Javier Bardem è protagonista assoluto di un film atipico, grandioso, cioè El ser querido (Essere amato) di Rodrigo Sorogoyen dove emerge la storia di un padre in conflitto con la figlia. Storia anche dura che il regista spagnolo esalta, penetrando nei grumi dolorosi del rapporto, di una paternità troppo assente e che cerca di recuperare la figlia. Una esplorazione appassionante, trascinante dell’animo umano, capace di far dire poi a Bardem che oggi è il cinema a dire la verità sulle cose del mondo, lui che non è troppo gradito al sistema Hollywood, in parte così trumpiano. Ancora la famiglia, raccontata dal giapponese Kirikazu Korreda nel suo Sheep in the boxs dove affronta coraggiosamente la vicenda di un figlio perduto, sostituito da uno clonato che però non impedisce inquietudini e la scoperta del dolore, perché anche la vita di un clone non può essere solo sorrisi.
Il passato, cioè la storia, emerge di continuo, nonostante oggi si voglia dimenticarlo. Così la Francia presenta Moulin di Làzlò Nemes che ricostruisce la vicenda del partigiano Jean, catturato e torturato dalla Gestapo in un racconto duro e grigio, fatto più di rumori che di parole con un attore miracoloso come Gilles Lellouche. Una storia di umanità che rischia la vita e si annoda al film, lunghissimo, di Ryusuke Hasmaguchi, Soudain (All’improvviso) dedicata ai malati di una casa di riposo dove due donne riescono a farli comunicare, essendo anch’esse prese dalla malattia.

John Travolta posa con la Palma d’Oro onoraria al 79° Festival di Cannes, in Francia, 16 maggio 2026. Foto: EPA/CLEMENS BILAN via Ansa
Non può mancare l’America, ed ecco John Travolta, vincitore a sorpresa della Palma d’onore, con un lavoro che sa molto di autobiografia, Volo notturno per Los Angeles, in cui il 72enne divo rivela il suo amore per il volo e per la famiglia. Standing ovation per il premio, forse un po’ meno per il film, ma John rimane sempre una star, insieme alle dive di ogni tempo che sfilano per la gioia del pubblico.
Fino al film di Almodóvar Amarga Navidad, chiaramente autobiografico a tratti, nascosti e poi rivelati in due storie parallele dove realtà e finzione si incrociano ma pure si incontrano. Qui il grande regista finalmente è diventato, da qualche tempo, più asciutto, intenso, più vero: parla di sentimenti, di crisi, di arte, di dolore. Un film – in uscita domani – che ha il coraggio di porsi e di porci di fronte alla verità della vita che scorre.
Non solo sfilate e glamour, a Cannes. Ma anche indagini sul presente come in Minotaure di Andrej Zvjagincev sulla Russia attuale, grigia, infelice e senza speranza.
