George Michael & Anastacia

Il manicheismo poprockettaro è morbo endemico che da decenni infetta critici e consumatori. Probabilmente s’annida nella natura faziosa dell’ambiente, scatenando quasi sempre ulteriori invidie e iettature, ora elevando a sublime la mediocrità ora precipitando nella polvere opere quantomeno discrete. Chiedetelo al buon vecchio George… Otto anni ci ha messo per tornare nei negozi, ed eccolo sballottato tra gli altari e le cloache massime dei recensori. Patience (Sony Music) s’è arrampicato sulle pendici delle hit parades planetarie tra i fulmini dei denigratori e i plausi degli adoratori, senza sciogliere gli enigmi di fondo che ne hanno accompagnato la gestazione: se trattasi d’opera degna del blasone dell’autore, se mero esercizio di stile, o viceversa, capace di resistere all’usura del Tempo. Interrogativi del resto inscindibili dal soggetto in questione, fin dai tempi dei suoi eclatanti esordi coi Wham, una delle firme più significative dell’edonismo pop degli anni Ottanta. Discorso simile anche per la rediviva Anastacia, il cui omonimo ritorno discografico (per la Epic) veleggia bene sui mercati suscitando altrettanto variegati commenti. Scampata per un pelo a una gran brutta malattia, la bionda statunitense accoppia grinta a sensualità secondo formule tutt’altro che inedite. Semplificando, potremmo dire che Anastacia sta a Tina Turner quanto George Michael ad Elton John… Anche Anastacia funziona (tanto in radio quanto sulle riviste più o meno patinate), ma anche qui la critica è divisa tra chi considera il suo ultimo album una mezza ciofècata e un capolavoro da consegnare alla Storia. Nell’attesa che sia il Tempo a esprimere giudizi definitivi, viene comunque il dubbio che la verità -se mai ce n’è una- stia come quasi sempre nel mezzo: due dischetti ben confezionati che galleggiano nel gran limbo della gradevolezza fine a sé stessa: quello che separa il miglior barolo dal peggior tavernello. Prosit. JOHN DEBNEY THE PASSIONORIGINAL SOUNTRACK Sony La colonna sonora del chiacchieratissimo film di Mel Gibson sta a mezza via tra l’essenzialità etnica che Peter Gabriel usò per caratterizzare L’ultima tentazione di Cristo, la magniloquenza modernista del Webber di Jesus Christ Superstar, e l’eleganza classicheggiante di un Morricone. Quasi una suite, suggestiva e straziante, epperò lontana assai dal semplicismo del canovaccio quanto dalla truculenza di molte scene. N.E.R.D. FLY OR DIE Virgin Il disco più trendy del momento è firmato da questo trio statunitense (composto dai due producers noti come The Neptunes e dal cantante Shy Healey) che mischia con sapienza gli ingredienti più disparati: hiphop, funky à la Prince, rock psichedelico, perfino qualche eco beatlesiano. Formula a tratti irresistibile, qua e là quasi geniale, altrove solo furbissima. FRANCESCO GUCCINI RITRATTI Emi Il buon Francesco, sempre diverso e sempre uguale. Ritrattista inarrivabile di personaggi e caratteri, paesaggista dell’anima, miniaturista di sogni e sentimenti. Se le sue note fossero all’altezza delle rime sarebbe un genio, ma ci va bene anche così.

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