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Quando la Chiesa è raccolta in sinodo…

Una diocesi sulle vie del discernimento comunitario

Quando all’inizio del 2013 sono stato nominato vescovo di Limerick, diverse persone mi hanno parlato delle sfide che avrei incontrato. In breve, la situazione della diocesi passava un momento difficile. Da una parte c’erano problemi sociali legati alla violenza e alla droga, dall’altra parte, la diocesi aveva alle spalle una situazione dolorosa dovuta alla grave crisi che ha colpito la Chiesa irlandese nel campo della tutela dei minori.

Sarebbe difficile descrivere tutto lo sgomento e il senso di tradimento che molti cattolici hanno provato nel venire a conoscenza dei casi di abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare di sacerdoti e religiosi, e del modo inadeguato con cui le autorità ecclesiastiche hanno affrontato questi atti peccaminosi e criminali. Questi fatti – ha scritto Papa Benedetto nel 2010 nella sua Lettera ai cattolici dell’Irlanda – «hanno oscurato la luce del Vangelo a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione». E ancora: «Nessuno si immagini che questa penosa situazione si risolverà in breve tempo». Da qui la necessità di «un onesto auto-esame e un convinto programma di rinnovamento ecclesiale e individuale».

Oltre le sfide sociali e la crisi legata agli abusi, la diocesi vive il cambiamento rapido che ormai si sperimenta in quasi tutta l’Europa: la rapida trasformazione e secolarizzazione della società con un conseguente indebolimento della fede, l’età elevata dei sacerdoti, l’allontanamento dei giovani dalla Chiesa, la mancanza di vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata ecc.

La piaga più grande, però, è stata il fatto che il mio predecessore, per la pressione dell’opinione pubblica, si è dovuto dimettere durante la crisi dei sacerdoti pedofili, non per un’azione sua personale, ma per il giudizio di un rapporto ufficiale del governo secondo il quale egli non aveva gestito adeguatamente uno di quei casi, quando era vescovo ausiliare a Dublino, quasi 25 anni prima. Ci sono voluti tre anni e mezzo senza vescovo per dare tempo al “lutto” vissuto nella diocesi. E nel frattempo il clero invecchiava… Ormai l’età media è attorno ai 65 anni.

Facciamo un sinodo?

Attento ai segni dei tempi, il mio predecessore, davvero un buon pastore, aveva iniziato in diocesi, già un decennio prima della mia nomina, un cammino di “ascolto” per sensibilizzare tutti alla necessità di un rinnovamento nella Chiesa locale. Quel cammino aveva portato diversi frutti, fra cui un nuovo assetto organizzativo.

Come nuovo vescovo, dovevo capire che fare. Ho ascoltato varie persone. Mi sono aggiornato sulle procedure di rinnovamento che si erano seguite negli anni precedenti e ho constatato che c’erano stati tanti passi positivi. Avvertivo però, sia per l’ideale dell’unità che mi anima, sia per i miei studi sull’ecclesiologia conciliare, nonché per l’accento che Papa Francesco pone sulla sinodalità, che ci voleva in diocesi una svolta collettiva, un passo fatto insieme per portarci al di là della “piaga” e farci vivere un’esperienza di discernimento comunitario. Dopo aver raccolto il parere dei vari organismi – il consiglio presbiterale, il collegio dei consultori, i laici impegnati ecc. – ho deciso quindi di convocare un sinodo diocesano.

Forse sono stato un po’ ingenuo. Ma il filosofo francese Paul Ricoeur canta le lodi dell’ingenuità! Si sa che tanti documenti sinodali finiscono semplicemente sugli scaffali delle librerie. Sono stato incoraggiato da uno dei vescovi amici dei Focolari che mi ha detto semplicemente: «È vero che spesso fanno questa fine, ma vale la pena fare un sinodo, è cosa buona». Altre persone, invece, mi hanno avvertito del rischio che comportava un sinodo. Poteva diventare per qualcuno, sia nella diocesi che fuori, una scusa per “sfogarsi” in un modo che avrebbe potuto mettermi in imbarazzo e magari creare problemi col Vaticano, o altro ancora. Pur conscio di tutto ciò, mi sono detto: che importa? Importa amare Dio e amare gli altri e fare bene ciò che sembra sia la sua volontà! In più, pensando a Gesù che ha generato la Chiesa proprio in Croce, mi sono detto: «Anche se va male, va bene, perché c’è lui».

