Negli ultimi giorni la cronaca è stata sconvolta dalla notizia di un uomo di Massa, Giacomo Bongiorni, ucciso a pugni e calci da alcuni ragazzi minorenni e poco più che maggiorenni davanti al figlio, alla compagna e al cognato. Ma non è che l’ultimo (per ora) di una serie di episodi che sempre più vedono giovanissimi protagonisti di violenze gravi, come la 12enne che ha colpito al collo con delle forbici una compagna nel bagno di scuola, il 13enne che ha accoltellato in classe una professoressa, registrando l’aggressione o il 19enne che ha ucciso sempre a coltellate e sempre a scuola un coetaneo per motivi “sentimentali”.
Di fronte a questa escalation di violenza giovanile restano impresse le parole del padre di uno degli aggressori di Massa: «Non siamo criminali». Ed è proprio quello il punto: la violenza è stata talmente normalizzata che non serve essere criminali per farvi ricorso! Diventa allora urgente chiederci da dove abbia origine, ma soprattutto cosa stiamo sbagliando come adulti. E credo che sia necessario andare a scavare tanto nella cultura che ci circonda, quanto nella storia personale di chi la agisce.
Per quanto riguarda la cultura, in tutto il mondo sembra ancora prevalere la legge del più forte, di colui che pensa solo ai propri interessi e che non si preoccupa se per perseguirli deve calpestare i diritti degli altri: è questo l’esempio che il mondo adulto dà ai giovani ad ogni livello. Se ciò influisce tanto sugli uomini quanto sulle donne, per i maschi la situazione si complica, perché purtroppo nella visione stereotipata del maschile la violenza è ancora sinonimo di virilità. E dal momento che oggi per i ragazzi è faticoso definire chi sono, capita che nella ricerca di un modo in cui incarnare l’essere maschio divenga comodo rifugiarsi nelle caratteristiche che per una certa opinione pubblica coincidono con una maschilità evidente, a cominciare dalla violenza. Inoltre, sin da quando sono bambini, agli uomini difficilmente viene insegnato un modo non violento di affrontare le situazioni di conflitto o di gestire eventuali problemi, motivo per cui sono privi di strumenti alternativi e rischiano di non avere opzioni di scelta quando si trovano in tali circostanze.
Ecco allora che cultura e storia personale si incontrano attraverso l’educazione ricevuta. Un’educazione che troppo spesso non riesce a trasmettere l’importanza e il senso del limite rappresentato dall’esistenza dell’altro.
In un mondo che incoraggia l’egocentrismo, in cui l’unico valore riconosciuto sembra essere l’individuo e la sua volontà, l’altro appare spesso come un intralcio alla propria felicità. Si diviene allora incapaci di riconoscere che la sua presenza rappresenta un limite sano da porre alla propria libertà di azione, al fine di rispettare la sua esistenza e il suo valore. Tale incapacità deriva da un lato dal non saper distinguere tra diritti e desideri, mentre dall’altro si origina dal non saper accettare la frustrazione, che nasce quando un desiderio non può essere soddisfatto. E se i ragazzi non sono abituati alla frustrazione, perché come adulti ci prodighiamo per evitargliela (dandogli tutto ciò che desiderano e facendo scomparire ogni ostacolo alla realizzazione dei loro desideri), quando si trovano davanti al limite diventano aggressivi, il che vuol dire che non si fanno troppi problemi ad usare la violenza per liberarsene. In altre parole, la fragilità sperimentata quando ciò che si vuole non trova realizzazione prova a trasformarsi in dominio attraverso la violenza.
Come adulti cosa possiamo fare per intervenire in tale scenario?
In primo luogo dobbiamo educare le emozioni, aiutando le nuove generazioni a comprendere cosa vivono, il significato che ha quel vissuto e come è possibile prendersene cura, insegnando a gestire le reazioni impulsive: dalla frustrazione alla rabbia, passando per la delusione, i ragazzi hanno bisogno di imparare a fare i conti con quello che sperimentano, senza la falsa protezione di chi vuole metterli al riparo da tutto ciò che è spiacevole.
Tale educazione però non basta: è necessario trasmettere ai giovani i valori, offrire loro una bussola morale che sia guida dell’agire. E se il principio numero uno da trasmettere è il valore della vita umana, non può mancare quello che forse meglio di tutti riesce a far comprendere la necessità di dare un limite alle proprie azioni, ovvero la regola d’oro: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Solo così possono imparare a discriminare cosa è lecito fare nel rapportarsi all’altro e cosa non lo è.
