La gente, riunita in piazza Fontana nella città vecchia di Taranto per dare il saluto al povero Bakari Sako e per denunciare gli atti di violenza giovanile assurda, dovrebbe espandere quel senso di indignazione in ogni piazza italiana. Per i pericoli privi di senso in cui i cittadini, tutti i cittadini rischiano di correre, la comunità dovrebbe fare qualcosa, segnali e iniziative, per allentare il pericolo della violenza che si diffonde nelle strade.
Non si può permettere che la paura prenda possesso delle città e soprattutto dei rapporti sociali a causa di rigurgiti razzisti, della mancanza di rispetto della vita umana, propria e degli altri, in tutte le sfumature, del senso di impunità, della totale attrazione verso ciò che è male, violento, aggressivo.
Il comune di Lecce e di Pulsano (Taranto) hanno proclamato il lutto cittadino in ricordo di Bakari, nell’intento che venga allargato a livello nazionale. Oltrepassando la polemica contro l’amministrazione tarantina per non aver preso parte alla manifestazione organizzata dai movimenti giovanili, dai cittadini, dalle comunità migranti, dai familiari di Sako arrivati dalla Francia e dalle associazioni come Babele, che ben conosceva la vittima, non poca preoccupazione desta il dilagare della violenza incomprensibile che rende colpevoli, soprattutto gli adolescenti. Alcuni dei colpevoli sono soltanto quindicenni!
La facilità di etichettare lo straniero, ma anche semplicemente “il debole, il diverso”, in senso dispregiativo, non deve assolutamente prevaricare nel riconoscimento del valore di ogni persona: Bakari, come ricorda l’associazione Babele, era marito e sarebbe stato un futuro padre di due bambini, un lavoratore incensurato e irreprensibile, che pagava le tasse e l’affitto e manteneva la propria famiglia. Un volto, una storia, anche di sacrificio per vivere in modo dignitoso che si stava integrando nel rispetto anche delle complicate norme. Insomma, Sako era un “regolare”. Ogni mattina, con la sua bicicletta il trentacinquenne maliano si dirigeva verso la stazione di Taranto per raggiungere le campagne di Massafra per lavorare come bracciante agricolo, dopo un periodo professionale da cameriere all’interno di un ristorante. Viveva a Taranto dal 2022.
Fino a quella mattina di inizio maggio in piazza Fontana, in cui Bakari è stato circondato da 4 adolescenti e 2 ventenni con fare minaccioso, fino a essere colpito con 3 colpi di coltello all’addome e al torace proprio dalle mani di uno dei minorenni. Percependo il pericolo, il lavoratore maliano avrebbe provato a rifugiarsi in un bar, ma il titolare, che ora è accusato di favoreggiamento, lo avrebbe fatto uscire immediatamente senza comprendere il dramma che stava accadendo. Alcuni degli assassini, colpevoli di omicidio per futili motivi, agli inquirenti hanno dichiarato di “essere dispiaciuti”, ammettono che non avrebbero pensato di arrivare fino a quel punto mortale. Se tali affermazioni fossero vere, in ogni caso, restano ingiustificabili senza limiti di età.
Ad essere invece totalmente “irregolare” è la presenza in strada dei giovani assassini in quel momento. Perché degli adolescenti erano in giro a quell’ora del mattino?
È paradossale: un migrante integrato nel nostro Paese, a quell’ora, come ogni mattina andava a lavoro, un’occupazione certamente logorante venendo, forse, anche sottopagato, mentre giovanissimi scorrazzavano liberi al buio della notte, quando teoricamente si sarebbero dovuti svegliare per andare a scuola. Dove sono i genitori che controllano?
Interrogati i giovani, uno degli assassini ha solo dichiarato che “che voleva difendere l’amico”, mentre gli altri esponenti della baby gang si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. La sfrontatezza nell’ammissione di colpa, non può essere definita onestà, ma incuria totale del valore della vita. Gli inquirenti stanno trovando commenti colmi di ingiustificato disprezzo che i giovani inviavano sui canali social.
