Cresce la tensione in Venezuela

Le condizioni di vita nel Paese sono sempre più difficili. La popolazione è alla fame, mentre il presidente Maduro ha decretato nuovamente lo stato di emergenza. Mentre perdura una surreale guerra istituzionale a colpi di provvedimenti e contromisure, la gente scende nelle piazze
Caracas
La vita in Venezuela si fa sempre più difficile. È arduo trovare alimenti e prodotti di prima necessità ed è diventato difficile trovare perfino le medicine. E quando si trovano, l’inflazione “ufficiale”, con un record del 180% (e previsioni del 700%), ne rende ogni giorno più problematico l’acquisto. Senza contare i continui blackout elettrici, i crescenti problemi di acqua potabile corrente e una criminalità che causa 58 omicidi ogni 10 mila abitanti (Caracas è oggi la città più violenta del mondo). Tra gennaio e aprile, la ong Osservatorio venezuelano di conflittualità sociale ha registrato 2.138 proteste e 166 saccheggi o tentativi di saccheggio.

 

L’aggravarsi della situazione ha indotto il presidente Nicolás Maduro a decretare nuovamente lo “stato d’eccezione ed emergenza economica” e a comunicarlo in conferenza stampa trasmessa in tv e radio. Il motivo addotto è «sconfiggere il colpo di Stato, la guerra economica – il chavismo imputa alla destra e agli imprenditori la colpa della scarsità di beni –, stabilizzare socialmente il Paese e affrontare le minacce internazionali e nazionali contro la Patria».

 

Il provvedimento amplia ed estende per altri due mesi la concessione di poteri straordinari al capo del governo. È stato annunciato venerdì scorso, a un giorno dalla scadenza di un decreto analogo emesso in gennaio. Maduro ha annunciato che ha intenzione di prorogare tali poteri almeno fino al 2017, e ha risposto energicamente alle parole dell’ex presidente colombiano Álvaro Uribe – a suo tempo acerrimo nemico di Chávez –, che da un vertice interamericano a Miami ha invitato le forze dell’ordine venezuelane a «permettere al popolo di rovesciare la tirannia, senza la necessità di una forza internazionale, istituzionale e democratica che lo aiuti in questa missione». Una chiara minaccia di colpo di Stato con protagonisti gli Stati Uniti, secondo Maduro, nella linea di un nuovo piano per destabilizzare i governi progressisti della regione, tra i quali quello del Brasile.

 

Lo “stato d’eccezione” ha due conseguenze immediate. Da una parte, potenzia l’azione degli oltre 8 mila Comitati locali di approvvigionamento e distribuzione popolare (Clap) sparsi sul territorio nazionale con il compito di assicurare la fornitura di beni essenziali a prezzi calmierati alle famiglie dei rispettivi quartieri. Ora, i Clap avranno infatti anche funzioni di vigilanza e organizzazione «per mantenere l’ordine pubblico e garantire la sicurezza e la sovranità nel Paese», in stretta collaborazione con le Forze armate nazionali bolivariane e la polizia. Dall’altra, il protrarsi della norma che sospende temporaneamente le sanzioni politiche verso alti funzionari e autorità dei poteri pubblici (governo, Parlamento, potere elettorale e potere popolare, una sorta di “difesa del cittadino”) impedisce di fatto l’avanzamento della richiesta di interruzione del mandato presidenziale, assicurata dalla Costituzione, il cui iter legale era stato bloccato per una denuncia di frode in fase di controllo delle firme raccolte.

 

Il Parlamento ha respinto il decreto, che quindi, per legge, non potrebbe essere applicato. Questo solo in teoria, perché, come spiegato in un precedente articolo, il potere legislativo è l’unico tra i quattro poteri pubblici in mano all’opposizione, in una surreale guerra istituzionale a colpi di provvedimenti e contromisure.

 

Henrique Capriles, il leader dell’opposizione e governatore dello stato di Miranda, ha invitato a non rispettare il decreto e ha convocato una ventina di cortei in altrettante città per protestare contro la sospensione del referendum. Le proteste sono state prontamente proibite («Esistono piani per trasformare le proteste di Caracas in eventi insurrezionali e violenze», ha giustificato Maduro), ma si sono svolte comunque, in un clima teso.

 

Sono in questi giorni in Venezuela l’ex primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero e gli ex presidenti della Repubblica Dominicana e di Panama, Leonel Fernández e Martín Torrijos, mentre si attende un inviato pontificio.

 

«A tutti coloro che vengono in Venezuela – ha dichiarato enfaticamente Capriles –, chiederemo mediazione per il dialogo e diremo loro (…) che la soluzione alla crisi politica non si dirimerà attraverso una conversazione ipocrita e falsa del governo, bensì attraverso il referendum per chiedere ai venezuelani se vogliono che questo governo continui o vogliono un cambiamento».

 

Mentre scriviamo, tra gas lacrimogeni, proiettili a salve e posti di blocco della Polizia, il corteo centrale di Caracas si dirige verso la sede del potere elettorale per esigere la convalidazione delle firme per il referendum, sebbene il presidente dell’organismo sia andato incontro ai manifestanti e abbia ricevuto per strada il documento. La luce fuori dal tunnel, per ora, non si vede.

 

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