La sofferenza che ci fa umani

Respingiamo l'idea di tutto ciò che è limite alla nostra autonomia e autosufficienza. Ma l'esperienza della finitezza, la consapevolezza di aver bisogno di cure altrui, contribuisce a farci più comunità. La riflessione di una nostra lettrice

«Se mi dovessi ritrovare paralizzato in un letto, impotente e magari attaccato a macchinari che mi offrono solo la sopravvivenza fisica, sono certo che preferirei morire». Sono tantissime le persone pronte a sottoscrivere questa affermazione. Tutti, poi, vorremmo evitare (a noi stessi, ma anche agli altri) quelle fasi dell’esistenza connotate da malattia, vecchiezza, deperimento fisico e mentale, non-autosufficienza e soprattutto da sofferenza.

Anche i cristiani più convinti, capaci di accettare il dolore vedendo in esso un’offerta a Dio, di certo non lo cercano: «Padre, allontana da me questo calice…». E per chi non appartiene a questa fede è davvero difficile trovare un senso al dolore “inutile”, quale appare soprattutto quello che si deve affrontare nelle fasi terminali delle vita. Naturalmente nemmeno la morte ci piace, ma quella proprio non si può evitare, e può essere addirittura la soluzione quando la sofferenza è troppo forte.

Tutto vero, però…

Però è capitato a tutti di attraversare periodi di malattia in cui si è avuto bisogno delle cure altrui, e tutti abbiamo assistito malati, o anziani sofferenti. Ebbene: certamente non sono state esperienze “inutili”. Nel bisogno, nella sofferenza, nella debolezza emerge la vera natura della persona. Tanti in queste condizioni si incattiviscono, si lasciano rodere da rabbia e insofferenza. Altri però riscoprono affetti, delicatezze, tratti del proprio carattere che gli impegni della vita quotidiana avevano offuscato. Fare i conti con i propri limiti personali e la finitezza ontologica dell’essere umano fa anche del bene: a chi ne fa esperienza e a chi lo assiste. Il prezzo richiesto è molto alto, a volte altissimo, nulla da dire su questo fronte; facciamo quindi di tutto per ridurla questa sofferenza, con tutte le nostre forze. Ma quando, nonostante tutto, si presenta, fermiamoci su un attimo prima di definirla “inutile”. Solo questo: riflettiamoci. Costa così tanto: e se fosse… preziosa?

Ma forse è un altro l’aspetto più importante.

L’uomo è un essere complesso e contraddittorio: per tutta la vita cerca di emanciparsi, di essere autonomo, di agire la sua libertà. Eppure è necessario che questo suo processo di autosufficienza ad un certo momento cominci a regredire, ed è anche necessario che lui ne sia consapevole: vivere, anche quando siamo all’apice della nostra adultità e autonomia, sapendo che tale autosufficienza non sarà per sempre e che dobbiamo prevedere una fase di bisogno e debolezza, ci mette al riparo da arroganze, atteggiamenti di superiorità, deliri di onnipotenza, fastidio e insensibilità per le necessità altrui. Soprattutto ci fa restare consapevoli della nostra limitatezza, rendendoci più attenti alla costruzione attorno a noi di una società preparata, efficiente, onesta: di un mondo solidale, che si prenda cura del prossimo: sarà nelle sue mani che finiremo.

Sapere invece che questa fase non la attraverseremo mai perché la faremo finita prima di aver bisogno, ma bisogno sul serio, degli altri, inaridirebbe non solo noi come individui, ma anche tutta la società.

Ciò che mina più pericolosamente la coesione di una comunità, infatti, è proprio la pretesa (l’illusione?) di autosufficienza delle persone che la compongono: è questa che ci fa individui supponenti che relegano le relazioni umane ad un semplice optional; che solletica e alimenta il nostro naturale egoismo; che pone le basi per una società in cui si troverà spazio finchè si resterà forti, ma in cui, al comparire delle prime difficoltà, si sarà abbandonati. Non è certo il mondo che vogliamo costruire per noi e in cui lasciare i nostri figli.

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