Forse Dina Zenari è un personaggio meno noto di Duccia o Marilen. Senza anticipare la lettura e togliere il gusto di conoscerne la storia, Ilaria, chi è Dina?
Dina − Alessandra il suo nome di battesimo − è un nuovo tipo di donna. Una donna “altra”. Non unica, non sola. Anzi! Si dice che ogni autore in fondo scriva sempre lo stesso libro. Sì, anche le biografie che hai nominato fanno parte di un unico libro… L’altro Novecento! Trovo infatti che valga la pena, del secolo breve, fin troppo noto come il secolo degli stermini e della bomba atomica, dei nazionalismi e delle dittature, raccontare anche la meraviglia di scoprire che in esso sono germogliate le speranze più grandi e rivoluzionarie, speranze che hanno in comune l’ambizione di offrirsi all’umanità intera. A tutti.

Dina può essere l’esempio di una donna già attrezzata per la modernità del suo carattere deciso al “segno dei tempi” tipico del ‘900, ossia all’emergere del protagonismo delle donne. A questa sua predisposizione umana si è aggiunto un incontro che, a poco a poco, le ha cambiato la vita. Questi due fattori hanno concorso a formare in lei una personalità femminile che fa sua e porta a realizzazione quella speranza per tutti. Dina Zenari, per entrare un po’ di più nella biografia, è una donna che desiderava una famiglia e alla quale non mancavano le occasioni di legarsi. Ma, per un motivo o per un altro, quei legami non hanno avuto il “lieto fine”: non si è sposata, non ha avuto figli. Nemmeno si è consacrata a Dio. Una cosa si può dire: era laica, una “laica dalla testa ai piedi” (è il titolo di un suo discorso in un ambito formativo, riportato in appendice). Oltre a questo si può dire che è una donna tutt’altro che sola. Ha amato tantissimo. Ha realizzato quell’amore più grande, quello capace di “dare la vita”. In genere si applica il “dare la vita” ai martiri, come sinonimo di morire. In Dina emerge un altro tipo di martirio, quello di chi arriva a “dare la vita” vivendo e generando. È sua infatti un’intensa esperienza di generatività sociale perché da lei è venuto un contributo fondamentale alla nascita e allo sviluppo della branca delle volontarie di Chiara Lubich. Si parla spesso della spiritualità di Chiara Lubich. Come sociologa io vedo altrettanto interessante parlare della realtà sociale che ella ha disseminato attorno a sé e nel mondo con il contributo di gente come Dina.
La prefazione è di Lucetta Scaraffia (giornalista e storica della Chiesa), che sottolinea l’importanza di queste figure femminili – donne moderne, impegnate nel sociale come Dina – nello sviluppo del Movimento e nel rinnovamento di una Chiesa, al tempo di Dina, come precisa Lucetta Scaraffia, «ancora totalmente maschile e certamente maschilista», cito testualmente. È sicuramente un libro per i membri dei Focolari, ma certo non senza interesse per chiunque…
Devo molto a Lucetta Scaraffia, non solo per la prefazione. Molto mi ha ispirata un suo recente libro: Dio non è così, otto mistiche laiche del Novecento (Bompiani 2025). Vi ho trovato tutti i temi di questa biografia: la laicità coniugata con la mistica, il ‘900 e le donne, e quell’esperienza di Dio tutta da scoprire. Della Scaraffia mi porto in cuore un’espressione, ascoltata molti anni fa nel corso della presentazione della biografia di Pasquale Foresi, scritta da Michele Zanzucchi. Ella disse di aver scoperto la Lubich attraverso Foresi, ma che non le bastava: “A me interessano tutte quelle ragazze, quel gruppo delle prime ragazze con Chiara…”. Dina, nata nel 1921, era coetanea di Chiara ed è morta 5 anni dopo di lei. Entrambe amavano la filosofia e praticavano fin da piccole una riflessione profonda attorno alle grandi domande della vita. Dina, come poche ragazze di quel tempo, poté laurearsi alla Sapienza nel 1943. Come Chiara ebbe la vita sconvolta dalla guerra…l’incontro di Dina con l’Ideale è avvenuto nel 1949. Loro due si capivano profondamente. Basti dire che Chiara la volle accanto a sé nella prima udienza pubblica che un papa concedeva al Movimento appena approvato, chiamandola “la mia compagna”. Sì, Dina può essere annoverata fra le prime compagne. Tornando alla Scaraffia occorre aggiungere che ella ha indagato a fondo il femminile nella Chiesa, di cui, per contrasto, viene in luce il maschilismo. Ma – occorre dire per onestà – tutta la società occidentale è stata ed è maschilista. I fenomeni di violenza degli uomini sulle donne, che oggi ci impressionano tanto anche perché enfatizzati da una comunicazione ossessiva, sono una propaggine di questo maschilismo che si trova davanti donne che sfuggono al modello antico. Possono essere quindi letti anche come un grido, un grido d’aiuto di uomini che cercano donne “nuove” per essere essi stessi uomini “nuovi”, parte di una relazione “nuova”. In questo senso il libro è e vuole essere per tutti. La vita di Dina, quel poco che si può scrivere in una biografia, quel poco che si può dire del grande mistero che è la vita di ciascuno, è un tassello di questa ricerca di chi è veramente la donna. Una ricerca che finisce con un “eureka!”. Lei, Dina, ha trovato!
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Link all’intervista di Ilaria Pedrini (a cura di Elena Cardinali): Ideale cercasi: la vita di Dina Zenari. – YouTube.