«La mia salvezza fu concessa alle lacrime sincere che tutti i giorni mia madre versava». Questa affermazione scultorea è di sant’Agostino ormai vecchio, che alle incessanti preghiere della madre Monica attribuiva sia la grazia della sua conversione dall’eresia manichea, nella quale era rimasto irretito per ben 12 anni, sia il suo ritorno alla verità cattolica. La citazione è tratta da Il dono della perseveranza, scritto nell’ultima fase del pensiero dal grande vescovo di Ippona (circa 428-429).
Non è l’unica volta in cui, nell’immensa sua opera, egli fa riferimento all’amatissima madre: già nelle sue Confessioni – il racconto degli anni giovanili fino alla conversione – le aveva eretto un vero monumento, ripercorrendone la vita fin dall’infanzia; diversi altri ricordi di lei vengono ad aggiungersi nei successivi Contro gli Accademici, La vita felice, La cura dei morti, L’ordine, Lettere 36, 14, 32 e, per finire, l’incompiuto trattato polemico Contro Giuliano.
Queste sparse testimonianze di un intensissimo affetto filiale che accompagnò Agostino lungo tutto l’arco di una vita operosa e battagliera a difesa della verità attendevano i nostri tempi per essere raccolte e valorizzate in un agile testo dal semplice titolo Mia madre, pubblicato da Città Nuova nel 1983 (terza ediz. riveduta e aumentata) nella collana “Piccola Biblioteca Agostiniana” a cura di Agostino Trapè. Tra i massimi studiosi di sant’Agostino e priore generale dell’Ordine agostiniano dal 1965 al 1971, padre Trapè tra le sue numerose benemerenze ha avuto quella di fondare e dirigere la monumentale “Nuova Biblioteca Agostiniana” per la pubblicazione dell’Opera Omnia di sant’Agostino in edizione bilingue, edita anch’essa da Città Nuova. Una impresa ardita, che ha colmato una grave lacuna: quella che, impedendo di conoscere in forma organica e scientifica tutte le opere di questa colonna della Chiesa, dava adito ad una conoscenza frammentaria e spesso distorta del suo genuino pensiero.
Nelle pagine di Mia madre, di cui padre Trapè si considera solo il “coordinatore” – ma sua è l’importante introduzione che illustra la vita, la famiglia e la missione di Monica, come sue sono le note a corredo del testo – è Agostino a parlarci di lei, a rendercela viva in modo commovente. Perfino nell’insolito ruolo di interlocutrice nei dialoghi spiritual-filosofici che il figlio intratteneva con i discepoli nel soggiorno di Cassiciaco, in Brianza.
Sono pagine, spesso, tra le più alte della letteratura di tutti i tempi. Come quando, in attesa di imbarcarsi per tornare in Africa, Agostino e la madre, conversando di cose celesti, si astraggono da quelle terrene al punto da attingere per un istante l’Eterno nella celebre “estasi di Ostia”. Subito dopo Monica si ammala con evidenti segni di una prossima dipartita, che però non la turbano minimamente. Anzi è lei a rassicurare quanti si rammaricano che non potrà avere un sepolcro in patria: «Nulla è lontano da Dio, e non c’è da temere che alla fine del mondo egli non riconosca il luogo da cui risuscitarmi».
E Agostino: «Al nono giorno della sua malattia, nel 56esimo anno della sua vita, 33esimo della mia, quest’anima credente e pia fu liberata dal corpo. Le chiudevo gli occhi, e una tristezza immensa si addensava nel mio cuore e si trasformava in un fiotto di lacrime. Ma contemporaneamente i miei occhi sotto il violento imperio dello spirito ne riassorbivano il fonte fino a disseccarlo. Fu una lotta penosissima. Il giovane Adeodato [il figlio di Agostino – n.d.r.] al momento dell’estremo sospiro di lei era scoppiato in singhiozzi, poi, trattenuto da noi tutti, rimase zitto; allo stesso modo anche quanto vi era di puerile in me, che si scioglieva in pianto, veniva represso e zittito dalla voce adulta, dalla voce della mente. Non ci sembrava davvero conveniente celebrare un funerale come quello fra lamenti, lacrime e gemiti. Così si suole piangere in chi muore una sorta di sciagura e quasi di annientamento totale; ma la morte di mia madre non era una sciagura e non era totale. Ce lo garantivano la prova della sua vita e una fede non finta e ragioni sicure. Ma cos’era dunque, che mi doleva dentro gravemente, se non la recente ferita, derivata dalla lacerazione improvvisa della nostra così dolce e cara consuetudine di vita comune? Mi confortavo della testimonianza che mi aveva dato proprio durante la sua ultima malattia: quando, inframezzando con una carezza i miei servigi, mi chiamava buono e mi ripeteva con grande effusione di affetto di non aver mai sentito uscire dalla mia bocca una frecciata dura o una parola offensiva al suo indirizzo; eppure, Dio mio, creatore nostro, come assomigliare, come paragonare il rispetto che avevo portato io per lei, alla servitù che aveva sopportato lei per me? Privata della grandissima consolazione che trovava in lei, la mia anima rimaneva ferita e la mia vita, stata tutt’una con la sua, rimaneva come lacerata».
Ho riportato uno dei brani più celebri delle Confessioni, grato a padre Trapé per aver raccolto in Mia madre tutti gli altri che parlano di Monica disseminati in opere che difficilmente un lettore comune riuscirebbe a rintracciare, ma utili a dare tocchi di completezza a questa figura di madre, che tanto ha da dire anche a quelle di oggi.
