Licenziamenti, il referendum non si farà

La Consulta ha ritenuto inammissibile il quesito referendario della Cgil che voleva ripristinare ed estendere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Forse si voterà in primavera per abolire, invece, i voucher e far valere la responsabilità degli appaltatori. Al di là delle polemiche è in gioco l’idea stessa di lavoro che merita un vero confronto
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

La Corte Costituzionale ha ritenuto inammissibile la richiesta del quesito referendario sul ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Nei prossimi giorni conosceremo le motivazioni della Corte, massimo organo di garanzia della Repubblica, le cui decisioni vanno accettate e rispetttate, per capire cosa hanno recepito delle tesi avanzate dall’avvocatura dello Stato, che si è costituita in giudizio per rigettare la proposta referendaria della Cgil. Il sindacato guidato da Susanna Camusso ha preso di mira la riforma del lavoro voluta dal governo Renzi (cosiddetto Jobs act) chiedendo la reintroduzione dell’articolo 18 della legge 300 del 1970 (Statuto dei lavoratori) per i licenziamenti individuali e cioè il diritto al reintegro da parte del lavoratore estromesso dal lavoro senza una giusta causa, non solo  per le aziende con oltre 15 dipendenti (previsto nello Statuto del ‘70) ma anche per quelle con più di 5 persone sul libro paga ( e questo potrebbe essere uno dei motivi dell’inammissibilità ancora da conoscere, ripetiamo, nelle motivazioni).

Nel 2002 il sindacato di tradizione ex comunista, guidato allora da Sergio Cofferati, portò materialmente in piazza milioni di persone contro la rimozione dello stesso articolo 18 proposta dal governo Berlusconi. Ma si trattava di altri tempi, quando più o meno le stesse masse si muovevano nel 2013 contro la partecipazione italiana alla guerra in Iraq voluta da George W. Bush e Tony Blair Stavolta la rottura contro il governo teoricamente “amico” si è consumata un poco alla volta, fino alla raccolta di oltre 3 milioni di firme per un referendum che ha rinviato nel tempo lo scontro aperto, condizionandolo, inoltre, al passaggio preventivo presso la Consulta e al raggiungimento del quorum richiesto in questo tipo di consultazione elettorale (50% +1 degli aventi diritto al voto).

Davanti al giudizio di inammissibilità della Corte non resta altro che un difficile ricorso alla Corte Europea, annunciato a caldo dalla Camusso.

Ma ci sono altre due quesiti referendari che hanno superato l’esame della Consulta. Uno prevede l’abolizione del buono lavoro orario (voucher) previsto inizialmente dalla legge Biagi per regolamentare alcune forme di lavoro occasionale, ma esteso progressivamente dalla legislazione recente ad una molteplicità di casi, fino a favorirne un uso improprio, come documentano molte inchieste giornalistiche e le storie disponibili sui social.

Grandi catene commerciali, ad esempio Carrefour, hanno utilizzato “legalmente” i voucher per pagare le ore prestate dal personale al lavoro nei giorni festivi di fine anno, ma è evidente la possibilità di usare questi buoni prepagati per coprire solo alcune ore giornaliere, lasciando il resto in nero (questo il dato non rilevabile nelle varie analisi).

Si possono introdurre alcune correzioni, come ha promesso il governo Gentiloni, ma, in generale, il contrasto verso queste forme di lavoro iperflessibile rientra nella più vasta contestazione di quei contratti (ad esempio il mini job in Germania e il contratto a zero ore in Gran Bretagna) che regolamentano una condizione personale destinata, purtroppo, a non migliorare nel tempo. Il vero problema è la trappola della precarietà. Quella da cui non si riesce ad uscire, ma che genera tanti lavoratori poveri di diritti, oltre che di salario. Il venir meno del voucher si deve leggere in collegamento con la proposta di legge popolare, presentata sempre dalla Cgil con oltre un milione di firme, che prevede una radicale riforma del lavoro, un nuovo Statuto, nel segno di maggiori tutele e garanzie e dove ad esempio il lavoro accessorio (quello coperto dai voucher) è riportato a livelli corrispondenti all’equivalente di 2.500 euro l’anno. Ma contro l’abolizione dei buoni lavoro si è schierato – assieme a Pietro Ichino e Giuliano Cazzola, due ex Cgil di peso – anche il presidente dell’Inps Tito Boeri che ha preso di petto le incoerenze della stessa Cgil, accusata di utilizzare i voucher per le sue attività.

L’altro quesito, passato molto in sordina e ritenuto marginale, va a mettere in crisi, invece, un aspetto decisivo della nuova organizzazione del lavoro incentrata sull’insieme di prestazioni in appalto e subappalto.

Se questo quesito dovesse superare il quorum, il dipendente che lamenta il mancato rispetto dei suoi diritti potrà portare in giudizio non solo il proprio “legale” datore di lavoro, ma anche chi ha commissionato l’opera o il servizio. Si tratta di un passaggio potenzialmente in grado di mettere in crisi un sistema diffuso nelle aziende dove non è più così chiaro individuare l’effettivo datore di lavoro, il soggetto cioè che comanda davvero.

Il voto sui due quesiti si dovrebbe tenere nella prossima primavera, anche perché sembra gestibile dal governo dopo l’esclusione del valore simbolico del ripristino dell’articolo 18.  E cioè il rifiuto di quel Jobs act che ha sostituito il reintegro sul posto di lavoro del dipendente ingiustamente licenziato con il risarcimento monetario del danno subito. Questa certezza del costo del licenziamento individuale (il firing cost, letteralmente il “prezzo della fucilazione”) è la misura necessaria per attrarre i capitali disposti ad investire secondo la narrazione prevalente tra gli economisti pur di diverso orientamento e sensibilità. Gli stessi studiosi ripetono, inoltre, la tesi che una stretta sui voucher o sulla responsabilità dei lavori in appalto spalancherebbe le porte all’illegalità. Contando evidentemente sulla mancanza (o sull’inutilità) di un numero sufficiente di ispettori in grado di far rispettare le leggi.

Sarà utile, con l’occasione del referendum, affrontare questa linea di pensiero per verificarne il fondamento teorico e pratico.

 

 

 

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