La scena si apre su una pista di atletica con le linee delle corsie disegnate sul palcoscenico, e un gruppo sparso di atleti nei tipici esercizi solitari di riscaldamento. Intenti nei preparativi che preludono ad una gara − mentre, tra echi di telecronaca, un video-cronista si aggira intervistando un’atleta −, accennano a scatti improvvisi, arresti, riprese. Azioni reiterate, veloci o al ralenti, si susseguono. Divengono danza, azioni coreografiche, traiettorie e pose scultoree in movimento. Firmata dalla coppia di coreografi Mattia Russo e Antonio De Rosa del collettivo Kor’sia, per il Ballet de l’Opéra Grand Avignon, Olympiade (debutto al Teatro Ristori di Verona) prende a prestito il linguaggio dello sport, della corsa, per farne una metafora universale delle relazioni umane, rappresentate non tanto nella dinamica della competizione, ma nel mutare da singoli a comunità.

“Olympiade” (ph Mickaël Cédric Studio Delestrade)
È un passaggio che fa della pista una linea del tempo da attraversare tra memoria e futuro, tra passato e presente senza soluzione di continuità. Se l’inizio dello spettacolo sembrerebbe ripetere all’infinito la stessa sequenza di scatti, balzi, riscaldamenti, accelerazioni e ritorni, il seguito evolve con una singolare bellezza compositiva facendo della staffetta l’oggetto simbolo di un passaggio, non solo di mano, bensì della storia dello sport all’origine, dove la grammatica sportiva si contamina, stratificandosi, col linguaggio coreografico contemporaneo.

“Olympiade” (ph Mickaël Cédric Studio Delestrade)
Il mutare della luce sullo schermo bianco, poi giallo-ocra, che domina lo sfondo, disegna la continua trasformazione in danza – sulla partitura sonora elettronica di Alejandro de Rocha con inserti vocali e musicali – di gesti e movimenti che, lontano dalla didascalica riproduzione figurativa, rimandano, in forme stilizzate, alle diverse discipline sportive: dalla lotta libera – come le due donne in un intreccio plastico a terra, o il vigoroso duetto maschile –, al tennis, al nuoto, al remare in canoa posizionati sopra una lunga panca, e così via.
Battaglie stilizzate e salti acrobatici, tableaux vivant di corpi statuari e di creature mitologiche, sfilate in dissolvenza di eroi, dèi e animali che ricordano i dipinti vascolari della classicità, silhouette dinamiche, corse al ralenti e accelerazioni, respiri ansimanti, assoli e duetti energici confluiscono in una coralità di grande afflato che ci riporta, con una bella idea drammaturgica, a ritroso, alla Grecia dove i Giochi olimpici hanno avuto inizio. E arrivare così al presente col gran finale che vede tutto il gruppo in tuta grigia e azzurra (costumi di Luca Guarini), muoversi all’unisono – tra incitamenti vocali e percussivi – in una danza ginnica sincronizzata e multiforme di grande effetto corale.
