciò un test importante per capire il seguito reale in cabina elettorale delle istanze di cui l’ex direttore di Avvenire è espressione. Una sorta di primaria di programma.

Nella prima Repubblica i grandi partiti potevano decidere di convogliare i voti su alcune figure autorevoli, esterne all’apparato, da far eleggere. Oggi appare tutto molto più difficile. A cominciare dalla visione personalista sui temi sensibili e laceranti che non appare più condivisa dalle fasce giovanili, neanche in ambiti cattolici.

La paura e l’incertezza sugli scenari di guerra vengono spesso catalogati genericamente come “pacifisti”, mentre possono facilmente convertirsi nella fatalità del riarmo davanti ad una pressante operazione di informazione unilaterale.

Sembra mancare una visione culturale integrale, pur espressa coerentemente da Tarquinio in questi anni turbolenti su Avvenire, che non accetti di essere catalogata di destra o di sinistra in base ai partiti che condividono singoli temi.

Un recente sondaggio commissionato da Demos e pubblicato da Repubblica indica un 37% dei possibili elettori favorevoli ad un partito di ispirazione cristiana. Tra questi, dovendosi comunque recare alle urne, il 40% resta indeciso o propende per l’astensione, mentre il 35,6% sceglie FdI, e, in sequenza, il 14,2% il Pd con Forza Italia e M5S al 13 %.

Il dato si apre a diverse interpretazioni ma sembra indicare il fatto che davanti ad una scelta obbligata del voto, certi temi sono ritenuti più decisivi nell’orientare il consenso verso destra, con il risultato di avere una società sempre più polarizzata secondo il modello Usa.

È anche vero, tuttavia, che certi sondaggi sembrano restare legati a schemi superati perché, ad esempio, anche il famoso 10% della popolazione catalogata tra i cattolici praticanti appare sempre più un dato statistico che difficilmente esprime una cultura comune intercettabile da pretese strategie elettorali.

Ciò che sfugge ad ogni rilevazione è, invece, quel tratto distintivo del cristiano nell’agire politico che lo rende più laico di qualunque altro, come affermava lo storico Paolo Prodi, perché «può desacralizzare ogni forma palese e occulta di potere come sfruttamento dell’uomo sull’uomo e vincere ogni tentazione totalitaria nella misura in cui costruisce la storia della salvezza oltre la politica e non dentro la politica». «Più siamo cristiani più siamo laici. E non viceversa» sottolineava Paolo Prodi citando la lezione di Pietro Scoppola sui cristiani come «portatori di un annuncio che è motivo di continuo inappagamento rispetto ad ogni ordine costituito».

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