L’ha detto il direttore delle Gallerie, Simone Verde che il riallestimento permanente delle due sale botticelliane avrebbe segnato una nuova tappa, dopo quelle dedicate a Leonardo, Raffaello e Michelangelo, per rendere gli Uffizi il “museo più bello al mondo”. Non il più vasto, ma il più bello, che è poi la vocazione di Firenze e di Botticelli in particolare.
Si passa allora prima da Duccio ( la Maestà), da Simone Martini (l’Annunciazione), da Pollaiolo (le Virtù, fra cui La Fortezza, prima opera botticelliana) e si giunge in uno spazio vasto e ordinato di due sale comunicanti. Il sussurro della gente non impedisce, se si vuole, il raccoglimento necessario per cogliere la realtà della contemplazione tipica del mondo di Sandro Botticelli (1445 – 1510).

Particolare dell’allestimento delle nuove sale del Botticelli a Firenze UFFICIO STAMPA DELLE GALLERIE DEGLI UFFIZI
Le tonalità degli ambienti in “grigio Rinascimento”, la posizione delle opere protette da vetri speciali che permettono di godere della loro raffinatezza cromatica, aiutano nella esperienza di un mondo di bellezza incontaminata dove le figure classiche intuiscono in qualche modo i temi cristiani in perfetta armonia, secondo la visione neo-platonica di Marsilio Ficino, e dell’ambiente culturale dei Medici a cui Sandro partecipa.
Nel passaggio fra le due sale ecco le tavolette con Giuditta e Oloferne del 1475: il giovane Sandro più che dall’orrore per il sangue è attratto dal passo di danza dell’eroina in blu violaceo all’alba, sulle colline, la poesia della leggerezza. Siamo lontanissimi dalla sensibilità di un Caravaggio e della pittura barocca.
Nella prima sala trionfa la tavola della Primavera (1481-1482), una allegoria sui versi dell’amico poeta Poliziano: un incantesimo di bellezza per la bellezza, ossia la Bellezza allo stato puro, eterno, fra Venere, la danza delle Grazie, Mercurio, Zefiro e lei la Primavera che sparge fiori e guarda negli occhi la Nascita di Venere (contemporanea) che le sta di fronte nell’altra sala. Un paradiso che i grandi artisti possono contemplare e noi avvicinarci, almeno, all’ingresso. Accanto alla Primavera due Madonne – “del roseto” e “dei cherubini” – dorate e lucenti come ogni tavola mariana di Sandro, religione e soavità insieme. Estasi, ma composta.
La tela della Nascita di Venere è posta anch’essa fra due tondi, la Madonna del Magnificat e la Madonna della melagrana, la prima gioiosa la seconda mesta, quasi una elegia, un altro aspetto della sensibilità botticelliana. Venere, immagine dell’incanto dell’amore nascente è bella, bionda e dorata come le Madonne, è un corpo di una leggiadria innocente che ha del miracoloso. La tela è poesia dell’anima che nei momenti più alti del pittore, genera e dona una freschezza che sa di immortalità.
Una tale bellezza infatti non può morire. Siamo nella “religione della Bellezza”. Certo, alcuni attimi melanconici di Sandro richiamano anche la realtà del dolore, della violenza (La Calunnia, 1495) ma la bellezza la può trattenere come la tela di Pallade che doma il centauro, con la forza della grazia mite e decisa.
È questa pace allora nelle circa sedici tavole, fra pale d’altare e Annunciazioni, la dimensione che Botticelli fa respirare, il tipo di Bellezza che dona armonia al mondo, facendoci ammirare il “sublime”, ossia ciò che non può mai morire.
