Viviamo un’epoca segnata da estremismi e radicalizzazione, fenomeni che possono avere conseguenze sociali anche gravi, soprattutto quando sfociano nella violenza.
Dietro questi processi agiscono le ideologie, da sempre oggetto di studio della scienza politica. Più recente, invece, è l’interesse della biologia e delle neuroscienze per questi temi.
Una delle protagoniste di questo nuovo filone di ricerca è la giovane neuroscienziata americana Leor Zmigrod. Nel 2015, colpita dalla notizia di alcune ragazze britanniche partite per la Siria per unirsi all’ISIS, si pone una domanda semplice e potente: perché proprio loro, e non altre?
Da qui nasce il suo percorso di ricerca, culminato nel libro Il cervello ideologico, in cui Zmigrod combina neuroscienze e psicologia sperimentale per capire cosa spinge una persona ad aderire a una dottrina che può richiedere sacrifici estremi. Un lavoro che l’ha portata a collaborare con governi e organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite.
Tutti noi siamo guidati da credenze: sistemi di orientamento che ci aiutano a interpretare la realtà, dare senso alla nostra vita, costruire relazioni sociali e integrare emozioni e pensiero. Ma queste convinzioni sono un semplice bagaglio culturale o fanno parte della nostra natura più profonda?
Secondo Zmigrod, la vera novità è che «la biologia, puntualmente, rispecchia le nostre convinzioni». Il cervello, infatti, è costantemente alla ricerca di schemi ideologici a cui ancorarsi.
Le ideologie cambiano nel tempo, nelle loro forme e nei loro contenuti. Eppure, sostiene la ricercatrice, il nostro cervello ne ha bisogno per almeno due ragioni.
La prima è che il cervello è un organo “prognostico”: cerca continuamente di prevedere ciò che accadrà, riducendo l’incertezza. La seconda è che è un organo sociale: ha bisogno di comunicazione, riconoscimento e appartenenza.
In questo senso, le ideologie funzionano come scorciatoie: offrono risposte semplici a problemi complessi, riducendo lo sforzo cognitivo. Sono, in un certo senso, “farmaci” contro la fatica dell’incertezza.
Questo meccanismo si rafforza attraverso narrazioni coerenti e autosufficienti, che tendono a confermare se stesse. Quando emergono fatti contrari, si genera una dissonanza che spesso provoca reazioni emotive forti: rabbia, rifiuto, chiusura.
Ma da dove nasce questa tendenza? Esistono caratteristiche individuali che rendono alcune persone più inclini alle ideologie rigide, oppure è l’ambiente a plasmarle?
Per rispondere a queste domande, Zmigrod riprende il lavoro di Else Frenkel-Brunswik, studiosa ebrea polacca rifugiatasi negli Stati Uniti prima della Seconda guerra mondiale. Frenkel-Brunswik condusse uno dei primi studi sistematici sui pregiudizi nei giovani californiani, chiedendosi quali bambini fossero più inclini a sviluppare atteggiamenti autoritari e xenofobi.
I risultati mostrarono che ambienti educativi rigidi e autoritari favoriscono lo sviluppo di personalità altrettanto rigide. Ma non solo: questa rigidità si riflette anche sul piano cognitivo. I bambini più inclini al pregiudizio risultavano meno capaci di affrontare problemi che richiedono flessibilità mentale e mostravano difficoltà anche in compiti percettivi, come distinguere gradazioni di colore.
Esiste dunque un legame tra ideologia e funzionamento cognitivo.
Su questa base si inserisce il lavoro di Zmigrod, che misura la flessibilità mentale come indicatore di una minore propensione al dogmatismo. Per farlo utilizza una vasta gamma di strumenti: test cognitivi (come il cambio di regole o le decisioni in condizioni di incertezza), questionari psicometrici per valutare rigidità e orientamenti ideologici, e tecniche di neuroimaging per osservare l’attività cerebrale.
I risultati indicano l’esistenza di una vera e propria “predisposizione cognitiva” all’ideologia. Non conta tanto il contenuto delle idee — politiche o religiose — quanto lo stile cognitivo: alcune persone tendono a preferire regole chiare e stabili, mostrando maggiore difficoltà ad adattarsi a nuove informazioni.
L’ambiente, tuttavia, gioca un ruolo decisivo. Contesti percepiti come instabili o minacciosi aumentano il bisogno di certezze e quindi la tendenza a visioni rigide. Al contrario, ambienti pluralisti e sicuri favoriscono apertura e tolleranza dell’ambiguità.
Non a caso, crisi economiche, conflitti e instabilità sociale tendono a rafforzare l’adesione a ideologie più rigide. È interessante notare che anche all’interno delle comunità religiose convivono profili cognitivi diversi: persone rigide accanto ad altre più flessibili. La fede, dunque, non coincide necessariamente con l’ideologia, ma può trasformarsi in essa.
Rimane aperta una domanda cruciale: è la biologia a predisporre all’ideologia o è l’ideologia a modificare il cervello? È proprio in questo spazio ancora incerto che si sviluppa la neuropolitica, un campo di ricerca emergente e promettente, destinato a far discutere.