Un cammino
di due anni

Un cammino comunitario. è difficile riassumere il cammino di preparazione durato quasi due anni. Era caratterizzato da dialogo, discernimento, catechesi e rinnovamento, accompagnati dall’invocazione costante dello Spirito Santo. I “delegati” si sono impegnati in modo impressionante, organizzando incontri nelle parrocchie e nei vari gruppi, associazioni e movimenti, distribuendo questionari (circa 5.000 le risposte), facendo sondaggi, coinvolgendo anche i giovani attraverso le scuole e altri incontri.

Tutti gli input pervenuti sono stati elaborati. Tra i 12 temi emersi, i delegati hanno scelto di affrontarne nel sinodo sei: 1) il senso dell’appartenenza ecclesiale, la comunità, l’inclusività; 2) la famiglia; 3) la catechesi e la trasmissione della fede; 4) nuovi modelli di leadership; 5) la liturgia e la vita; 6) i giovani e la pastorale giovanile. Durante questa fase è stato importante comunicare spesso con tutta la diocesi attraverso mezzi diversi (momenti occasionali di aggiornamento alla Messa domenicale, notiziari, radio locale, articoli sui giornali). Inoltre, abbiamo creato anche un sito (www.synod2016.com).

L’evento del sinodo. Arrivato il momento del sinodo, quasi per miracolo e per la grande collaborazione di tutti, ogni cosa, o pressappoco, era pronta. Il clima che regnava nell’assemblea era molto positivo. C’è stato un richiamo continuo a quanto volevamo “vivere” e non solo “fare”: praticare, cioè, l’accoglienza vicendevole, l’ascolto l’uno dell’altro, l’amore scambievole.

Ciascuna sessione si è aperta non solo con un breve riassunto del tema e delle proposte, ma innanzi tutto con un momento di riflessione, svolto da una donna esperta in Sacra Scrittura, che ha saputo radicarci in Dio e prepararci così al lavoro più tecnico.

Ogni volta che si è presentato un nuovo tema, è stato chiesto a me come vescovo di offrire un mio pensiero su quell’argomento. Interessante il commento dell’esperto di pastorale che ci ha accompagnato nella conduzione del sinodo. Aveva visto, in altre assemblee, che il vescovo, non volendo influenzare troppo l’andamento dei lavori, era rimasto in silenzio. Secondo lui invece i fedeli hanno il diritto di sentire il vescovo e di esprimere poi il loro parere. A me è sembrato che questo modo di fare fosse insito nella dinamica di una vita ad immagine della Trinità: ognuno deve saper dare, saper ricevere e saper unire! Nel corso dei lavori ci sono stati momenti commoventi di silenzio, momenti in cui si viveva il “farsi vuoto” per accogliere e ascoltare l’altro, momenti del “dare” nel parlare, momenti del “farsi uno” reciprocamente per poi arrivare alla votazione su ogni proposta.

Abbiamo ricevuto un messaggio molto incoraggiante del Papa. Un numero enorme di persone ha seguito le notizie del sinodo attraverso il sito. Il nostro incaricato per il rapporto coi mass media ha coinvolto diversi giornalisti professionisti per preparare un nostro giornale con i risultati del sinodo e con diversi articoli interessanti che abbiamo fatto arrivare in tutta la diocesi, includendoli anche nei giornali regionali. I fedeli erano molto felici di avere subito notizie del sinodo. Le celebrazioni liturgiche per l’apertura e per la chiusura rimarranno indimenticabili per la viva partecipazione della diocesi.