Verrebbe da chiedersi per quale motivo una persona, in questo caso Bakari, non avrebbe dovuto provare a difendersi sentendosi ingiustamente minacciata nel buio della notte. Chi non avrebbe provato a trovare riparo?
È intollerabile la facilità con cui si tende a compiere il male ed è preoccupante che a macchiarsi di sangue la vita siano i giovani. In una frangia di adolescenti, con troppa facilità la devianza, la criminalità, l’attrazione del male si stanno insinuando, trovando terreno fertile a causa delle punizioni “più lievi” proprio per la minore età. Il senso di impunità rende quasi tutto giustificabile. Addirittura, non pochi giovani intravedono la possibilità di stare dietro le sbarre quasi come un trofeo da vantare, come del resto, molti atti criminali vengono divulgati proprio dai colpevoli sulla rete. La spettacolarità del male che attira pubblico e che, in modo più sottile, il mondo degli adulti sfrutta. L’inquietudine giovanile è il limite in cui l’illegalità e la criminalità prendono terreno. La terra di mezzo che i ragazzi abitano trova terreno fertile nella malvagità della violenza e della devianza seminando nelle relazioni una prepotente suscettibilità, fastidiosa diffidenza per tutto quello che è esterno da sé per e del diverso, l’incapacità di gestire emozioni, l’ostinata presunzione di reputare l’altro un pericolo, la diffusa sfiducia nella vita. Si tende, spesso, a giustificare episodi tipo l’assassinio di Sako come “ragazzata”, senza mai avanzare proposte costruttive per limitare tali macchie (di sangue) sociali.
In questa pagina di violenza cova il pregiudizio verso il diverso, la paura di aiutare, la superficialità delle relazioni, il degrado morale, l’ignoranza verso tutto ciò che è vita. Non si può accettare, soprattutto se ad essere colpevoli, sono i giovani, anzi minorenni. Certamente, come si sente parlare spesso, gli adulti devono imparare ad ascoltare i giovani, ma i giovani, alcuni giovani, ne vogliono parlare o pensano di vivere in una serie tv crime?
L’associazione Babele ha avviato una campagna di raccolta fondi per il rimpatrio della salma di Bakari Sako in Mali e restituirlo ai suoi famigliari e amici, ma questa morte, sì, deve lasciare inquieta tutta la comunità.
L’indignazione, per tutti i cittadini di buona volontà, dovrebbe risuonare simile alle parole di monsignor Emanuele Ferro, parroco della Cattedrale di San Cataldo e delle chiese della città vecchia a Taranto, durante il corteo di preghiera in memoria di Bakari: «Ho un rimprovero da fare alla mia comunità. Non avete portato un fiore sul luogo dell’omicidio. Per chi vorrà lo potremo fare stasera, li prenderete da qui, se vorrete, da quelli della festa di san Cataldo. Tanti mi dicono giustamente: “Sono cose che accadono ovunque”. Ma che consolazione è questa? Intanto è accaduto qui, sotto le nostre case. È da qui che dobbiamo ripartire. Al dolore per l’uccisione di Sako Bakari si aggiunge altro dolore, perché non riesco a spiegarmi come sia possibile che non si condanni all’unanimità quanto è accaduto. Esseri amici dei nostri ragazzi coinvolti e dico “nostri” con cuore ferito, perché non voglio lavarmene le mani, non significa difenderli dando ignominiosamente le spalle al morto per terra».
Se il male corre veloce, si diffonde con fascino, mentre il bene ha un andamento diverso quasi invisibile; è arrivato il momento che quest’ultimo aumenti il passo e sia visibile nelle città, a partire dai luoghi comuni sociali, per eliminare quelli del pregiudizio e del razzismo. Subito, perché è già troppo tardi.