Come ho vissuto
il sinodo?

Credere alla grazia di Dio Amore

Ho capito sin dall’inizio che dovevo avere fiducia nel cammino sinodale e sapermi fidare degli incaricati per l’organizzazione del sinodo. Ci volevano colloqui con loro per comunicare quanto avevo a cuore, ma poi occorreva dare loro massima fiducia e libertà nel portarlo avanti. Continuavo a dire che il sinodo contiene in sé una grazia. Ricordavo quello che i Padri della Chiesa dicono della presenza di Gesù in mezzo alla Chiesa quando è raccolta in sinodo.

Puntare sulla Parola

Nella fase di preparazione abbiamo diffuso 10.000 copie di un opuscolo che conteneva brani degli Atti degli Apostoli con miei brevi commenti e abbiamo invitato i fedeli a leggere insieme questo testo che avevamo intitolato: Come lo Spirito Santo guida la Chiesa.

Incoraggiare un cammino di discernimento comunitario 

Per me è stato uno dei frutti più belli del cammino sinodale. Avevo cercato di spiegare già nella lettera di convocazione quanto sarebbe stato importante vivere il cammino sinodale non come un momento amministrativo o organizzativo, come si può fare magari nel mondo del lavoro, ma andando più in profondità. Lungo i mesi della preparazione mi sono rifatto spesso al comandamento nuovo dell’amore reciproco, raccomandando l’ascolto vicendevole, lo “svuotarsi” per accogliere l’altro, il non giudicare. Condividendo in pieno questa mia tensione, il coordinatore del sinodo, che era bravissimo, ha fatto tutto il possibile per favorire un discernimento comunitario, consultando a questo scopo anche vari esperti – dai sociologi ai facilitatori – tenendo presente, allo stesso tempo, la dimensione comunitaria che avevo messo in rilievo.

Avere orizzonti larghi

Avevo detto al coordinatore quanto mi stava a cuore vivere un sinodo che dialogasse non soltanto all’interno della Chiesa, concentrandosi prevalentemente su problemi pastorali, ma che sapesse porsi in dialogo anche col mondo attorno a noi, con la città, con rappresentanti della cultura, dello sport, degli emarginati, dei migranti ecc. Mi ha risposto con entusiasmo, osservando che il cammino precedente in diocesi aveva sì puntato a un coinvolgimento di tanti ma sempre nell’ambito classico delle parrocchie ecc. Uno dei frutti belli del sinodo, notato anche dai mass media, è stato, in effetti, quest’apertura verso tanti. Durante il sinodo stesso, abbiamo invitato responsabili di varie Chiese e di differenti religioni, nonché rappresentanti del mondo civile, a darci un breve saluto all’inizio di ogni sessione.

Evitare polarizzazioni 

Aiutato dalla spiritualità del-
l’unità, ho sentito la spinta interiore di non far uso di categorie che rischiano di contrapporre o di distinguere troppo le diverse persone e realtà della diocesi. Ho saputo poi dal coordinatore che di questo se n’è reso conto pure l’esperto di pastorale che ci ha aiutato nella gestione concreta del sinodo, e che egli lo ha attribuito al fatto che il vescovo «non ragiona solo a livello teologico» ma ha una spiritualità che contribuisce all’apertura. Ormai siamo entrati in tempi nuovi – ha commentato il coordinatore – al di là di polarizzazioni inutili.

Saper perdere 

Nel cammino di un sinodo, un vescovo naturalmente ha tanti desideri, tanti obiettivi che vorrebbe raggiungere… In realtà, in mezzo alla mole del lavoro ordinario, non sempre sono riuscito a seguire tutto per bene. Per cui alcuni aspetti magari non sono stati sviluppati come mi sembrava importante. Ho capito, però, che era bene “saper perdere” per amore: non lamentarmi o dare un peso in più ai responsabili, ma posporre il mio punto di vista e le mie esigenze, sapendo che è tutto nelle mani di Dio e che egli avrebbe condotto le cose nel modo migliore.

Camminare coi sacerdoti 

Sono grato ai sacerdoti per come hanno incoraggiato i fedeli laici e i/le religiosi/e a partecipare al cammino sinodale. Io sentivo che il loro contributo sarebbe stato rilevante. Dall’altra parte, essi erano presi però da tante cose e non molto abituati a un simile cammino. È avvenuto così che, dopo oltre un anno e mezzo di preparazione, a un raduno del clero qualcuno ha osservato: «Il cammino va troppo rapidamente…». È stato per me un momento difficile. Occorreva una certa ginnastica interiore per non lasciarmi bloccare e capire come fare. Ho deciso di scrivere una lettera a tutti i sacerdoti per spiegare bene come vedevo le varie possibilità davanti a noi. La lettera è stata molto apprezzata. Ho offerto inoltre un appuntamento per ritrovarci come sacerdoti dove ognuno poteva mettere in comune le sue ansie e le sue paure, come pure le sue speranze. Quell’incontro ha suscitato nel clero una svolta in positivo.

I temi scottanti

Dai risultati dei sondaggi pre-sinodali abbiamo capito che in diversi volevano affrontare argomenti “scottanti” come l’ordinazione delle donne, il celibato, il modo di scegliere i vescovi, il linguaggio della liturgia ecc. Abbiamo spiegato che questi argomenti, essendo di portata universale, non potevano essere trattati in un sinodo diocesano come tale. Ho capito però che non potevo semplicemente “escludere” quelle questioni. Pensando a come il volto di Gesù Crocifisso e Abbandonato si riflette nelle diverse “periferie”, ho deciso di prevedere una sessione dedicata all’ascolto delle persone che volevano esprimere una loro opinione su quegli argomenti. È stata una scelta rischiosa, ma l’assemblea ha cercato di vivere anche in quell’occasione l’ascolto reciproco. Bello il momento in cui, in mezzo a diversi commenti critici, l’assemblea, su proposta di una delegata, ha voluto manifestare la propria stima per il clero. Tutti si sono alzati in piedi per applaudire i sacerdoti. Ne sono stati commossi. Rispondendo agli interventi di quella sessione, ho promesso di includere nella mia relazione sul sinodo per il Papa anche il fatto che erano state espresse quelle preoccupazioni.

In conclusione

Mi sembra di poter dire che l’esperienza del sinodo è stata un momento di Dio e un cammino di speranza. Qualcuno l’ha avvertito come una “guarigione”. Per tanti laici è stata forte già la semplice esperienza di vivere per tre giorni in questo clima sinodale con i sacerdoti. Il percorso compiuto ha sprigionato un’ondata di energia nuova. Allo stesso tempo si sono aperti orizzonti inediti per il cammino della diocesi.

mons. Brendan Leahy

Limerick è la terza città della Repubblica irlandese in ordine di grandezza. La diocesi che vi ha sede vanta una storia di 900 anni, con radici ancor più antiche che risalgono ai santi monaci del VI e VII secolo. Sono 180.000 i cattolici con 110 sacerdoti, 270 religiose e 40 religiosi. Per affrontare le sfide della delicata situazione ecclesiale ma anche i mutamenti socio-culturali, l’autore, dopo la sua nomina a vescovo, ha deciso di convocare un sinodo diocesano. Composto di 400 persone, la maggior parte laici, in rappresentanza di parrocchie, movimenti, iniziative e agenzie non parrocchiali, congregate in assemblea per tre giorni interi nel mese di aprile 2016, è stato il primo sinodo da 80 anni. Grazie a un attento cammino di preparazione, ha fatto crescere la comunione, aperto orizzonti nuovi e riscontrato echi positivi anche nell’opinione pubblica. Ma quale ne è stata in concreto l’esperienza? 

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